FINANZA E POLITICA/ La “fregatura” dietro al taglio delle tasse

- int. Alberto Bagnai

Lo scenario economico che l’Italia ha di fronte non è promettente. Lo dice ALBERTO BAGNAI, spiegandoci anche perché occorre fare attenzione al taglio delle tasse annunciato da Renzi

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Anche dopo la (ormai scontata) chiusura dell’accordo tra Europa e Grecia e il dato positivo sul Pil italiano nel secondo trimestre, lo scenario economico di questa estate non è del tutto positivo. Tanto più visti i timori finanziari che arrivano dalla Cina. Ne è convinto Alberto Bagnai, Professore di Politica economica all’Università G. D’Annunzio di Pescara, secondo cui la situazione «non è cambiata rispetto a dicembre, quando abbiamo pubblicato lo scenario a 5 anni del Centro Studi A/simmetrie, che andava in controtendenza rispetto all’ottimismo del Fmi».

Il Pil è però cresciuto ancora.

Vorrei riflettessimo sul dato evidente che si tratta di un segno + molto vicino allo zero. E che non risolve assolutamente nulla. Affinché i nostri figli possano avere tra 10-15 anni delle prospettive di occupazione, di tenore di vita, paragonabili a quelle che abbiamo avuto noi bisognerebbe che l’Italia crescesse al ritmo del 3% annuo. 

Un ritmo che sembra impossibile.

Oggi sembra utopia, ma è stata la realtà degli anni ’70-’80. Che non sono una fase storica così drammaticamente lontana da quella attuale. C’era un sistema monetario internazionale in grave difficoltà, c’erano crisi energetiche, c’erano tantissimi problemi, ma almeno avevamo la soddisfazione, se sbagliavamo nel trovare le soluzioni, di poter dire di aver sbagliato da soli; adesso questo ci viene impedito, ma stiamo peggio. Il Governo stesso sa benissimo che non riuscirà a mantenere le promesse né verso i cittadini, né verso l’Europa, quindi fa altre promesse. 

Si riferisce al taglio delle tasse?

Sì, per esempio l’abolizione della Tasi sulla prima casa. Da economista progressista rilevo con tristezza che se una cosa del genere l’avesse proposta Berlusconi tutti griderebbero alla manovra elettorale, ma visto che lo fa Renzi nessuno alza il dito.

Ritiene quindi che si tratta di una “promessa elettorale”?

Mi sembra una di quelle mosse preliminari a una campagna elettorale. E non è da escludere che in primavera ci sia una caduta del Governo di fronte a risultati deludenti dell’economia. In ogni caso questa promessa, anche se fosse mantenuta, non risolverebbe i problemi. 

Perché?

Le famiglie trarrebbero nell’immediato un beneficio, perché avrebbero più soldi in tasca, dopodiché andrebbero a spenderli. E, tanto per fare un esempio, siccome non avrebbero comunque tante risorse, al supermercato acquisterebbero latte tedesco, che costa meno di quello italiano. Quindi fare una manovra di espansione fiscale, in una situazione come quella attuale, significa semplicemente spostare la domanda degli italiani ancora di più sui prodotti esteri, e quindi creare ancora più disoccupazione e de-industrializzazione in Italia. Il vero problema è ristabilire dei rapporti fra monete che riflettano i percorsi delle diverse economie.

In ogni caso Renzi dovrà prima farsi concedere una nuova deroga sui conti pubblici dall’Europa. Secondo lei può farcela?

Non ho una risposta chiara in mente. Intanto bisognerebbe vedere l’Europa chi è. Fondamentalmente è la Germania. E a Berlino che il nostro Governo dia soldi ai cittadini affinché comprino prodotti tedeschi fa comodo. D’altra parte la Germania non è una “cosa sola”: Merkel è sempre forte, ma nel momento in cui dovesse fare una concessione a un Paese importante come l’Italia rischierebbe di farsi prendere in contropiede dai suoi avversari politici che potrebbero dire che non è rigorosa, che fa degli sconti a chi mette in pericolo lo stile di vita tedesco. Detto questo, credo che Renzi riuscirà a farsi a fare uno sconto per un motivo molto semplice.

 

Quale?

L’Italia è un Paese cruciale per l’esistenza dell’euro, un sistema la cui sopravvivenza non dipende dalla Germania, ma dagli Stati Uniti, che lo hanno di fatto voluto, sponsorizzato, appoggiato. Lo si è visto nel caso della crisi greca, dove le richieste sulla ristrutturazione del debito sono arrivate chiaramente su ordine degli Usa. Credo che ritengano che smantellare l’euro costi più che mantenerlo: è un errore e gli Stati Uniti ne fanno, basta guardare quel che avviene in Medio Oriente. Quindi credo che il dobermann tedesco, che in realtà è il chihuahua degli Usa, metterà la codina tra le gambe e lascerà che Renzi possa tener buono il popolo italiano per un po’.

 

Dunque sono gli Stati Uniti a non volere la dissoluzione dell’euro?

C’è una forte pressione geopolitica statunitense legata al fatto che siamo un pezzo della Nato e siamo stati una “frontiera” rispetto all’Unione Sovietica. Una pressione diventata evidente nel caso greco: non appena Tsipras ha fatto visita a Putin, immediatamente da Washington è partito un emissario del Dipartimento di Stato. Cosa interessa agli Usa della Grecia, un Paese che rappresenta il 2% del Pil europeo? Non moltissimo, se non il fatto che è in una posizione strategica all’interno del Mediterraneo e quindi desidera averlo sotto il proprio cappello.

 

Per Atene cosa cambia dopo l’accordo con i creditori?

Va detto anzitutto che aveva ragione Schauble a ritenere che fosse interesse della Germania e dell’Europa far uscire la Grecia dall’euro. Così sarebbe tornata a crescere ripagando il debito. Dentro l’euro cosa può fare? Può solo continuare per un po’ a pagare gli interessi su un debito esorbitante che non verrà mai restituito, e poi semplicemente spegnersi. 

 

Ci vuole un taglio del debito?

Anche un taglio del debito, che dovrebbe essere probabilmente superiore al 50%, non risolverebbe il problema, perché se non si guadagna non si possono rimborsare i debiti, e con una moneta sopravvalutata non è possibile guadagnare per un Paese: non può crescere.

 

(Lorenzo Torrisi)

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