FOLLIA TASSE/ Imu e Ici a una piattaforma off-shore, l’Italia va all’”auto-sabotaggio”

- Raffaele Iannuzzi

La Finanza ha deciso di contestare il pagamento arretrato di Ici e Imu a una piattaforma off-shore di proprietà di Eni ed Edison. Il commento di RAFFAELE IANNUZZI

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“C’è del marcio in Danimarca”, recita l’Amleto di Shakespeare. Ossia in Italia, fuor di metafora. Non è moralismo d’accatto, il punto è la morale come orientamento verso azioni umane volte a salvaguardare realmente il bene comune e la ricchezza della nazione, per dirla con il vecchio Adam Smith. Anzi, di più. È in gioco l’etica della responsabilità. Basterebbe quella weberiana: qualcosa di solido, cioè a dire, un’azione è giusta quando aiuta tutti a trarre il bene dalla realtà, anche quando essa è contraddittoria e complessa. Responsabilità vuol dire rispondere alle attese, di chi? La Pira avrebbe detto, della “povera gente”, troppo generico e storicamente datato, forse, io direi, dei cittadini e di chi produce ricchezza, benessere e lavoro.

Cappello fin troppo lungo per dire che anche stavolta le tasse non sono un problema finanziario, fiscale o di ragioneria dello Stato, ma sono il segno di una libertà espressa vividamente o mancata. Che senso ha accanirsi contro una piattaforma off-shore di Edison ed Eni, quella di Vega? Non è stato pagato Ici e Imu: ma scherziamo? Qui in Italia paghiamo tutto, anche l’aria, non più nel senso dell’assurdo logico, perché ci sono comuni che tassano anche quella, per ragioni di equilibrio ambientale, e di fronte a chi produce, in un mare di crisi strutturali e fatiche produttive, che si fa? Si batte cassa senza pudore e si chiede a una piattaforma off-shore di essere come un capannone, un impianto imbullonato, perfino uno strumento tecnico che potrebbe ricoprire uno spazio fisico stabile nel contesto di un magazzino. 

Non ci sono più ragioni tecniche per giudicare questi fatti, qui il dato è uno e uno soltanto: lo Stato predatore succhia il sangue spesso dalle rape e, nel contempo, mette in moto uno straordinariamente efficace movimento di auto-sabotaggio. Sì, perché, passo dopo passo, esasperazione dopo esasperazione, suicidio dopo suicidio, piattaforma off-shore dopo piattaforma off-shore, la stessa idea di “pubblico” o di “settore pubblico” diventa il male assoluto, il diavolo, il nemico.

Il filosofo ed economista libertario americano Rothbard scrisse un saggio magistrale sulla “fallacia del settore pubblico”; ecco, di questo si tratta. È fallace ciò che non riesce più a stare in contatto con la realtà, che non trova più un linguaggio adeguato per stare al passo con i bisogni urgenti di produrre, crescere, vivere e prosperare della nostra società, della nostra economia, dei nostri migliori luoghi generativi, per dirla con gli ultimi studi di Magatti. 

Non c’è più il genius loci del “settore pubblico”, perché non si vede più il genius loci della società e della vita. Tutto è tradotto secondo gli schemi di utilità di bilancio e di cassa di uno Stato che succhia dappertutto e non dà nulla ai contribuenti, un caso di disparità criminogena da studiare, e traducendo così, tutto è tradito, come spesso accade quando si traduce. È un brutto storytelling, questo, per l’Italietta affamata di soldi facili, tutti provenienti dal settore pubblico, e un vero incubo per l’altra Italia, che giganteggia ancora per generosità di intenti e genialità produttiva. Chi si schiera con la prima, è già fuori dalla storia; chi ama la seconda, come chi scrive, sa che è solo questione di tempo, la storia ha i suoi tempi, ma alla fine Dio è in pari con tutti, la domenica.

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