SPY FINANZA/ Caso Volkswagen, il “missile” degli Usa contro l’Europa

- Mauro Bottarelli

Volkswagen continua a perdere in Borsa e a essere oggetto di indiscrezioni. Per MAURO BOTTARELLI c’è una strategia precisa dietro questo attacco al costruttore tedesco

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Guardate il grafico a fondo pagina, potrebbe essere la rappresentazione del trade dell’anno. Venerdì scorso, infatti, scommettere sul dimezzamento del valore del titolo Volkswagen costava 1 centesimo, lunedì la stessa opzione put costava 70 centesimi all’Eurex in Germania: qualcuno ha fatto una vagonata di soldi. Di più, otto dei contratti che hanno visto l’apprezzamento maggiore sulla piazza tedesca erano ribassisti su Volkswagen e Porsche. D’altronde, il gigante tedesco se l’è cercata: ha imbrogliato sulle emissioni dei suoi motori diesel e ora è giusto che paghi. E ha già pagato caro, visto che con il calo del 23% del valore del titolo ha bruciato 16 miliardi di euro di market cap, più del valore dell’intera Peugeot-Citroen. 

E pare che la cosa non sia finita, perché le opzioni che scommettono su un calo del titolo a 100 e 120 euro entro dicembre sono state le più scambiate lunedì: come i pescecani, ci si lancia sulla carcassa dell’ex colosso i cui piedi d’argilla sono ormai noti a tutti. Qualcuno sapeva prima dell’inchiesta dell’Epa statunitense? Ovviamente sì, perché l’intera operazione puzza lontano un miglio. Basti vedere le reazioni. 

Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha infatti avviato un’indagine penale sulle accuse mosse a Volkswagen dall’Epa, l’agenzia federale statunitense per la protezione ambientale, per la presunta manipolazione delle centraline di controllo delle emissioni di alcuni motori diesel. L’indagine, stando a indiscrezioni provenienti dagli Stati Uniti, è condotta dall’ufficio Ambiente e Risorse Naturali del dicastero statunitense: niente di meno, accipicchia. Non si sono mossi quando il Golfo del Messico annegava nel petrolio, ma per schiantare un concorrente diretto sul mercato europeo dimostrano riflessi veramente felini. 

E ancora, la Francia – Paese il cui settore automobilistico è strutturalmente sovvenzionato dallo Stato ma nessuno dice nulla – ha sollecitato «un’inchiesta a livello europeo» dopo la rivelazione che la casa automobilistica tedesca installava su determinati modelli diesel un programma per ingannare i controlli anti-inquinamento negli Stati Uniti. «È necessaria un’indagine per tranquillizzare i cittadini e anche controllare le altre case automobilistiche europee», ha dichiarato il ministro delle Finanze, Michel Sapin. Immediatamente una fonte comunitaria ha fatto sapere che la Commissione europea è in contatto con le autorità tedesche e con la Volkswagen e vuole che sulla questione del software per ingannare i controlli sulle emissioni sia fatta luce, ma non ha poteri per avviare un’indagine di settore. La fonte ha spiegato che la possibilità di far partire un’indagine a livello Ue riguarda solo il settore della concorrenza e in ogni caso la competenza sui test sulle automobili è della Direzione generale industria, guidata dalla Commissaria polacca, Elzbieta Bienkowska. Essendo polacca non sarà così stupida da far partire una commissione che sarebbe un regalo di Natale anticipato per i produttori Usa e giapponesi. 

Marcel Fratzscher, presidente dell’istituto di ricerca economica Diw, ha infatti dichiarato che «il danno all’immagine di Volkswagen sarà costoso, non solo negli Usa ma a livello globale. Di conseguenza saranno in pericolo posti di lavoro sia in Volkswagen che nelle aziende fornitrici». Fratzscher ha quindi sottolineato che ora è cruciale limitare i danni per le altre aziende esportatrici, visto che finora Volkswagen è stata vista come una sorta di pubblicità per tutti i prodotti tedeschi. 

E guarda caso, chi forniva le componenti per i motori diesel alla Volkswagen? Un altro colosso dell’economia tedesca, Bosch, il quale però oltre alla componentistica è attivo anche nel campo della ricerca, anche per quanto riguarda gli ogm: tutti settori in cui gli Usa non amano avere troppa concorrenza. Parliamoci chiaro, si vuole affondare l’economia tedesca e con essa l’Europa. Avete idea quanti terzisti e fornitori, anche non tedeschi, ha la Volkswagen? Capite il significato del termine “indotto” in economia? 

Io capisco che il crollo del mito della Germania autorevole e perfettina vi faccia ridere, vi ispiri sentimenti di vendetta, ma è una soddisfazione pari a quella del marito che si evira per fare un dispetto alla moglie. Fermatevi un attimo e chiedetevi una cosa: come mai proprio ora questa notizia? Proprio mentre è in corso il Salone dell’auto di Francoforte e poco dopo l’appello di Angela Merkel a produttori automobilistici tedeschi affinché assumano i migranti in arrivo? L’Epa non poteva più aspettare, c’era rischio di occultamento delle prove? E poi, scusate, come mai l’intero comparto auto ieri è crollato in Borsa? Se il competitor più forte è caduto nella polvere, si dovrebbe festeggiare per l’apertura della caccia alle quote di mercato e invece tutti giù per terra. 

Ve lo spiego io perché. Anzi, ve lo spiegano gli analisti di Kepler Cheuvreux, a detta dei quali «la controversia che circonda i motori diesel di Volkswagen negli Stati Uniti potrebbe avere un impatto di vasta portata sul settore auto e questo potrebbe rendere la vita dei produttori di apparecchiature originali (Oem) strutturalmente più difficile per quanto riguarda il contenimento delle emissioni». Insomma, se Volkswagen ha la rogna, anche gli altri in privato si grattano. «Riteniamo, infatti, che l’incidente con i motori diesel della casa tedesca negli Stati Uniti porti a controlli più scrupolosi dei suoi prodotti anche in altre regioni. Può anche portare a un controllo più attento dei prodotti degli altri Oem», proseguono gli analisti. 

Inoltre, le difficoltà di Volkswagen negli Stati Uniti non aiutano l’industria automobilistica, soprattutto se si considera che il diesel padroneggia il mercato con una quota significativa delle vendite a livello mondiale: 38% per Bmw, 33% per la MB/smart di Daimler 25% per Volkswagen, 29% per Renault e 33% per Peugeot, con una quota di mercato in Europa sopra il 50%. Nel lungo termine, «questo problema potrebbe anche influenzare la scelta del motore diesel da parte dei clienti statunitensi», avvertono da Kepler Cheuvreux. Allo stesso tempo, però, un cambiamento negativo dell’opinione dei consumatori può rendere più difficile spalmare i costi, pesando quindi sui margini degli Oem più di quanto inizialmente stimato. 

I produttori di apparecchiature originali hanno chiesto il rinvio al 2020 delle regole sulle emissioni di CO2: «Mentre questo momento riguarda solo i problemi delle emissioni di CO2, pensiamo che la riduzione di ossido di azoto sarà il prossimo obiettivo. Ciò implicherà sicuramente tempi più lunghi per gli Oem nel trattare con il regolatore e potrebbe anche far aumentare i costi di adeguamento, intaccando così la redditività dei produttori di auto», concludono gli analisti di Kepler Cheuvreux. 

Capito adesso a cosa sono servite e servono le baggianate ecologiste di Al Gore e soci, munificamente sovvenzionate dai Soros di turno? E poi, che strano, il mercato automobilistico più grande al mondo, quello cinese, va in netto rallentamento con taglio drastico delle stime di vendite e il marchio leader in quel Paese, appunto Volkswagen, cade in disgrazia e lascia quote di mercato libere: guarda che a volte le coincidenze sono davvero pazzesche! 

Volkswagen ha sbagliato, non c’è dubbio, ma il fatto che l’intero comparto tremi significa che la sua colpa è stata solo quella di essersi fatta beccare con il sorcio in bocca. Tanto più che se i francesi sovvenzionano e sussidiano il comparto da sempre, quindi sono gli ultimi a dover parlare e starnazzare richieste di indagini a livello europeo, gli americani è meglio che tacciano, visto che Barack Obama ha salvato con soldi pubblici Detroit e ancora oggi le vendite a enti federali e governativi sono le uniche a mantenere in vita il mercato, come ci mostra il grafico a fondo pagina. 

È un attacco all’Europa da parte degli Usa in un momento di enorme crisi globale e alla vigilia di una nuova recessione, cosa che vi dico da mesi e mesi, mentre altri soloni e professori con titoli accademici degni dei megadirettori di Fantozzi parlavano di ripresa e addirittura di boom dell’economia Usa. Gioire per la figuraccia di Volkswagen è suicida, perché colpiscono Berlino per attaccare tutta Europa. 

Se non l’avete capito, siamo in guerra. Usano la Fed, le inchieste, la svalutazione dello yuan, i programmi di stimolo, il dumping salariale: quando decideremo di toglierci i guanti e mollare cazzotti anche noi? Caso strano, ieri all’ora di pranzo il titolo Vokswagen perdeva oltre il 33% rispetto alla chiusura di venerdì scorso: e cosa ha accelerato le vendite? A buttare benzina sul fuoco ci ha pensato, guarda caso, un articolo del Wall Street Journal che sottolineava come i veicoli del gruppo venduti col sistema taroccato per fregare i controlli sarebbero addirittura 11 milioni. Avete idea, se fosse vero, che multa dovrebbe pagare Volkswagen, altro che i 18 miliardi paventati! Sarebbe il fallimento, il crash. E poi, come mai poco meno di un anno fa, Hyundai e Kia erano stato multate per dati non veritieri con un’ammenda di soli 100 milioni di dollari? E badate bene, all’epoca si trattava della più alta sanzione mai comminata per un’infrazione di questo genere. Di più, come mai General Motors per un difetto di fabbricazione che potrebbe essere stato responsabile di 174 morti pagò al Dipartimento della Giustizia Usa solo 900 milioni (e nessun dipendente ebbe condanne penali) di multa? 

Forza Europa, reagisce e sali sul ring. Bisogna combattere, a tutti i costi e con tutti i mezzi. Se serve, anche coi dazi doganali. 

 



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