FINANZA E POLITICA/ Lo “schiaffo” di Standard & Poor’s alle riforme di Renzi

- int. Francesco Forte

Per FRANCESCO FORTE, ha ragione S&P a dire che i dati positivi per l’economia italiana derivano da fattori esogeni, mentre tutti i nodi che il governo doveva sciogliere restano irrisolti

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«I dati positivi per l’economia italiana derivano da fattori esogeni, mentre tutti i nodi che il governo doveva sciogliere restano irrisolti. Ha ragione quindi Standard & Poor’s a parlare di ripresa tiepida». Lo rileva il professor Francesco Forte, ex ministro delle Finanze e per il Coordinamento delle politiche comunitarie. Ieri l’agenzia di rating ha diffuso un report in cui si afferma che “nonostante i consumatori italiani abbiano ricevuto gli stessi benefici sulla bolletta energetica, la crescita delle spese è rimasta inferiore alle altre maggiori economie, Spagna in particolare”. L’esatto contrario di quanto enfatizzato dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi, alla Direzione del Pd. “Le riforme servono”, aveva detto, ma “è partito un film che giudico un interessante tentativo di ricostruzione parallela: l’Italia riparte per la congiuntura e non per le riforme. Le menzogne hanno le gambe corte”. Per il premier infatti “non è vero che tutte condizioni esterne sono positive”.

Professore, chi ha ragione tra Renzi e S&P?

A generare la ripresa dell’Italia sono chiaramente dei fattori esogeni. Lo si vede in modo evidente dal fatto che l’impulso alla domanda domestica deriva soprattutto dal buon andamento delle esportazioni. Lo stesso indice della produzione industriale rivela una debolezza della domanda interna. I settori che sono spinti dall’export riescono a crescere bene nella produzione industriale, mentre quelli che devono dipendere dalla domanda interna come gli elettrodomestici sono in difficoltà. Le esportazioni del resto sono favorite dal ribasso dell’euro.

Che cosa frena la competitività della nostra industria?

La nostra industria non è così competitiva perché il nostro mercato del lavoro è ancora ingessato. Alcune parti, esposte alla concorrenza internazionale, hanno adottato dei contratti di lavoro flessibili ed efficienti. Il contratto a tutele crescenti è però troppo costoso per generare produttività. Gli stimoli ai consumi che il governo pensa di realizzare facendo deficit, che quest’anno è dello 0,4% superiore rispetto a quanto richiesto, non si traducono poi in crescita.

A che punto siamo per quanto riguarda gli investimenti?

L’eccesso di regolamentazioni fa sì che ai privati non convenga investire, mentre l’operatore pubblico non riesce o non vuole farlo. L’edilizia è tutt’ora in crisi, e ciò blocca gli investimenti nelle costruzioni che alimenterebbero molto la domanda interna perché creerebbero richiesta di beni di consumo. Sulla nostra economia del resto si scaricano la tassazione elevata, il fatto che la crisi ha generato un invenduto immobiliare e nello stesso tempo la mancanza di credito nonostante il Quantitative easing.

La legge di stabilità a deficit può rilanciare la domanda?

Il ministro Padoan probabilmente pensa che l’aumento di deficit serva per generare domanda, ma a mancare in Italia non è lo stimolo bensì il superamento dei vincoli all’offerta.

Che cosa ne pensa del confronto tra Italia e Spagna fatto da S&P, che secondo la società di rating sarebbe favorevole a Madrid?

In parte lo condivido, ma va tenuto conto anche del fatto il turismo quest’estate è stato di gran lunga superiore in Spagna rispetto all’Italia. Le coste iberiche hanno beneficiato della crisi del turismo nel Medio Oriente e in Africa, e quindi lo stimolo a domanda interna e consumi deriva dalla spesa dei visitatori che è stata maggiore rispetto a quella registrata in Italia.

 

Per Renzi però l’economia italiana cresce grazie alle riforme…

Non è così. Quella italiana è un’economia bloccata, che cresce grazie agi stimoli del Quantitative easing e al fatto che alcuni settori che riescono a eccellere nonostante tutto. Il governo, per esempio, ha promesso che abolirà le imposte sulla casa e ridurrà quelle sui profitti. È tutto un lungo elenco di cose che vengono annunciate, ma rispetto a cui non si capisce se si troveranno o meno le coperture. Questi annunci quindi disorientano più che indurre all’ottimismo.

 

Quali altri nodi andrebbero sciolti?

Per esempio, la questione esodati è rimasta incompiuta. Ma la cosa più incompiuta è il testo del decreto “Sblocca Italia”, che nelle intenzioni avrebbe dovuto generare investimenti. L’insieme crea la sensazione che il governo non controlli bene la situazione, e ciò genera incertezza per l’investitore. Nel settore immobiliare c’è poi il problema delle banche che sono piene di edifici in relazione a crediti insoluti, e che non riescono a vendere a causa del fatto che il mercato non tira.

 

(Pietro Vernizzi)

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