RENZI vs UE/ Il gioco delle tre carte sulle tasse

Per ANTONIO MARIA RINALDI, il governo pensa di reperire le risorse grazie ad aumento del Pil e flessibilità Ue, ma è tutto da dimostrare che le cose andranno secondo le previsioni

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Il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan (Infophoto)

«Ormai la specialità principale degli ultimi governi è esclusivamente quella di cambiare il nome alle tasse come in una sorta di gioco delle tre carte». A dirlo è Antonio Maria Rinaldi, docente di Finanza aziendale all’Università Gabriele D’Annunzio di Pescara e professore straordinario di Economia politica alla Link Campus University di Roma. La nota di aggiornamento al Def pubblicata dal ministero dell’Economia intende utilizzare i margini di flessibilità previsti dalle regole europee, grazie a cui il governo prevede di reperire risorse per 17,9 miliardi di euro anche per effetto dell’aumento del Pil. L’obiettivo è destinare queste risorse al taglio delle tasse, incominciando da Imu e Tasi. La Commissione europea, in un rapporto, ha tuttavia segnalato come priorità per il nostro Paese la riduzione del peso fiscale sul lavoro. A stretto giro Matteo Renzi ha replicato “Quali tasse ridurre lo decidiamo noi, non un euroburocrate a Bruxelles”, ribadendo che nella Legge di stabilità sarà cancellata l’imposta sulla prima casa.

Cosa ne pensa della promessa di Renzi di intervenire sulla Tasi?

Di fronte all’annuncio di Renzi che taglierà le tasse sulla prima casa sappiamo benissimo che poi il governo dovrà provvedere a reperire le risorse finanziarie necessarie al patto di stabilità. Lo scorso 18 settembre il Def ha diramato dei dati che hanno rivisto al rialzo rispetto ad aprile le previsioni per 2015 e 2016, fissandole a +0,9% e +1,6%. In cambio questo dovrebbe tradursi in 17,9 miliardi in più di risorse da destinare a sgravi fiscali e investimenti.

È un nuovo “tesoretto”?

Il problema è che si stanno facendo i conti senza l’oste, in quanto è tutto da dimostrare che le previsioni per 2015 e 2016 saranno confermate. Secondo la Nota al Def, il rapporto deficit/Pil l’anno prossimo dovrebbe essere del 2,2%, e ciò fa slittare la messa a regime del Fiscal Compact per l’anno 2018. Il tutto nel momento in cui sappiamo benissimo che il pareggio di bilancio strutturale allo 0,5% imporrà manovre da lacrime e sangue.

Quale impatto avrà il Fiscal Compact?

Il Fiscal Compact prevede la riduzione di un ventesimo l’anno dell’eccedenza del 60% del debito pubblico. Aumentare il deficit significa di fatto aumentare anche quote dello stock di debito. I numeri forniti dal ministero possono avere una sostenibilità solo ed esclusivamente nel caso in cui ci sia effettivamente una crescita. In passato abbiamo visto però che tutte le stime sono state disattese.

L’Europa, che già non è d’accordo sul taglio della Tasi, ce lo consentirà ancora?

È tutto da verificare che cosa pensi Bruxelles di questa modifica, perché sappiamo che la Commissione Ue ha il potere di coordinamento e quindi può anche non avallare le ipotesi previste dal governo italiano, soprattutto se le considera non sostenibili.

Se la misura non fosse ritenuta sostenibile, a quel punto che cosa accadrà?

Per ragioni di carattere elettorale, si procederà comunque all’eliminazione di Imu e Tasi sulla prima casa. All’atto pratico però i cittadini italiani saranno chiamati a mettersi la mano nell’altra tasca per poter fare affluire allo Stato quello che non hanno pagato per l’abitazione principale. Ricordo inoltre che se non riusciremo a raggiungere gli obiettivi di bilancio prefissati scatteranno le clausole di salvaguardia, innalzando le aliquote Iva.

 

È possibile coprire la riduzione delle tasse con tagli alla spesa?

La spesa pubblica italiana complessiva, tolti gli interessi sul debito, in realtà è inferiore alla media europea. Tutte le volte che si va a mettere ordine nella spesa, anziché razionalizzarla a saldi invariati si procede invece con tagli o sul sociale o a discapito diretto dei servizi ai cittadini.

 

La quadratura del cerchio può venire dalle privatizzazioni?

Lo escludo. È stato provato che le privatizzazioni fanno affluire modestissimi apporti nelle casse dello Stato, e in questo momento più che vendite sarebbero svendite. Alcune società di cui lo Stato ha deciso di cedere delle quote hanno inoltre dei dividendi superiori al costo del debito che vanno ad abbattere. Quindi sarebbe stupido che lo Stato alienasse partecipazioni che gli rendono di più di quanto andrebbe invece a diminuire come debito. Senza poi considerare tutte le implicazioni di carattere strategico che in questo momento hanno alcune aziende.

 

(Pietro Vernizzi)

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