SPY FINANZA/ Prezzo del petrolio, “l’accordo” che può fermare il ribasso

- Mauro Bottarelli

Ieri il petrolio è sceso sotto i 28 dollari al barile, ma la discesa del prezzo del greggio potrebbe presto finire e invertire rotta. MAURO BOTTARELLI ci spiega perché

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Come vi avevo anticipato, l’eliminazione delle sanzioni contro l’Iran ieri ha schiantato il prezzo del petrolio sotto i 28 dollari al barile, una discesa inarrestabile che però potrebbe essere non lontana dal trovare il suo proverbiale bottom e poi risalire. L’Opec prevede infatti che un primo riequilibrio della produzione mondiale di petrolio comincerà già da quest’anno. In particolare, sottolinea il rapporto mensile dell’organizzazione, i bassi prezzi costringeranno molti Paesi non Opec a ridurre la propria produzione, contribuendo ad attenuare l’eccedenza strutturale dell’offerta, calcolata in circa 2 milioni di barili al giorno. La riduzione dovrebbe arrivare a 660mila barili al giorno, portando la produzione non Opec da 58,67 a 56,21 milioni di barili al giorno. 

Il taglio maggiore dovrebbe far capo agli Stati Uniti, la cui produzione è stimata in calo di 380mila barili al giorno. Invece nel 2015 la domanda di greggio dai Paesi Opec dovrebbe attestarsi a 29,9 milioni di barili al giorno, con un aumento di 0,2 milioni rispetto al 2014. Per quest’anno l’incremento dovrebbe essere di 1,7 milioni rispetto al 2015 e la domanda dovrebbe attestarsi a 31,6 milioni al dì. 

L’Opec ha elaborato le stime in base alla revisione al ribasso delle previsioni delle principali istituzioni globali sulla crescita economica mondiale al 3% dal 3,1% precedente per quest’anno: per il 2016 le stime rimangono invariate al 3,4%. Dal canto suo, l’Iran ha ordinato, come previsto, un incremento della sua produzione di petrolio di 500mila barili al giorno, dopo la cancellazione delle sanzioni a seguito dell’accordo sul nucleare: «Con la rimozione delle sanzioni – si legge in una nota di Rokneddin Javadi, capo della Nioc e vice ministro del Petrolio – l’Iran è pronto ad aumentare la produzione di 500.000 barili al giorno e oggi questo ordine è stato dato». Ma a giocare un ruolo fondamentale in questo riequilibrio potrebbe essere la Russia, la quale ha già annunciato un netto calo del suo export per l’anno in corso, una mossa che nel medio termine potrebbe riassorbire lo shock ribassista giunto dall’Iran. 

Il monopolista delle pipeline russe, Transneft, ha detto che nel corso del 2016 le compagnie russe con ogni probabilità taglieranno le spedizioni di greggio del 6,4%, stando almeno ai dati preliminari di attesa di produttori come Lukoil, Rosneft e Gazprom. Si tratta di circa 460mila barili al giorno, sufficienti a eliminare dal mercato un terzo dell’eccesso di offerta a livello mondiale e potenzialmente capaci di segnare il punto di svolta nelle dinamiche di prezzo, soprattutto dopo i picchi del 2015, quando Mosca ha esportato fino al 7,3 milioni di barili al giorno. Alla base della decisione di tagliare, un cambiamento sfavorevole nelle politiche fiscali e le sanzioni che cominciano davvero a farsi sentire, sia a livello di congelamento del credito estero, sia come capacità di importare equipaggiamento e componenti. Nuovi progetti sono stati congelati e il vice-ministro delle Finanze, Maxim Oreshkin, ha detto chiaramente all’agenzia Iter-Tass che «il prezzo del petrolio in continuo calo potrebbe portare a pesanti a rapide chiusure e fallimenti nei mesi a venire». 

Insomma, nonostante non navighi affatto in buone acque economiche, la strategia saudita di inondare il mercato sembra cominciare a fiaccare il più importante competitor mondiale. Mosca è alla ricerca di una sorta di patto di non aggressione con Ryad? La cosa certa è che nel documento finale seguito al meeting di dicembre, l’Opec – a guida saudita – ha detto chiaramente di essere una componente troppo piccola per agire da sola sul mercato per stabilizzarlo e che quindi sta ai produttori più grandi non-Opec tagliare per primi. Di fatto, un messaggio nemmeno troppo in codice per Mosca. 

Da un lato il Cremlino non vuole perdere la faccia, giustificando la politica di massima produzione con il fatto che il governo non può dire alle aziende cosa fare e con il clima estremo della Siberia che non consente variazioni troppo rapide e repentina nelle dinamiche di output, ma i veterani del settore dicono chiaramente che se Vladimir Putin desse l’ordine di tagliare, ci sarebbero metodi efficaci per farlo e senza arrecare troppo danno a livello produttivo. 

Anche perché se davvero i prezzi così bassi cominciano a erodere le casse delle aziende, con l’aggravio delle sanzioni, Putin potrebbe avere tutto da guadagnare ad arrivare a un patto con i sauditi, i quali sono a loro volta molto irritati con Washington per la gestione del caso Iran e potrebbero volere far pagare il conto ai produttori shale statunitensi, un qualcosa che certamente non dispiacerebbe a Mosca. 

E che questa ipotesi di accordo Mosca-Ryad sia più di una variabile disperata lo dimostra l’atteggiamento quasi paradossale adottato da Washington proprio ieri, perché se da un lato Usa e Iran festeggiano l’accordo sul nucleare, dall’altro Barack Obama è stato costretto a firmare nuove sanzioni. Questo perché gli iraniani, poche settimane prima dell’intesa di sabato, avevano sperimentato nuovi missili balistici senza averne l’autorizzazione. Immediata la reazione del presidente iraniano Hassan Rohani, che ha definito “illegittime” le nuove penali imposte dagli americani, «perché il programma balistico dell’Iran non è progettato per avere la capacità di trasportare testate nucleari». Pertanto l’Iran annuncia che andrà avanti con i missili, «per proseguire in maniera ancora più seria il suo legale programma missilistico e di sviluppo delle sue capacità di difesa». Le nuove misure Usa vengono bollate come “propaganda” e come un «tentativo di dare privilegi ai centri di potere” di quanti, “all’interno e all’esterno, pongono richieste eccessive». 

E attenzione, perché lo stesso Rohani la prossima settimana sarà in Italia (25-26 gennaio) e Francia (27 gennaio) per la sua prima visita ufficiale in Europa, dopo quella cancellata subito dopo gli attacchi di Parigi del 13 novembre scorso. Nel suo primo giorno nel nostro Paese incontrerà il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, e il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, oltre ad alcuni industriali, mentre il secondo giorno avrà un incontro con papa Francesco. Chissà che qui ad allora qualcos’altro non arrivi a turbare la visita. 

Tornando alla Russia, un accordo con Ryad potrebbe anche essere reso necessario dalle condizioni economiche, visto che il Cremlino intende tagliare la spesa del 10%, anche a fronte di un utilizzo del fondo di riserva che potrebbe azzerarsi da qui a fine anno se si continuerà a utilizzarlo a questo ritmo. Per ora l’unica voce non a rischio di tagli è la difesa, per ovvie ragioni ma il deficit di budget sta avvicinandosi a quota 5% del Pil con i prezzi attuali del petrolio, il tutto in assenza di un mercato obbligazionario interno per finanziarsi e con il credito estero congelato. E con lo short interest così alto sul mercato, ovvero posizioni ribassiste sul mercato dei derivati, potrebbe a breve crearsi la condizione ottimale per uno short squeeze se il sentiment cambiasse e, soprattutto, se davvero Mosca e Ryad cominciassero a parlarsi. 

Oltretutto, l’Iran ha sì fra i 30 e i 40 milioni di barili caricati su tanker al largo delle sue coste, ma si tratta per la gran parte di ultra-light o condensato, quindi non facilmente vendibile nell’immediato e comunque non in grado di intervenire direttamente sulle dinamiche di prezzo del greggio. Ma come vi ho detto la scorsa settimana, a fronte della produzione ai massimi da parte dei principali players, la spare capacity è ai minimi dal 2008, quindi la condizione ideale per un violento rialzo dei prezzi se dovesse sostanziarsi una qualche novità che giustificasse e sostenesse quella dinamica. Inoltre, per tutti gli analisti del settore c’è un unico Paese che potrebbe davvero cambiare i corsi del prezzi se accadesse qualcosa che minacciasse la sua produzione e le sue riserve, la Libia. 

E, guarda caso, l’Isis sta prendendo sempre più piede nell’area di Sirte e ha già tentato l’assalto a due terminal petroliferi di primaria importanza. Se per caso Mosca e Ryad trovassero un accordo, anche tacito, allora un danneggiamento delle infrastrutture o la presa di una di queste da parte di militanti di Daesh potrebbe creare un combinato capace di rimandare sopra quota 35 dollari al barile il greggio e salire sopra quota 50 se non si intravedesse una soluzione rapida. 

Equilibri sottili, ma capaci di cambiare nell’arco di mezza giornata, se qualcuno decidesse che è ora che lo facciano. 

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