FINANZA E POLITICA/ I 600 miliardi che mettono banche e Italia nei guai

- Stefano Cingolani

Le banche non hanno solo i crediti in sofferenza con cui fare i conti, ma anche ingenti titoli di stato dell’Italia. E questo, spiega STEFANO CINGOLANI, è un grande problema

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Il presidente della Bce, Mario Draghi (Infophoto)

E alla fine anche il mite Pier Carlo Padoan ha perso la pazienza e l’ha persa addirittura nei confronti della Bce. Come dargli torto: per giorni i mercati hanno ballato e la speculazione ha attaccato i titoli delle banche italiane prima che Mario Draghi intervenisse a placare le acque spiegando che le indagini sono di routine. Dunque, parlare di “gestione poco accorta dell’informazione” da parte della vigilanza Ue, come ha fato Padoan, è un eufemismo. Ma attenzione, anche l’incidente di percorso della scorsa settimana va collegato a un ben più pericoloso giudizio sullo stato delle banche e dell’economia italiana in generale.

Non è un mistero infatti che molti in Europa, e tra questi soprattutto la Bundesbank che sulla Bce ha un’influenza tutt’altro che secondaria, ritengono che le banche italiane siano potenzialmente un pericolo per il sistema finanziario europeo, non tanto perché hanno poco capitale e troppi crediti a rischio (due problemi seri e da risolvere sia chiaro), ma soprattutto perché hanno in pancia troppi titoli di stato, i quali – a differenza da quel che si pensava un tempo – non sono affatto a rischio zero.

La Bce del resto ha già acceso un semaforo giallo più di un anno fa, nel frattempo le cose sono peggiorate. Le banche italiane hanno 200 miliardi di prestiti considerati inesigibili e oltre 400 miliardi di buoni del Tesoro. Hanno usato la liquidità della Bce per acquistare Btp il cui livello nei loro bilanci è triplicato dal 2008 in poi. E ciò ha spiazzato il credito alle famiglie e alle imprese, nonostante i depositi bancari siano continuati ad aumentare. Così, se anche nascesse una bad bank in grado di assorbire i crediti marci, i conti sarebbero impiombati dai titoli di stato.

Dunque, il problema primario è il debito pubblico. Lo è per le banche, lo è per la politica economica italiana e per la zona euro nel suo insieme. Il debito è troppo alto, continua a crescere, e la riduzione ipotizzata dal governo dipende da uno scenario che è peggiorato nettamente anche rispetto a quando è stata presentata la Legge di stabilità. I fattori esterni sono evidenti, ma anche i fattori interni cominciano a emergere in modo preoccupante. I conti pubblici, come ha scritto Luca Ricolfi su Il Sole 24 Ore, non vanno affatto bene: le entrate migliorano, ma peggiorano le uscite. Non c’è nessuna riduzione della spesa pubblica, la quale, anzi, continua a essere finanziata in deficit: “L’Italia non ha approfittato della ripresa per risanale il bilancio dello Stato, ma si chiede ai conti pubblici di sostenere la ripresa”.

Fino all’anno scorso, essendo in recessione, l’Italia ha usufruito di un periodo di transizione che ha reso meno cogenti gli impegni di riduzione del debito, ma la transizione è finita e non si può escludere che l’Ue apra una procedura d’infrazione. “La sfiducia nella capacità italiana di ridurre il rapporto tra debito pubblico e il Pil scoraggia il ricorso a pratiche di accentramento della politica economica e di condivisione dei rischi”, scrive un documento stilato da un gruppo di economisti, molti dei quali di scuola Banca d’Italia (Carlo Bastasin, Lorenzo Bini Smaghi, Franco Bruni, Marcello Messori, Stefano Micossi, Franco Passacantando, Fabrizio Saccomanni e Gianni Toniolo).

Questa convinzione che il debito pubblico italiano sia uno degli elementi più critici per la stabilità dell’area euro condiziona il rifiuto (o quanto meno il rinvio sine die) dell’assicurazione comune dei depositi bancari europei. L’obiettivo esplicito è far uscire i buoni del tesoro di un Paese dai bilanci delle banche di quello stesso Paese in modo che, all’arrivo di una crisi, diventi possibile ristrutturare il debito senza devastare le banche.

Se questo è lo scopo da raggiungere, appare chiaro perché l’intero sistema creditizio italiano sia finito nel mirino. Certo, alcune banche sono messe peggio di altre (si pensi a Mps), nessuna, però, è esente dal rischio debito sovrano. Ma le banche italiane possono davvero vendere in massa i Btp che hanno acquistato? Basti pensare a cosa è accaduto nel 2011 quando alcune grandi banche straniere (tra le quali Deutsche Bank) hanno cominciato a disfarsi di una piccola quantità di titoli italiani. Non esiste un mercato finanziario non bancario in grado di assorbire lo choc. Non c’è in Europa un mercato parallelo come quello per i titoli dei singoli stati americani. E non c’è nessuna forma di mutua garanzia. Dunque, sarebbe una catastrofe finanziaria per l’intera Ue.

Siamo in un circolo vizioso. Certo, l’Italia dovrebbe cominciare a ridurre il proprio debito pubblico, questo di per sé manderebbe un segnale positivo, ma l’unico modo di affrontare in modo radicale il problema dei debiti pubblici che minano l’euro è mettere in cantiere gli eurobond come aveva proposto nel 2008 lo stesso Jean-Claude Juncker insieme a Giulio Tremonti. Un’idea più attuale che mai, ma chiusa a chiave nei cassetti di Bruxelles.

Dunque, il governo italiano è solo davanti ai suoi problemi: un debito smisurato e in continua crescita, una ripresa anemica, un impatto finora deludente delle riforme strutturali, la sensazione di non avere più molte cartucce. Le uniche sparate, così, sono quelle verbali.

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