INCIUCI & MEDIA/ Il “patto segreto” Elkann-De Benedetti su Repubblica e La Stampa

- Sergio Luciano

Uno scambio azionario minimo destinato a lievitare in un’alleanza strategica: per SERGIO LUCIANO c’è un piano segreto tra John Elkann e Carlo De Benedetti riguardante i quotidiani

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John Elkann (Infophoto)

Uno scambio azionario minimo, poco più di uno incrocio di omaggi, ma destinato a lievitare in un’alleanza strategica: ecco il piano segreto che John Elkann e Carlo De Benedetti – gli editori di riferimento, rispettivamente, de La Stampa e del Secolo XIX il primo e del Gruppo Espresso-Repubblica il secondo – stanno valutando con i loro advisor per un futuro a medio termine. Inutile cercare conferme dalle fonti ufficiali, ed erroneo paventare eventuali smentite di rito: la verità è che le due aziende, agli occhi di molti analisti e soprattutto dei loro proprietari, sono come le due metà della stessa mela, destinate a un incastro perfetto. È solo questione di tempo, come già fu per l’acquisizione del Secolo, plurismentita quando era già da mesi e mesi progettata e poi è stata finalmente attuata. E in fondo è giusto o almeno inevitabile così. Ma andiamo con ordine e cerchiamo di capire i perché delle fatali nozze.

La crisi della carta stampata in specie e dell’informazione a pagamento in genere è sotto gli occhi di tutti, in tutto il mondo. Ogni lettore “cartaceo” che passa a miglior vita è un lettore perso, senza rimpiazzo. E i ricavi di origine digitale non compensano. In molti altri Paesi, però, gli editori – più professionali e “puri” dei nostri – hanno messo in atto da tempo le contromisure che in Italia cominciano solo ora a vedere: per esempio, il pagamento dei siti web, che il Corriere meritoriamente inaugura in questi giorni, non imitato peraltro, al momento, da nessuno dei concorrenti. 

L’analisi generalmente condivisa è comunque che il rapporto tra ricavi da copie vendute, cartacee o digitali che siano, e pubblicità da una parte con, dall’altra, i costi di produzione non tornerà mai più ricco come una volta. La concentrazione tra le imprese, necessaria per mettere in comune e quindi abbattere i costi generali, appare quindi una strada segnata. 

Esattamente la strada seguita da Elkann, che – non ancora quarantenne – da un lato ha fortemente incentivato l’evoluzione digitale della Stampa, firmata peraltro proprio dal neodirettore di Repubblica Mario Calabresi, ma dall’altro lato ha dimostrato con i fatti di credere nel futuro dell’informazione di qualità, rilevando il 40% dell’Economist.

Viceversa, le voci di mercato ripetono da tempo che l’attenzione e l’interesse del gruppo Fca per la Rizzoli-Corriere della Sera – dove pure fino a un paio d’anni fa Elkann pareva interessato a crescere – si sia molto raffreddato. Per forza: l’estabilishment bancario e finanziario che controlla via Solferino chiaramente non gradiva una preponderanza che il gruppo ex-di-Torino riteneva forse di avere invece il diritto – più araldico che monetario in verità – di esercitare. L’uscita dalla scena Rcs dell’ex amministratore delegato Pietro Scott Jovane, molto stimato da Elkann che l’aveva fortemente sostenuto, è stata il suggello di questo distacco strategico che potrebbe concretizzarsi nell’astensione del gruppo Fca dalla sottoscrizione della sua quota di un eventuale futuro – possibile se non probabile – aumento di capitale dell’azienda.

Dal lato di Repubblica, invece, la situazione è semplice. Carlo De Benedetti, l’Ingegnere, è affezionatissimo all’unico gioiello del suo gruppo che segue personalmente. Ne ha scelto il direttore, ne ha festeggiato il quarantennale con un discorso accorato, ha scritto – evento inedito – un editoriale di benvenuto per Calabresi anche più lungo di quello del neo-direttore. Ama il giornale come se lo avesse fondato lui, circostanza peraltro vera dal suo punto di vista perché fu proprio lui tra i primi soci che Eugenio Scalfari – il fondatore vero – portò a bordo per finanziare la sua creatura: “È un cane sciolto”, diceva dell’Ingegnere il direttore, “E in questo ci somiglia, non si apparenta con nessuno”.

Il problema, per l’Ingegnere, è però oggi duplice: da una parte, sa che i suoi figli – soprattutto Rodolfo, che lo ha affiancato prima e sostituito poi al vertice del gruppo -non hanno la stessa passione per l’editoria che ha lui. Non hanno, diversamente da lui, potuto misurare direttamente sulla propria pelle cosa vuol dire avere o non avere un grande giornale dalla propria parte quando si combattono guerre finanziarie internazionali (la Sgb), si negozia con il governo per gli ammortizzatori sociali (l’Olivetti), si tentano affari di sviluppo (la Sme), si deve replicare ad accuse che la Cassazione ha poi archiviato (l’Ambrosiano), ci si deve affermare come un imprenditore anti-corruzione nonostante i diversi sospetti del Pool di Mani Pulite.

E poi, al netto della reciproca riconoscenza “storica” tra De Benedetti e il quotidiano di Largo Fochetti, l’Ingegnere ha compiuto 81 anni (auguri per altri 100) e desidera giustamente costruire un futuro il più sostenibile che si possa per il gruppo editoriale che controlla. Da qui la disponibilità a valutare aggregazioni di rilievo.

Ma perché proprio La Stampa? In parte per quella certa affinità di riferimenti culturali – il Partito d’Azione e i suoi intellettuali – che c’è da sempre tra i due giornali, un’affinità che proprio Scalfari, in un editoriale a commento dei quarant’anni e del cambio della guardia al vertice, ha citato e ratificato. In parte per esclusione: una concentrazione diversa sarebbe all’atto pratico impossibile. Con il Corriere no, sia per ragioni antitrust, sia perché alla Rcs si sa che comanda il management, ma non è chiarissimo chi tra i soci si consideri depositario delle strategie future… Con i gruppi Riffeser e Caltagirone neanche, per evidente disomogeneità e distanza, politico-culturale. Con Il Sole 24 Ore, leader nell’informazione economica, un’alleanza genererebbe forse le minori sinergie. E dunque, la naturale confluenza non può che esprimersi tra Repubblica e La Stampa-Il Secolo. Tanto più che il tandem su cui i due quotidiani, quello torinese e quello genovese, hanno scelto di pedalare ha tagliato a quanto pare sin dall’esercizio 2015 il traguardo dell’utile di bilancio. 

I tempi? Per il primo “assaggio” dell’alleanza, un 10% di Stampa-Secolo all’Espresso contro magari un 2% dell’Espresso a Stampa-Secolo, basteranno pochi mesi, forse poche settimane. Per la fase due, c’è assai più tempo.

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