FINANZA/ La “cassaforte” che blocca l’Europa

- Sergio Luciano

In Europa, come in Italia, è crescente la mole dei risparmi, sia da parte delle famiglie che delle banche. Tutto ciò non aiuta contro la crisi, ricorda SERGIO LUCIANO

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Tirare in ballo la “neuroeconomia” è giocoforza, di fronte a certe notizie. Quella dell’altro giorno, nella sua semplicità, è un esempio perfetto. Il tasso di risparmio delle famiglie nell’Eurozona è stato del 12,8% nel secondo trimestre del 2016, in crescita dal 12,6% rilevato nei primi tre mesi dell’anno. Parola di Eurostat. E gli investimenti delle famiglie sono cresciuti in proporzione: all’8,6% a fronte dell’8,4% del trimestre precedente.

Ma c’è di più: nell’epoca dei tassi rasoterra e dei rendimenti negativi, le banche hanno fatto a gara a parcheggiare i loro fondi presso la Bce, che pure le penalizza con tassi di interesse negativi per lo 0,4%. Ebbene, lo “stock” dei depositi bancari nella pancia di mamma-Bce ha oltrepassato la soglia dei 400 miliardi di euro per la prima volta dal 16 luglio del 2012 (403 miliardi). La consistenza di questi depositi nasce dalla grande difficoltà che l’enorme massa liquida immessa dalla Bce nel circuito bancario-creditizio con il Quantitative easing incontra poi a farsi strada nell’economia reale.

Cosa sta succedendo, in Europa? Sta proseguendo e accentuandosi un fenomeno di “accaparramento” e “protezione” delle risorse finanziarie – da parte delle famiglie come delle banche – come reazione alla grande incertezza dei nostri tempi. Già nel 2013 il fenomeno venne ben descritto da Matteo Motterlini, docente di neuroeconomia all’Università San Raffaele: “In anni di ricerche”, spiegò Motterlini in un’intervista, “abbiamo verificato che la mente umana si comporta in modo molto diverso di fronte al rischio e di fronte all’incertezza. Nel primo caso, quando è possibile calcolare le probabilità avverse, si attivano aree del cervello che aiutano a fronteggiare la situazione in modo efficace, anche con una certa intraprendenza. Di fronte a una situazione incerta, invece, le risposte tendono a essere irrazionali, dettate dalla paura. In alcuni casi si verifica una sorta di congelamento delle capacità decisionali che determina una forte propensione a non far nulla». È quel che sta accadendo oggi.

Stando così le cose, è difficile immaginare che gli italiani (ma in generale gli europei) possano oggi rischiare investimenti al buio, soprattutto in attività economiche incerte o in consumi rinviabili. Una paralisi ci blocca: non sapere cosa ci riserverà il futuro. Perché l’incertezza “tende a essere proiettata anche nel futuro”, spiegò ancora Motterlini, “nel senso che si fa fatica a immaginare un domani diverso dall’oggi. Un po’ come accade a una barca incagliata che non riesce a trovare la spinta per liberarsi dagli scogli”.

Anche a prescindere dal risultato elettorale del sovrastimato referendum, abbiamo paura. Ecco perché risparmiamo anche se farlo non ci rende nulla. Ecco perché, anche se abbiamo guadagnato onestamente i nostri soldi, li teniamo fermi in banca – o nel controsoffitto, come un famoso “paparazzo” oggi in galera – anziché spenderceli, in consumi e tanto più in investimenti. Eppure è irrazionale.

È sempre dell’altro giorno un’interessantissima ricerca di Pimco, il numero uno mondiale nella gestione del reddito fisso, che scrive, per la firma dell’analista Nicola Mai, che anche l’incognita del referendum a ben guardare, non dovrebbe paralizzarci così. “In caso di vittoria del Sì”, scrive l’acuto economista di Picmo, “l’esito positivo sui mercati sarebbe netto. L’Italia adotterebbe un sistema elettorale che assicura un chiaro vincitore e Renzi resterebbe verosimilmente in carica sino alla fine della legislatura, nel 2018. A quel punto vi sarebbe una gara serrata tra lui e l’euroscettico Movimento 5 Stelle (M5S) di Beppe Grillo. Ma in caso di vittoria del No, anche se Renzi si dimettesse, difficilmente ci sarebbero nuove elezioni, il Senato manterrebbe il proprio potere legislativo e sarebbe eletto con un sistema puramente proporzionale, che quasi certamente produrrebbe un parlamento privo di una chiara maggioranza. Per questa ragione, il Presidente della Repubblica spingerebbe plausibilmente per la formazione di un governo di transizione – capeggiato da Renzi stesso o da un’altra figura politica o tecnica – incaricato di varare una nuova legge elettorale prima della convocazione di nuove elezioni. Questo scenario avrebbe per l’Italia tutte le caratteristiche di uno sviluppo classico in vecchio stile; inoltre, renderebbe meno probabile una vittoria del partito di Beppe Grillo alle prossime elezioni”. Quindi, nessun problema particolare.

E allora perché risparmiare con tanta pervicacia? Perché sotterrare i nostri talenti, anziché tentare di farli fruttare? Una risposta diversa da quella suggerita dalla neuroeconomia non c’è: si chiama paura del domani.

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