SPY BANCHE/ Ubi sulle “good banks” e Passera su Mps: quello scambio che Renzi rifiuta

- Nicola Berti

Si fa più duro lo scontro politico-finanziario attorno al riassetto bancario. Ubi dice no al Tesoro sulle “good banks”, mentre Renzi resiste sul “piano JPMorgan” per Mps. NICOLA BERTI

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Matteo Renzi (LaPresse)

Se Ferruccio de Bortoli viene colpito da una minaccia di querela per un editoriale sul Corriere della Sera e la “patteggia” subito con un’ammissione di errore vuol dire che il caso è serio: soprattutto se il caso è il dissesto Mps e il querelante è Marco Carrai, il braccio sinistro del premier Matteo Renzi. Ma il caso si fa oltremodo serio se – sulla prima pagina del Corriere di ieri – il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan recapita una lunga lettera in cui prende estremamente sul serio l’editoriale di de Bortoli, molto critico con l’azione del governo su Mps. Tanto più che lunedì sera Padoan ha riunito al Tesoro il governatore della Banca d’Italia, gli amministratori delegati di UniCredit, Intesa Sanpaolo e Ubi, il presidente dell’Acri, e i vertici dell’Abi e del fondo Atlante. Sul tavolo tutti i dossier bancari incancreniti: dal Monte alle quattro banche che il Fondo italiano di risoluzione avrebbe dovuto rivendere entro il 30 settembre. Esito del summit: nulla di fatto su tutto. Qualche indizio di quanto sta accadendo può giungere proprio dallo scontro mediatico.

Il governo preme su Ubi perchè si accolli due o tre delle quattro good banks: certamente Etruria e Marche, le più grandi e problematiche. La Bce – mantenendo una linea di estremo rigore verso la messa in sicurezza del sistema bancario italiano – ha tuttavia posto il vincolo di un aumento di capitale: uno sforzo che certamente la banca lombarda non intende affrontare per un salvataggio sollecitato dalle autorità monetarie. Ubi ha già resistito a un forte pressing di Roma perché intervenisse direttamente su Mps: per il quale ora Palazzo Chigi ha architettto la “soluzione di mercato” affidata a JPMorganChase. È contro questo accordo “opaco” che de Bortoli continua a scagliarsi, in tandem con il suo ex vice Massimo Mucchetti, oggi senatore della minoranza anti-renziana nel Pd.  È stato proprio quest’ultimo a scoprire le carte, sempre lunedì sul Fatto Quotidiano: rilanciando la proposta di Corrado Passera – ex Ceo di Intesa ed ex ministro del governo Monti – sostenuto da Ubs.

Provando a montare assieme spunti di cronaca, indiscrezioni e segnali mediatici – compresa la marginalizzazione di Mediobanca lamentata da de Bortoli – è forse ipotizzabile un confronto politico-bancario in corso su questo canovaccio: Ubi è indisponibile a intervenire sulle good banks fino a che il “piano Passera” viene tenuto fuori dalla porta a Siena. E la Bce – che non fa nulla per agevolare Ubi – non vede chiaramente di buon occhio la JPMorganChase come cavaliere bianco del Monte (magari anche per qualche ruvidezza di troppo nei confronti di Mediobanca e della tradizionale primazia di Goldman Sachs sui grandi affari italiani).

Se aggiungiamo che anche Atlante appare in stallo (di fatto immobilizzato sulle due Popolari del Nordest) appare meno sorprendente la durezza del braccio di ferro che vede de Bortoli sotto i riflettori come protagonista mediatico milanese in contrapposizione al “cerchio magico” renziano. Ma dietro si intuiscono altri profili forti: il presidente emerito di Intesa Sanpaolo, Giovanni Bazoli (la figlia è nel consiglio Ubi), il presidente della Bce Mario Draghi, l’amministratore delegato di Mediobanca Alberto Nagel e il leader delle Fondazioni Giuseppe Guzzetti (lui stesso ultimamente in surplace sul futuro di Atlante 1 e 2).

Come ha avvertito il Financial Times già in estate, per Renzi i rischi derivanti da una gestione spregiudicata o sbagliata delle crisi bancarie “toscane” possono essere più elevati di quelli di una sconfitta al referendum.

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