FINANZA E POLITICA/ La finta apertura dell’Ue all’Italia

- int. Luigi Campiglio

Per LUIGI CAMPIGLIO, il rischio che un grande Paese come l’Italia scivoli fuori dall’euro è dietro l’angolo. Basterebbe lo 0,5% di tasso d’interesse in più e già avremmo dei problemi

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Pierre Moscovici (Lapresse)

«Le ultime vicende dimostrano come la distanza politica e psicologica tra Bruxelles e Roma faccia sì che tra le due capitali c’è un oceano, non un’autostrada». Lo rimarca Luigi Campiglio, professore di Politica economica all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, secondo cui «il rischio che un grande Paese come l’Italia scivoli fuori dall’euro è dietro l’angolo. Basterebbe lo 0,5% di tasso d’interesse in più e già avremmo dei problemi». Giovedì a margine della sessione annuale del Fondo monetario internazionale il commissario Ue agli Affari europei, Pierre Moscovici, ha dichiarato: “Abbiamo detto che siamo pronti a considerare spese per la crisi di rifugiati o per un terremoto, come l’Italia, o per un Paese che soffre attacchi terroristici come il Belgio. Si tratta di flessibilità precise, limitate e chiaramente spiegate”. E ha aggiunto il commissario Ue: “In Italia c’è una minaccia populista. Per questo sosteniamo gli sforzi di Renzi affinché sia un partner forte all’interno dell’Unione Europea”.

La precisazione di Moscovici è realmente un’apertura rispetto alle richieste di flessibilità dell’Italia?

Non lo è nel modo più assoluto. Sarebbe ben curioso se in una situazione di questo tipo l’Unione europea non manifestasse alcun segnale di solidarietà.

La posizione dell’Unione europea non cambia di una virgola?

Assolutamente no.

Sempre Moscovici ha dichiarato che l’Unione europea sostiene Renzi perché c’è una minaccia populista. Significa che l’Ue ci dà un aiutino per salvaguardare se stessa?

Quella di Moscovici è una visione molto miope. Tra il 2000 e il 2015 l’Unione Europea si è divisa letteralmente in due e ha perso un pezzo, cioè la Gran Bretagna. La gestione della politica economica di austerità in 15 anni ha comportato che per metà della popolazione dell’Unione europea il consumo pro capite è diminuito e per metà invece è aumentato. Ciò significa dividere l’Ue anziché unirla.

Il rischio dei populismi è comunque reale?

Quanto Moscovici racconta è una versione particolarmente semplicistica della realtà. Il problema è una politica di austerità che è fallita, creando un generale disagio e malcontento all’interno dell’Unione europea. Popoli che prima erano entusiasti dell’idea europea, tra cui gli italiani, adesso sono sempre più in difficoltà e scettici. Affermazioni come quelle di Moscovici significano confondere la causa con l’effetto.

Qual è la vera causa?

La causa è il fatto che all’interno dell’Unione europea non c’è stata la solidarietà che sarebbe stata necessaria. Ma ancor più è mancata una politica economica, in particolare per quanto riguarda il piano di investimenti che non più tardi di un anno e mezzo fa era proclamato a gran voce dal presidente della Commissione Ue, Jean Claude-Juncker. Un piano che era stato anche rafforzato nelle dichiarazioni che si sono poi rivelate una bolla di sapone come in tante altre occasioni.

La Bce si è impegnata a continuare con il Quantitative easing. Basterà?

No. Non si può immaginare che la politica economica europea si materializzi esclusivamente in una politica monetaria, per di più strangolata da regole sempre più stringenti. Il Quantitative easing del presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, è destinato o a finire o comunque a doversi allargare in altre direzioni. Il rischio di un aumento dei tassi d’interesse incomincia dunque a profilarsi all’orizzonte.

 

Ridurre il debito non è anzitutto nell’interesse dell’Italia?

Non si può parlare di debito senza tenere conto del suo rapporto con il Pil. Nel 2007 il rapporto debito/Pil dell’Italia era pari al 103,47%, mentre nel primo trimestre 2016 ha raggiunto il 135,4%. Se l’Italia avesse avuto una crescita economica come nella prima fase dell’euro, il nostro rapporto debito/Pil sarebbe sceso al di sotto del 100%. In questi anni noi abbiamo fatto sacrifici enormi. La spesa pubblica in termini reali per la sanità è diminuita del 10% in cinque anni, e nello stesso periodo quella per l’istruzione è calata del 13%. Questo significa veramente sbriciolare un Paese.

 

La soluzione è andare verso una maggiore integrazione europea o verso la dissoluzione dell’euro?

Nessuno per ora è sceso nel dettaglio di quello che significhi una dissoluzione dell’euro sul piano economico e politico. O noi come europei pensiamo di trasformare finalmente questa situazione, oppure il fatto che un grande Paese come l’Italia scivoli fuori dall’euro è una prospettiva dietro l’angolo. Si tratta di un rischio serio, grosso. Basterebbe lo 0,5% di tasso d’interesse in più e già noi avremmo dei problemi. Questo ragionamento va fatto. Se la maggior parte dei Paesi che appartengono all’Unione europea non crede più nel suo progetto, diciamolo e cerchiamo di organizzare qualcosa che non sia traumatico. Vorrei che fosse chiaro che così non si può andare avanti per più di due o tre anni.

 

Che cosa accadrà di qui a due o tre anni?

Ciò che pavento è una divisione disordinata, cioè la possibilità che nel giro di due o tre anni arrivi in Italia la Troika come è accaduto in Grecia. A quel punto altro che populismo, anzi avremo un problema di piazza.

 

(Pietro Vernizzi)

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