CARO PADOAN/ Pil, deficit e riforme: da dove escono i suoi conti?

- Stefano Cingolani

Le recenti dichiarazioni di Pier Carlo Padoan fanno sorgere più di una domanda sul suo ottimismo riguardo l’economia italiana. La lettera aperta di STEFANO CINGOLANI

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Pier Carlo Padoan (Lapresse)

Caro professor Pier Carlo Padoan, ministro della Repubblica italiana, ci può spiegare come fa a essere così ottimista? Va bene scacciare i gufi, ma non per questo bisogna cantare come le cicale. L’Italia locomotiva d’Europa? Sembra davvero un po’ forte. Certo, parlando alla Columbia University ha messo le mani avanti: cominciano a vedersi i frutti delle riforme, ma siamo solo agli inizi; i dati sull’occupazione sono “incoraggianti, ma non soddisfacenti”; la crescita è ancora troppo fiacca, come ha ammesso con realismo anche nella sua Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza. Poi, però, ha sfidato il Fondo monetario internazionale sulle stime: “Vedremo alla fine chi ha ragione”, ha detto, anche se si tratta di una gara per pochi decimali. Ha assicurato che la crisi delle banche è in via di soluzione, ma soprattutto ha scommesso che in un paio d’anni l’Italia, oggi vagone di coda del treno, passerà in testa. Ebbene, da che cosa le deriva questa convinzione?

Abbiamo capito, ci corregga se sbagliamo, che lei sta applicando il paradigma della molla. Fuor di metafora, le riforme di struttura (quelle economiche, quelle organizzative e quelle istituzionali) hanno l’obiettivo di cambiare il modo in cui funziona il mercato (più flessibilità nell’uso dei fattoti, più concorrenza), la Pubblica amministrazione e il governo. Tutto questo non si vede nell’immediato, ma è come quando si carica la molla: arrivati a un certo punto, l’immobilità apparente finisce e il meccanismo scatta improvviso in avanti. La condizione è che nel frattempo non cambino le condizioni esterne, non muti il contesto nel quale la molla deve operare. E, ci corregga se sbagliamo, tutto sembra suggerire che questa cornice è in rapida trasformazione.

Il primo cambiamento riguarda la politica monetaria della Bce. Mario Draghi ha detto che non cambierà nemmeno dopo il prossimo marzo mettendo a tacere alcune preoccupazioni non di poco conto, ma difficilmente la Banca centrale europea potrà spingersi più avanti; anzi, si andrà verso un ritorno, sia pur cauto, dei tassi d’interesse in territorio positivo. L’Italia ha ottenuto il massimo dalla Bce; se non è bastato a ridurre il debito e rilanciare la crescita è perché i governi in questi anni non hanno utilizzato al meglio una occasione che non si ripeterà.

Sempre restando nel campo delle condizioni esterne, il Fondo monetario internazionale prevede una fase di crescita lenta e difficile, anche perché siamo in presenza di una progressiva ritirata della globalizzazione, se non proprio un vero ritorno del protezionismo. La rapidità di questo arretramento dipende da cosa succede tra Stati Uniti e Cina se viene eletto Donald Trump. Ma anche se Hillary Clinton conquisterà la Casa Bianca la tendenza di fondo non cambia, tutt’al più sarà seguita con maggior cautela diplomatica. L’Italia che è uscita dalla lunga recessione grazie alle esportazioni, non può più sperare in un traino della domanda estera. Questo nel momento in cui la domanda interna per consumi e investimenti è deludente, come lei stesso, egregio ministro, ammette.

A questo punto lei può ribattere: sì, ma c’è la molla. Anche qui però non potrà negare che i prossimi mesi non segnalano bonaccia. Intanto c’è di mezzo il referendum. Se vincesse il no, si aprirebbe una fase molto, molto incerta. Crede davvero che sarebbe possibile continuare a caricare la molla fino in fondo, cioè portare a termine le riforme della giustizia e della Pubblica amministrazione, in altri termini proprio di quei corpi intermedi che mettono i bastoni tra le ruote?

Chiaramente conosce la risposta; infatti, a Washington ha anche messo in guardia dalla vittoria del no. Tuttavia sa bene che troppe cose non hanno funzionato, troppi intoppi, per usare un eufemismo, hanno impedito di realizzare gli impegni riformatori e le promesse concrete, con tanto di date e scadenze. Ricordiamo tutti quell’elenco di riforme da presentare e realizzare mese dopo mese. All’appuntamento con il cambio delle condizioni esterne e del referendum bisognava arrivare con un carnet molto più pieno, invece contiene sostanzialmente solo il Jobs Act, un provvedimento necessario, ma non sufficiente a creare nuovi posti di lavoro in mancanza di aumento della domanda interna.

Infine, l’ultimo dubbio che le chiediamo di fugare. Il Fondo monetario internazionale ha riconosciuto che l’economia mondiale non può tornare a crescere solo stampando moneta, una politica monetaria espansiva deve essere accompagnata da una politica fiscale attiva che, una volta avviata, prenda in mano il testimone dalle banche centrali. Finora questa azione di stimolo si è vista in Cina (con scarsi effetti) e in Canada (dove sembra funzionare meglio). La Germania resiste per ragioni elettorali, ma forse sarà spinta ad allargare la borsa prima del voto del prossimo settembre. La Francia ha già comunicato che non rispetterà nemmeno l’anno prossimo il limite del 3% al deficit pubblico sul prodotto lordo e aspetta di vedere chi sarà il prossimo presidente, la Spagna resterà ancora al 5% sperando nel frattempo di formare un governo. Ebbene, l’Italia cresce meno di tutti e ha deciso di seguire una politica di deficit spending che dal un lato non è sufficiente a dare una spinta allo sviluppo e dall’altro non riesce nemmeno a ridurre il debito. Ci può spiegare come si fa a risolvere questa equazione con troppe incognite?

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