SPY FINANZA/ La mossa di Trump che può far salire il prezzo del petrolio

- Mauro Bottarelli

Non sarà semplice per l’Opec arrivare a un taglio della produzione del petrolio il 30 novembre. Per MAURO BOTTARELLI non è quindi da escludere una mossa Usa contro l’Iran

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Immagine di repertorio (Foto: LaPresse)

Se ben ricordate, qualche tempo fa – quando si vociferava di un ok della Russia al congelamento delle quote petrolifere per permettere un aumento delle valutazioni – vi dissi chiaramente che il prezzo del greggio sarebbe ancora sceso, per due fattori: primo, l’eccesso di offerta sul mercato. Secondo, l’impossibilità per i principali attori di perdere quote di mercato, quindi l’acclarata prosecuzione dell’aumento generalizzato dell’output. Negli ultimi giorni, infatti, le valutazioni del petrolio sono calate e l’argomento torna interessante e meritevole di approfondimento in vista della cruciale riunione dell’Opec prevista per fine mese.

Proprio l’organizzazione dei Paesi produttori venerdì scorso ha reso noto di aver incrementato la produzione di greggio a ottobre, nonostante a parole punti a un taglio alla produzione in occasione della riunione di Vienna per stabilizzare i prezzi. L’output del cartello è infatti aumentato di 240mila barili al giorno a quota 33,64 milioni di barili, ben al di sopra del tetto massimo concordato ad Algeri a settembre. Inoltre, stando al rapporto mensile dell’organizzazione, l’Opec ha pompato quasi 1 milione di barili in più rispetto alla domanda attesa per l’anno prossimo a 32,7 milioni di barili al giorno e a 31,9 milioni quest’anno. Nigeria, Libia e Iraq hanno guidato l’impennata e sono tra i primi a chiedere deroghe al taglio della produzione. Insomma, anneghiamo nell’oro nero.

Solo giovedì, l’Agenzia Internazionale per l’Energia (Aie), nel proprio rapporto di novembre, ha sostanzialmente confermato le proprie stime sottolineando che il prezzo del greggio dipenderà dalla riunione dell’Opec del 30 novembre. Qualora gli accordi di Algeri fossero implementati, infatti, il mercato potrebbe tornare in equilibrio dal primo trimestre 2017, sebbene resterebbero ancora da smaltire le scorte. In caso contrario si dovrà aspettare fino al quarto trimestre o anche ai primi tre mesi del 2018, con il rischio di un’ulteriore caduta delle quotazioni nei prossimi mesi.

Stando all’agenzia, l’Opec dovrebbe tagliare tra 830mila e 1,33 milioni di barili al giorno per raggiungere l’ammontare previsto dall’intesa di Algeri, mentre la produzione di greggio dei Paesi membri dell’Opec a ottobre è aumentata per il quinto mese consecutivo. Ma l’impegno dell’Opec è reso ancor più difficile dai produttori esterni al cartello, come la Russia, il Brasile, il Canada e il Kazakistan che stanno ulteriormente incrementando la produzione di oro nero. Mosca ha superato 11,2 milioni di barili al giorno in ottobre:?in un paio di mesi – mentre proclamava di essere pronta a tagliare o congelare l’output – ha aggiunto sul mercato ben 500mila barili quotidianamente. Del resto, l’Opec non è stata da meno:?la ripresa della produzione libica e nigeriana, insieme a nuovi record per Iraq (4,59 mbg) e Kuwait (2,93 mbg)?hanno spinto l’output del gruppo al picco storico di 33,83 milioni di barili al giorno. Per rispettare l’obiettivo di Algeri, ossia un tetto produttivo di 32,5-33 mbg, servirebbe un taglio di almeno 830mila barili.

«Non possiamo predire l’esito del vertice del 30 novembre – afferma l’Aie -, ma ci rendiamo conto delle dimensioni della sfida. Qualunque sia il suo esito, il vertice di Vienna avrà un impatto considerevole sul futuro, spesso rinviato, riequilibrio del mercato del petrolio». Ma attenzione, perché come sempre quando si parla di petrolio si parla anche di dollari e di geopolitica. A bloccare la situazione, infatti, è principalmente lo scontro frontale tra Arabia Saudita e Iran, ovvero tra i bastioni dell’islam sunnita e sciita: l’ennesima proxy war.

Giovedì questa diatriba è emersa chiaramente dal saliscendi vissuto nell’arco di poche ore dal prezzo del greggio: poco dopo le 13 ora italiana, la Reuters rilanciava un take in base al quale l’Arabia Saudita avrebbe minacciato di inondare il mercato di greggio, se l’Iran non si fosse allineata coi piani per tagliare la produzione. Due ore e mezzo dopo toccava a Bloomberg rilanciare la smentita dell’indiscrezione da parte del segretario generale dell’Opec, Mohammed Barkindo, il quale ha dichiarato che «il contributo dei sauditi è stato come al solito molto costruttivo» negli incontri preliminari tenutisi a Vienna. Ciò nonostante, fonti presenti agli incontri di dieci giorni fa a Vienna riferiscono che i sauditi erano talmente irritati dalle resistenze di Teheran da minacciare di far saltare del tutto gli accordi:?«Hanno minacciato di aumentare la produzione a 11 o addirittura 12 milioni di barili al giorno (dagli attuali 10,5, ndr), tirando giù i prezzi del petrolio e di abbandonare la riunione». Sono poi stati convinti a restare, «per evitare imbarazzo nel gruppo e per non costringere a cancellare il meeting del giorno dopo coi produttori non Opec».

Siamo di fronte a un altro 1986? Cosa accadde quell’anno? A metà anni Ottanta, Ryad – che nel giro di 5 anni anni aveva ridotto di oltre due terzi l’output, con una mossa unilaterale rispetto agli altri membri dell’Opec – decise di vendicarsi, aprendo di colpo i rubinetti:?in 4 mesi, nel 1986, il prezzo del greggio sprofondò del 67% fino a 10 dollari al barile. In effetti, l’Iran – liberatosi dalle sanzioni dopo l’accordo sul nucleare – ha aumentato il suo output di 210mila barili al giorno, portando il totale ha 3,92 milioni di barile in ottobre: sono 230mila barili al giorno in più di quanto stimato dall’Opec, un qualcosa che peserà sulla riunione del 30 dicembre, quando bisognerà appunto decidere quanto tagliare pro-quota.

Il problema è che, al netto della mega-emissione obbligazionario di cui vi ho parlato una decina di giorni fa, l’Arabia non può finanziariamente permettersi un ulteriore shock al ribasso del prezzo del petrolio, perché si tradurrebbe immediatamente in un offset di quell’iniezione di liquidità ottenuta dai mercati e metterebbe subito sotto pressione il deficit statale e il ryal, la valuta sulla quale in molti stanno scommettendo rispetto a una svalutazione. Inoltre, Ryad deve usare quei 17 miliardi ottenuti attraverso il debito sovrano piazzato in asta per pagare mesi e mesi di arretrati a fornitori e lavoratori del ramo immobiliare, oltre che ricapitalizzare le banche e tamponare l’emorragia di riserve estere usate finora per non far schiantare le propria valuta. Insomma, replicare il 1986 potrebbe rivelarsi un suicidio, più che una vendetta. E non solo.

Tra gli altri fattori che esercitano un’influenza negativa sui prezzi c’è anche la forza che l’industria petrolifera americana continua a dimostrare: gli Usa hanno infatti stabilito un nuovo record di esportazioni di greggio in settembre, con 692mila barili al giorno, stando alle statistiche del Census Bureau. E la settimana scorsa le compagnie hanno rimesso in funzione altre 12 trivelle, di cui 9 alla ricerca di petrolio:? dopo una risalita che prosegue da maggio, il principale bacino – Baker Hughes – ne conta ora 569. Un dato che contraddice anche alcune mie previsioni, visto che dimostra come quota 40 dollari sia ancora profittevole per le industrie shale statunitensi, le quali però non possono permettersi – proprio ora che stanno ripartendo – uno shock al ribasso come quello che potrebbe emergere da una mossa azzardata saudita in seno all’Opec.

Una soluzione, paradossalmente, ci sarebbe e contemplerebbe una mossa politica che Donald Trump, pur non essendo ancora formalmente in carica, farebbe molto volentieri: attaccare l’Iran per violazioni al programma nucleare, da sempre avversato dal tycoon e fare in modo di imporre nuove sanzioni contro Teheran che ne indeboliscano la produzione, offrendo fette di mercato all’Arabia Saudita che in questo modo non solo potrebbe evitare azzardi, ma colpirebbe dove fa più male lo storico nemico.

C’è poi un’altra variabile, ovvero il fatto che un attacco – ancorché economico – contro l’Iran sarebbe ben gradito anche da Israele, Paese verso cui Donald Trump ha immediatamente dato vita a una politica di appeseament, ribadendo l’amicizia dell’America, sottolineando che gli insediamenti dei coloni non sono affatto un ostacolo alla pace e annunciando lo spostamento dell’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme, definito «cuore storico del popolo ebraico». Si arriverà a uno showdown ancor prima che Donald Trump si sia insediato alla Casa Bianca? Come vi ho spesso ricordato, questi due mesi sono i più delicati, perché il vuoto di potere tra un presidente che se ne va e un altro che arriva viene riempito storicamente dal Deep State, ovvero i corpi intermedi del potere, quelli che contano davvero e che fanno le cose. Ricordate cosa accadde tra il 27 dicembre 2008 e il 17 gennaio 2009, data quest’ultima che cadeva tre giorni prima dell’insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca? L’operazione “Piombo fuso” dell’esercito israeliano a Gaza per colpire Hamas, con tanto di utilizzo di fosforo bianco.

Ricordatevi sempre che la lame duck session è il periodo più pericoloso in assoluto, quello dove l’imprevedibile può diventare realtà. Certo, prima di attaccare economicamente e politicamente gli Usa devono fare i conti con la rinnovata influenza russa in Medio Oriente e con il fatto che esercito iraniano e Hezbollah sciiti combattono al fianco di russi e truppe di Assad in Siria, ma se davvero il 30 novembre non si arrivasse a una decisione e Ryad minacciasse davvero atti estremi, sicuramente il comparto bellico-industriale Usa busserebbe alla porta del potere. Chi andrà a rispondere, se quel battito arriverà prima del 20 gennaio? 

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