LEGGE DI STABILITÀ 2017/ Pensionati, statali e famiglie: la “vendemmia” che aiuta il Sì (ma non l’economia)

- Sergio Luciano

La Legge di stabilità 2017 contiene diverse misure a favore di più categorie: tutte contribuiscono ad aumentare il deficit e i consensi per il Governo, ricorda SERGIO LUCIANO

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Matteo Renzi ieri sera alla Leopolda (LaPresse)

Ma quanto costeranno le promesse di finanza allegra elargite da Renzi agli elettori sull’altare del “sì” al referendum? Se lo chiedono in tanti, in queste ultime, fastidiose giornate di bagarre pre-elettorale, se lo chiede – chiaro e tondo – anche il Corriere della Sera, che pure non ha seguito certamente nelle ultime settimane la linea del “no” preferendo una sorta di neutralità pensosa, e barcamenandosi tra l’anima montiana, lividamente negativa per rancori personali oltre che, forse, per convinzione, e l’anima filogovernativa che invece auspica il “sì”. Ma i numeri sono numeri, e la sfilza di promesse da “cchiù Pil per tutti” sparate a raffica da Renzi stordisce.

“Intanto, Ottavio mio quest’anno ha preso qualcosa di soldi in più”, spiega dalla Basilicata Elisabetta, una signora vicina alla pensione da bracciante, che per arrivare a fine mese senza affanni agli 80 euro c’ha fatto giustamente l’abitudine; e aggiunge: “E se Toni mio mo’ prende questi 30 euro in più che diceva la televisione, pure è ‘na cosa buona!”. Ed Elisabetta ha tutte le sue buone ragioni per votare sì. Guarda il Tg1 e dice al marito Toni: “‘Sto giovane è bravo, ci aiuta!”. E lo vuole rivotare.

Perché alla fine, si sa, tanti di noi votano – votiamo – con la tasca. Ed è questa la semplicissima ragione per cui nei decenni il voto di “scambio collettivo” – tu mi eleggi, io ti pago con i soldi dello Stato – ha sempre imperato in Italia, anche se Achille Lauro ieri e Vincenzo De Luca oggi, nella colorata Campania, lo praticavano con una spudoratezza che è passata alla storia – ieri, col Comandante, alla storia della democrazia e dei suoi limiti strutturali, oggi, con Don Vincenzo, alla storia della farsa napoletana.

Sia chiaro, non è che Renzi sia un cattivone, semplicemente vuole il potere e l’ha perseguito come fanno da sempre i politici, semmai può far fastidio che abbia sparso soldi a destra e a manca, ancor più promettendone, fino a millantare di nuovo il ponte di Messina – cioè abbia ricalcato le orme dei tanti predecessori della Prima Repubblica – dicendo nel frattempo di essere l’alfiere del “nuovo”. Ma tant’è: non è sostanzialmente peggio degli altri, è come gli altri.

Il punto è che purtroppo le politiche più interessanti, tentate a sostegno non dei redditi degli elettori e dei loro consumi ma a stimolo della crescita economica, hanno sortito effetti minimi o nulli. Crescita e consumi sono lì, al palo, su livelli minimi d’Europa, mentre il debito pubblico è aumentato, e l’avanzo primario no, al contrario è aumentato il deficit. A conferma che i vari interventi di spesa sono stati fatti spendendo deficit!

E le misure di questi giorni sono tutte nel medesimo segno. Giustissima la polemica con la Commissione europea per non dover contabilizzare nel famoso, stramaledetto limite del 3% di deficit rispetto al Pil i costi della ricostruzione delle zone terremotate o dell’accoglienza dei migranti, ma dove contabilizzeremo gli “extra” inseriti in questi febbrili giorni pre-elettorali?

Gli extra come i 30-50 euro per le pensioni sotto i mille euro promessi per le 14 esime dei pensionati dove saranno spesati? È forse un male aiutare i pensionati? Tutt’altro, è un bene: a potercelo permettere, però! Altrimenti, con una mano quei soldi verranno pagati e con l’altra quella fiscale, verranno ripresi. E l’aumento agli statali di 85 euro, promesso nell’ipotesi di rinnovo del contratto per il pubblico impiego? Miracolosamente si è sbloccata la trattativa sindacale, proprio nei giorni in cui però la Consulta impallinava la riforma Madia, non male nel merito ma scritta coi piedi, per la pretesa di ignorare le prudenze di una tecnostruttura ministeriale forse anche odiosa, per i renziani, e tuttavia depositaria di una “conoscenza” giuridica e di una memoria storica legislativa che, nell’ordinamento di uno stato di diritto, non possono essere ignorate, pena il fallimento dei tentativi di riforma. 

E ancora gli interventi sulla famiglia: una pioggerellina di aiuti per ottenere titoli di giornale che chiaramente – come il Fondo di sostegno alla natalità, finanziato con 14 milioni nel 2017 – non cambieranno di un pelo il quadro sostanziale delle cose. O i bonus di 500 euro ai diciottenni da spendere in “in attività culturali e biglietti per musei, concerti e spettacoli”.

Pietosamente, c’è chi annota che questa raffica di annunci di elargizioni sia solo “concomitata” con i giorni della campagna referendaria che guarda caso coincidono con quelli del dibattito parlamentare sulla legge finanziaria, e che quindi quest’effetto di “campagna acquisti” dei “sì” sia casuale. Se a pensare male s’indovina, però, è giusto ricordarsi che sulla data del referendum è stato il governo a scegliere, e a collocare il voto in questo periodo e non, per esempio, a settembre o a ottobre: lo stesso Renzi, in estate, aveva più volte indicato la domenica 2 ottobre come data ottimale. Poi, si sa, a rifletterci le cose appaiono diverse. A settembre si vendemmia l’uva; i voti si vendemmiano a novembre, con la finanziaria.

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