SPILLO/ Sulla Trumponomics attenzione ai cliché: un dollaro forte può aiutare (un po’) tutti…

- Luca Passoni

Analisti al lavoro sulla Trumponomics, oltre i cliché elettorali. La svolta protezionista potrebbe essere limitata e un dollaro forte potrebbe aiutare la ripresa globale. di LUCA PASSONI

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Donald Trump (LaPresse)

Possiamo già parlare di Trumponomics? La nuova composizione del Congresso Usa consente certamente di immaginare che la realizzazione delle politiche dichiarate dal nuovo Presidente non incontrerà difficoltà, né grandi ragioni di rallentamento. Il fatto quindi che l’età del presidente possa fare pensare a un suo solo mandato viene bilanciata con la possibilità di un’azione veloce e decisa. I contenuti della Trumponomics vanno individuati in una politica fiscale che si annuncia espansiva; in una politica commerciale che include già la disdetta del Trattato Trans Pacifico; in politiche ancora da definire su immigrazione, regolamentazione interna (anzitutto in campo finanziario) e sanità (ridisegno dell’Obamacare). Ma anche le nomine alla Corte Suprema non saranno prive di impatti ampi in campo economico.

La semplificazione della normativa fiscale, secondo le attese, porterà alla riduzione del numero di aliquote fiscali da 7 a 3, riducendo quella per i redditi più alti al 33%. L’incremento di spesa pubblica si profila robusta nei settori delle infrastrutture e della difesa. La somma delle cifre coinvolte nella manovra fiscale, data da maggiore spesa pubblica e da minore prelievo fiscale, supera il 2% del Pil degli Stati Uniti in confronto a una politica fiscale neutrale negli ultimi cinque anni. La disdetta degli accordi commerciali internazionali conferma una svolta protezionistica, benché, l’interscambio Usa con l’estero vale poco più del 12% del Pil: l’effetto complessivo di una minore apertura economica potrebbe essere quindi più marginale di quanto i titoli dei giornali lascino intendere, con sensibilità però diverse a seconda dei settori economici interessati.

La regolamentazione da parte dello Stato dei diversi settori economici vedrà un ritrarsi della presenza dello Stato per riavvicinarsi a un modello di gestione dell’economia di ispirazione più reaganiana: a cominciare dal settore bancario, probabilmente in contrasto con le indicazioni recentemente proposte da Volcker Rule nella separazione tra attività di intermediazione ordinaria e attività di trading proprietario.

In sintesi, considerando le forze di spinta della politica fiscale, i freni (effetto della maggiore restrizione attesa nella gestione dell’immigrazione), il risultato netto sarà dato comunque da una maggiore espansione economica, che arriva in una fase matura del ciclo, con il potenziale quindi di produrre un tasso di inflazione più alto e di conseguenza più alti tassi di interesse. Dall’insieme di queste considerazioni è atteso un effetto innegabile sul cambio del dollaro, che si dovrebbe rafforzare (moderando debolmente l’espansione dell’economia nordamericana che comunque non dovrebbe invertire il suo positivo andamento; potrebbe invece, grazie anche alla forza del dollaro, fornire un sostegno aggiuntivo a molte altre economie esterne).

In conseguenza delle aspettative sopra descritte, il “bear market” obbligazionario dovrebbe continuare, gli utili aziendali espandersi ulteriormente (negli Usa), giustificando nuovi massimi per gli indici azionari (nuovi massimi che potranno essere raggiunti contemporaneamente a una contrazione dei multipli, indotta dalla risalita dei tassi di interesse).

La debolezza di altre divise contro dollaro Usa potrà produrre nelle rispettive aree valutarie una salita dei tassi di inflazione, contribuendo in questo modo all’esportazione di maggiori tassi di interesse dal dollaro al resto del mondo. Se vogliamo leggere gli effetti delle politiche che Trump potrà facilmente attuare su un orizzonte di tempo più lungo e valutare la coerenza di queste alle attese dei suoi elettori, l’analisi deve considerare anche alcuni dettagli aggiuntivi, dati dal potere redistributivo del reddito delle politiche che attuerà e dal gradimento o meno di questo effetto in capo soprattutto al suo elettore.

Su un piano più squisitamente socio-economico, l’elettore di Trump può essere riconosciuto in una persona che stava soffrendo un impoverimento personale non solo di tipo monetario, ma anche, e forse soprattutto, nella dignità personale. Con le difficoltà economiche indotte da diverse ragioni, la sensazione di impotenza del ceto medio, conservatore nel caso dell’elettore di Trump, ha raggiunto livelli non sopportabili, che hanno portato questi individui a volere esprimere con fermezza una volontà o necessità di cambiamento radicale. Il girare la pagina, coerentemente alla cultura del Mid West, non ha voluto essere una richiesta di sostegno assistenziale, è stata soprattutto la ricerca di condizioni di nuova possibilità offerte a prescindere da quello che aveva ottenuto chi il successo lo aveva già raggiunto, godendone i benefici. In parte il voto a Trump è anche stato la protesta di chi si vedeva tassato per sostenere i privilegi della classe politica (sanità, pensioni, ecc.) non raggiungibili dalla popolazione “che lavora”.

La risposta alla richiesta del suo elettore potrebbe non venire necessariamente da una migliore distribuzione della ricchezza e del reddito, forse più importante è una migliore sensazione di potere rispetto alle proprie condizioni economiche. Se questa conclusione fosse corretta, in un ambiente in cui l’evoluzione tecnologica e la costante discesa del costo dei trasporti (con i loro effetti sulle uguaglianze e disuguaglianze economiche nel mondo), cosa può fare Trump? Come dovrebbe essere descritta la politica economica capace di rispondere a questa domanda? Per ora, nel programma dichiarato da Trump non si percepisce una attenzione a questo tema, il potenziale di delusione esiste, ma il suo emergere non appare nel breve termine.

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