SPY FINANZA/ La “dittatura” del pensiero unico tra Facebook e Usa

- Mauro Bottarelli

Le borse crollano, ma a rischio, spiega MAURO BOTTARELLI, c’è anche la libertà d’espressione. Persino negli Stati Uniti, dove dovrebbe essere più tutelata che altrove

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Mi scuserete se per un giorno non mi occupo di Borse che crollano, debiti che salgono, Banche centrali che drogano i mercati e via dicendo. Tanto, non c’è molto da aggiungere a quanto vi dico da tempo: hanno creato Frankenstein e ora se lo tengono, impazzito e pericoloso. Oggi mi permetto di entrare in un campo che non è il mio, semplicemente perché da privato cittadino mi sto accorgendo di una cosa, giorno dopo giorno: siamo ormai in un regime globale che nega la libertà di espressione. Di più, in questi giorni in cui il Paese sembra interessato unicamente dalla Ddl Cirrinà e dal suo iter parlamentare, la cosa appare ancora più cupa e incombente. Sia chiaro, non sto difendendo il diritto di nessuno di insultare – esistono comunque i mezzi legali per ottenere giustizia -, ma le reazioni da educande di collegio svizzero che sono seguite, a reti unificate, al tweet di Roberto Formigoni sull’argomento (nel quale usava il termine “checche”) mi hanno fatto capire che siamo a un passo dal cloroformio globale in nome del dio Diritto. La mia non è sociologia, non è il mio ambito: lo ritengo solo buonsenso. 

La scorsa settimana, in Olanda, alcuni cittadini si sono sentiti suonare alla porta dalla polizia: motivo della visita? Avevano fatto una rapina? Stuprato qualcuna? No, avevano scritto su Facebook post contro l’immigrazione di massa in Europa. Ed è questo a farmi paura: se togli all’uomo il diritto di esprimere il proprio odio e la propria frustrazione, ingiustificati che possano essere, rimane solo la violenza come mezzo di espressione degli stessi. E salvo scelte drastiche come la “cura Ludovico” di Arancia Meccanica, che spero nessuno auspichi, non c’è modo di estirpare i sentimenti deteriori dentro di noi: siamo uomini e l’uomo odia, oltre ad amare. E ha paura, anche dell’immigrazione incontrollata, oltre che della morte o della solitudine. Certo, il motto vuole che ferisca più la lingua del pugno, ma penso che, fuor di metafora buonista, sia sempre più pericoloso un cazzotto in faccia di un insulto. Sempre che si voglia davvero tutelare il cittadino e non l’ordine costituito, esso sì sempre più decadente e incapace di rispondere alle necessità dei cittadini, quindi in obbligo di difendersi con ogni mezzo. 

Forse in pochi sanno che lo scorso settembre l’inventore di Facebook, Mark Zuckerberg e Angela Merkel si sono incontrati a un summit sullo sviluppo organizzato dall’Onu a New York. Quando si sono seduti al tavolo dei relatori, la Merkel, pensando che il microfono fosse spento, chiese a Zuckerberg che cosa si sarebbe potuto fare per fermare il proliferare di post contro l’immigrazione sul suo social network e se lui stesse lavorando a qualcosa al riguardo. Zuckerberg disse di sì. Capito: in un momento di massima allerta ed emergenza senza precedenti per quanto riguardava il flusso di immigrati in Europa, con mezzo Medio Oriente in fiamme e la Turchia (cui l’altro giorno la Merkel è andata a fare l’inchino e baciare la pantofola) che usava i migranti come merce di scambio, la Cancelliera non pensava a come gestire la situazione, a livello interno ed europeo, ma a come evitare i post a suo dire razzisti su Facebook. E non perché urtassero la sua sensibilità, bensì perché un post può venire bannato, due anche, tre pure, ma migliaia no e vanno a stimolare l’opinione pubblica, pongono un problema di massa. La minaccia peggiore per un politico: la libertà di parola. 

Detto fatto, il mese scorso Facebook ha lanciato la “Iniziativa per il coraggio civile online”, la quale si ripromette di rimuovere i pensieri di odio dal social network, in particolar modo eliminando i commenti che promuovono la xenofobia. Di più, Facebook a tal fine sta lavorando in team con un’unità del gruppo editoriale Bertelsmann, al fine di identificare e far sparire post razzisti: guarda caso, questa attività è particolarmente focalizzata sugli utenti tedeschi del social. Nel corso del lancio pubblico dell’iniziativa, la Ceo di Facebook, Sheryl Sandberg, dichiarò che «la retorica dell’odio non ha spazio nella mostra società e nemmeno su Internet. Facebook non è un posto in cui disseminare pensieri di odio o incitare alla violenza». Sacrosanto, Facebook è un social, ma anche un’azienda privata, liberissima quindi di porre delle regole ai suoi clienti (ancorché non paganti), ma questo ci offre un quadro abbastanza desolante e preoccupante riguardo l’andamento delle libertà civili – queste sì, un diritto – nell’Europa che in nome dei desideri e dei piagnistei sta modellandosi a stato di polizia mascherato. 

Non solo, infatti, Facebook erge il suo pensiero a legge, bannando chi si azzardi a dire che occorre fermare un’immigrazione di massa e fuori controllo ma trasforma le opinioni di una larghissima parte d’Europa in razzismo, consolidando il pensiero unico di governo ed élite: e questo spacciandosi per paladino della libertà d’espressione! Non pensiate che sia questione di lana caprina, anzi, è di fondamentale importanza: il consenso si genera e conquista così, prima che con la polizia o l’azione legislativa. Controlla il pensiero, la Ddr ne è la prova provata. Mostra barlumi di libertà globale e poi trasformali in gabbie, con tanto di istigazione alla delazione verso post di altri che si ritengono “offensivi”: siamo alla relativizzazione totale della sensibilità personale in nome del Grande Diritto. Basti pensare alla Germania di Weimar, dove furono introdotte leggi contro le espressioni di odio per limitare discorsi che non piacevano al governo: a cosa sono servite? A far crescere l’estremismo e favorire l’ascesa al potere di Hitler, uno che di odio se ne intendeva. Lo ripeto: leva la possibilità alla gente di sfogare odio e frustrazioni attraverso la parola e non resterà altro che la violenza, l’azione. 

Ma c’è dell’altro e forse di più serio. Facebook, infatti, oltre a tacciare di razzismo i suoi utenti, dovrebbe dar loro anche spiegazioni riguardo quanto accaduto lo scorso 18 dicembre, quando il Congresso Usa ha dato il via libera al budget, la loro legge finanziaria, e nello stesso giorno il presidente Barack Obama lo ha firmato, rendendolo esecutivo. Ma esattamente come in Italia, anche negli Usa vanno di moda i decreti omnibus, quelli che contengono anche provvedimenti non direttamente legati alla spesa governativa, ma che necessitano di essere approvati, senza troppo clamore. Ma mentre in Italia si detassano gli yacht e le transazioni sui calciatori, negli Usa invece è stato incluso al Bill il cosiddetto Cisa. Non si tratta ovviamente della strada che ci porta da Parma alla Toscana, bensì del cosiddetto Cybersecurity Information Sharing Act, ovvero una legge che permette agli enti federali Usa di ottenere accesso a tutti i dati sensibili di qualsiasi cittadino attraverso una piattaforma di condivisione con siti come Google o social network come Facebook, senza alcuna limitazione nell’utilizzo o nella tutela – residua – della nostra privacy, ma, soprattutto, senza necessità di avvertire. 

Quando lo scorso ottobre il Senato Usa diede il via libera al Cisa con 74 sì e 21 no, Robyn Greene, consulente politico dell’Open Technology Institute si limitò a questa frase: «Hanno preso una brutta legge e l’hanno resa peggiore». Mentre il senatore Richard Burr, estensore della prima versione della legge (la quale garantiva un minimo di privacy ai cittadini), ha dichiarato che «gli americani meritano politiche che proteggano sia la sicurezza che la libertà. Questa legge fallisce in entrambi i sensi». Per farla breve, a fine dicembre gli Usa hanno dato operatività a un secondo Patriot Act, nel silenzio generale. 

Facebook, furbescamente, aderì alla campagna anti-Cisa lanciata dai social network, ma non ha detto un fiato il 19 dicembre riguardo quanto accaduto sottotraccia al Congresso: eppure banna chi dice “stop immigrazione selvaggia” e ogni giorno si inventa qualche idiozia per ricordarmi cosa ho fatto o detto tre anni fa. Un po’ incoerente, non vi pare. E l’America, poi, è conciata molto peggio dell’Europa in tal senso, grazie soprattutto all’ipocrisia fondativa dell’amministrazione Obama. 

Nel weekend del 23 e 24 gennaio scorsi, mentre il mondo guardava tra lo spaventato e l’affascinato l’arrivo della tormenta di neve sulla East Coast statunitense, il leader della maggioranza al Senato, Mitch McConnell, dedicava il suo weekend a un’attività più interessante: preparare insieme al senatore e avvocato, Lindsey Graham, una proposta di legislazione che offrirebbe poteri di guerra assoluti al presidente degli Stati Uniti, di fatto un totale trasferimento di potere dal ramo legislativo a quello esecutivo. Di fatto, i due senatori stanno preparando un by-pass delle normali procedure del Senato per garantire una corsia preferenziale a una legislazione che garantisca al Presidente l’autorità assoluta di ingaggiare una guerra illimitata sia nell’arco temporale, che di intervento geografico e con l’utilizzo di truppe di terra. Insomma, l’autorizzazione incostituzionale per la guerra proprio contro l’Iraq del 2002 in confronto era scritta in punta di diritto, visto che stiamo parlando di una legge che offre carta bianca nella guerra al terrore e non solo e che sarà valida anche per il successore di Obama. Campagne sui social contro questo attacco alla Costituzione del Paese faro della democrazia? Zero, in compenso se scrivi “checca” o “negro” in un post viene esposto al pubblico ludibrio telematico. 

Ipocrisia allo stato pure: in effetti, Lenny Bruce lo disse tempo fa: «Se non puoi dire vaffanculo, non puoi dire vaffanculo al governo». Censura preventiva, una pratica che come ci mostra la tabella a fondo pagina vede oggi negli Usa il 40% dei cosiddetti millennials, ovvero chi ha tra i 18 e 34 anni, favorevole al fatto che il governo prende iniziative legislative al fine di censurare commenti offensivi verso le minoranze. Insomma, la meglio gioventù, quella tutta iPad e multiculturalismo, affida alle leggi, allo Stato, alla censura, la disciplina del libero pensiero, fosse anche il più deteriore: stiamo crescendo una generazione di schiavi dei diritti. Siamo al paradosso, negli Usa, non solo di negare il Primo Emendamento, ma anche di non riconoscersi più nei Padri fondatori e nelle loro parole. 

Cosa dicevano infatti Thomas Jefferson, Benjamin Franklin, Patrick Henry, John Adams, Marquis De Lafayette e Thomas Paine nei loro appassionati discorsi in nome di libertà e democrazia? Dicevano questo: «Quale nazione può preservare la libertà se i suoi legislatori non sono avvertiti di tanto in tanto che il popolo preserva lo spirito della resistenza? Lasciate che la gente prenda le armi… L’albero della libertà fa annaffiato di tanto in tanto con il sangue di patrioti e tiranni». E ancora: «La democrazia sono due lupi e un agnello che votano su cosa mangiare a pranzo. La democrazia è un agnello ben armato che contesta il voto!». 

Un ricercatore Usa ha compiuto un esperimento: è andato in un campus universitario, si è messo in un angolo stile Hyde Park Corner a Londra e ha cominciato a declamare queste parole. Dopo cinque minuti alcuni studenti avevano chiamato la sorveglianza, ritenendolo un estremista. Stava solo declamando frasi dei Padri costituenti dell’America! Un Paese che Marquis De Lafayette ammonì così: «È dovere del patriota proteggere la sua nazione dal suo stesso governo. Quando quest’ultimo vìola i diritti del popolo, l’insurrezione è, per la gente di ogni rango, il diritto più sacro e il più indispensabile dei doveri». Oggi finirebbe in una sala interrogatori dell’FBI, dopo essere stato segnalato e bannato da Facebook. Attenti a cosa stiamo cercando, blaterando di presunti diritti: potremmo trovarlo. 

 

P.S.: Deformazione professionale, qualche parola sulla Borsa devo dirvela: attenzione, Deutsche Bank è totalmente nel mirino del mercato. Dopo essere stata obbligata a pubblicare un comunicato la sera di lunedì per confermare che la liquidità è sufficiente per pagare le cedole dei famigerati bond convertibili CoCo al 6%, ieri, non appena il Ceo dell’istituto, John Cryan, ha rassicurato il mercato riguardo al fatto che «la forza della capitalizzazione e la posizione di rischio sono solide come rocce», il mercato ha cominciato a vendere con il badile e tutte le piazze europee si sono schiantate di nuovo. Milano è passata da -1% e -3,14% nell’arco di meno di un’ora a ridosso del pranzo: si chiama effetto sistemico. Tanto più che alle 3 del pomeriggio è dovuto intervenire il ministro delle Finanze, Wolfgang Schauble, il quale ha detto di non essere affatto preoccupato per Deutsche Bank. 

Questo grafico sembra dire altro: ovvero, che chi di bail-in ferisce, di bail-in perisce. Il mercato, infatti, è come un elefante, ha una memoria di ferro. E si ricorda bene quanto siano costate ai contribuenti le ultime volte i cui Ceo di grandi banche avevano più volte detto che i bilanci erano a prova di bomba. Mi sbaglierò, ma a marzo la Bce sarà costretta ad annunciare l’acquisto di bond corporate all’interno del programma di Qe, segnatamente bancari. 

 



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