MPS/ Poste Italiane e le “strategie” degli speculatori

- Sergio Luciano

Montepaschi è stata associata a Poste Italiane, in un scoop, poi smentito, che secondo SERGIO LUCIANO, non è campato per aria. Soprattutto visti gli obiettivi della speculazione

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Ma vi pare che Repubblica metta in campo la prima pagina e la prima firma della politica, Claudio Tito – che di economia non scrive mai – per sparare uno scoop inventato di sana pianta? No che non vi pare, e avete ragione. Perché quel che c’è dietro allo scoop – molto fondato! – fatto domenica dal quotidiano fondato da Eugenio Scalfari e diretto da Mario Calabresi (oltretutto, piuttosto filogovernativo!), sulle possibili nozze tra il Bancoposta e il Monte dei Paschi di Siena, e soprattutto quel che c’è dietro alla successiva, secca smentita ufficiale di Poste italiane, è un intrigo di Palazzo in piena regola, da leggere in controluce e in una prospettiva europea.

Andiamo con ordine. Il Monte dei Paschi di Siena è, oggi, una banca ottimamente gestita, anzi tra le meglio gestite d’Italia, perché il nuovo amministratore delegato Fabrizio Viola è tra i banchieri più bravi d’Italia e il presidente Massimo Tononi è un personaggio di indiscussa statura. Nel 2015, dopo cinque anni chiusi in rosso, i conti del Monte sono tornati in utile, sia pure solo di 390 milioni di euro, ma con un risultato operativo lordo di 1,87 miliardi, in crescita del 27% rispetto al 2014, grazie alla gestione corrente.

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Ma allora il problema dov’è? Semplice: è nelle grandi sofferenze bancarie che l’istituto ancora conserva in pancia, eredità avvelenata delle nefaste gestioni piddine degli anni apparentemente d’oro, e soprattutto della demenziale acquisizione della Banca Antonveneta, strapagata e nascostamente malconcia. Nell’insieme, i crediti deteriorati – che pure sono scesi di circa 600 milioni – si attestano ancora all’enormità di 46,9 miliardi, la metà dei quali definibili “sofferenze”: quindi, a dispetto del buon coefficiente patrimoniale Cet 1 di circa il 12%, ben superiore al 10,2% imposto dalla Banca centrale europea, il Monte è ancora un istituto “ad alto rischio”.

Servono capitali freschi per compensare quei 23 miliardi di sofferenze, almeno nella componente non coperta da garanzie reali (una metà circa). E la cosa sta a cuore del governo – ci mancherebbe altro! – sia perché una crisi del Monte si scaricherebbe con effetti gravissimi sull’intero sistema bancario italiano e sull’economia reale del Paese, sia perché il maggior singolo azionista italiano dell’istituto è pur sempre il ministero dell’Economia, con il 4,02% del capitale.

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Non ci sarebbe proprio niente di strano se il governo italiano facesse, con una decina di miliardi, quel che ha fatto il governo tedesco con la Commerzbank e la Detusche Bank nel 2009, ma con una novantina di miliardi: le ricapitalizzò, per salvarle. Ma per riuscirci dovrebbe battere sul serio i pugni sul tavolo e far digerire all’eurocrazia il concetto che gli “aiuti di Stato” elargiti dai nostri partner europei alle loro banche per complessivi 650 miliardi di euro sono stati una montagna di fronte alla quale i modesti importi necessari per stabilizzare il quadro italiano non dovrebbero nemmeno essere notati a Bruxelles. 

Ma niente da fare: al di là delle chiacchiere e della faccia feroce, da quel versante il governo non ce la fa. E quindi escogita alternative più o meno improbabili. L’idea di infilare il Monte nelle imminenti, probabili nozze tra la Banca popolare di Milano e il Banco popolare di Verona è stata proposta ai due istituti interessati dal ministro Padoan, che si è sentito garbatamente dire di no. L’esecutivo ci sta riprovando con l’Ubi, ma neanche a Brescia c’è l’aria giusta per un sì a un impegno soverchiante rispetto alle pur discrete risorse finanziarie dell'”altra banca di Bazoli”. 

Di qui l’idea di lanciare in campo Bancoposta. È una società di un gruppo pubblico, perché le Poste sono pur sempre un’azienda a saldo controllo pubblico, anche se si sono quotate in Borsa. E una fusione della banca più antica d’Italia (anzi: del mondo) con il giovane e florido (e grossissimo!) Bancoposta sarebbe alla fin fine un’idea non sbagliata. Sarebbe un aiuto di Stato? Sostanzialmente sì: ma annacquato dal fatto che, dopo la quotazione in Borsa, le Poste sono civilisticamente privatizzate.

Dunque lo scoop di Repubblica è fondato nel senso che l’idea c’è, ed è ovviamente stata formulata ad altissimo livello. Le Poste hanno detto di no, perché Francesco Caio – l’amministratore delegato – non ci sta: dovrebbero costringerlo. E dal suo punto di vista di manager “puro” ha ragione: perché accollarsi un’azienda così finanziariamente precaria? Ed è un osso duro: difficile convincerlo di un’idea che non condivide. O dovrebbero cacciarlo, cosa che in passato Renzi aveva già meditato di fare, perché l’ex capo di Olivetti è un burbero di nessuna malleabilità, fa il manager all’anglosassone e interpreta in un modo convinto ma tutto suo l’aspetto “civico” dell’incarico ottenuto da Palazzo Chigi. Prima i conti aziendali, poi le ragioni della collettività. Però: vallo a cacciare, uno che ti ha appena portato un “cadeau” da 4 miliardi di introiti, privatizzando a tappe forzate un’azienda grande e forte ma non priva di controindicazioni, almeno agli occhi dei mercati…

Caio ha detto no, dunque: questo non vuol dire che la cosa non si faccia. Anche perché una qualche soluzione per il Monte va pur trovata. Viola e Tononi stanno cercando un “partner” (leggi: un compratore) da mesi, ma invano. La ragione è nel trattamento che la Borsa ha riservato al Monte nelle ultime settimana: un bombardamento di vendite. Oggi la banca vale 1,6 miliardi. Comprarla costerebbe veramente poco. Ma la speculazione internazionale la vuole morta per dividerne le spoglie: come Banca Etruria e le altre tre banchette maldestramente “salvate” da Renzi e Padoan, gli speculatori preferirebbero comprarsi la parte sana del Monte – sportelli, clientela e crediti “buoni” – dopo il trasferimento su altre spalle della zavorra delle sofferenze. Il mercato agisce in questa logica, è feroce: come una muta di lupi che insegue un gregge di pecore, azzanna per prima quella più vecchia e stanca. Che per questo il pastore protegge con maggiore cura. Ma i pastori il loro mestiere lo conoscono. E il governo?

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