SPY FINANZA/ La “profezia” dell’Impero romano

- Mauro Bottarelli

Il crollo dell’Impero romano fu favorito da scelte monetarie non proprio indovinate, spiega MAURO BOTTARELLI. Che si stanno però ripetendo negli ultimi anni

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Vi siete mai chiesti come abbia fatto l’Impero romano, capace di arrivare nel suo massimo splendore a 130 milioni di abitanti su una superficie di 1,5 milioni di miglia quadrate, capace di costruire 50mila miglia di strade, acquedotti, anfiteatri e altre infrastrutture in alcuni casi ancora in uso oggi, a collassare in quel modo? L’impero che ci ha lasciato calendario, alfabeto, diritto, architettura e quant’altro com’è potuto morire in quel modo? Non sono impazzito e oggi cercherò di dimostrarvi come quanto accadde all’epoca abbia alcune affinità con quanto sta accadendo ora: la Roma imperiale, infatti, morì di inflazione dopo essersi lanciata in una versione arcaica del Qe e della svalutazione competitiva. Vi sembro matto? Ascoltatemi prima.

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Per centinaia di anni i romani hanno vissuto in uno standard monetario bimetallico, un po’ come gli Usa del gold standard pre-Nixon. C’era una moneta d’oro, l’aureus, che divenne molto popolare sotto Giulio Cesare, e c’era una moneta d’argento, il denario, quella più utilizzata dai cittadini per le transazioni di tutti i giorni: fu proprio grazie a questo standard aureo e d’argento che Roma assurse ai massimi splendori di sviluppo e potenza. Ma si sa, i grandi popoli tendono a essere molto orgogliosi, l’hybris diviene a volte peccato mortale e l’Impero romano non fece eccezione, tanto che la definizione di panem et circenses nacque proprio lì per descrivere un sistema elefantiaco di spesa per il welfare destinata ad ammansire le genti negli anni della potenza assoluta: il denaro scorreva a fiumi e veniva usato dai politici per comprare influenza, voti e favori.

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Per l’Impero il commercio era vitale, visto che consentì a svariati tipi di merci di essere importate dai vari confini: carne, grano, olio, profumi, legnami, spezie, acciaio, vetro e chi più ne ha più ne metta. Ovviamente il commerciò generò ricchezza e benessere per i cittadini di Roma, una città che all’epoca aveva 1 milione di abitanti, ma che vedeva i costi e i prezzi in continuo aumento a causa della crescita che pareva senza fine dell’Impero. Bene, quando il livello dei prezzi per l’amministrazione, la logistica e soprattutto l’esercito arrivò alla quasi insostenibilità, cosa si inventarono i romani? La svalutazione del denario d’argento, la moneta più usata nei primi 220 anni di vita dell’Impero: bene, insieme ad altri fattori, proprio l’iperinflazione generata da questa decisione portò alla frammentazione dell’economia, alla localizzazione maggiore del commercio, a un aumento della tassazione e alla crisi finanziaria definitiva.

Il denario dell’epoca equivaleva alla paga per un giorno per un lavoratore specializzato, quindi le monete d’oro erano merce rara e nei primi giorni della Roma imperiale erano di altissima purezza, visto che all’epoca di Giulio Cesare contenevano ben 8 grammi di argento puro, poi scesi a 6,5 e fino circa 4,5 grammi. Ma la fornitura di oro e argento era limitata e quindi, di fronte all’aumento continuo delle spese, si fece di necessità virtù: come ci mostra questo grafico, i funzionari romani decisero di abbassare la percentuale di argento all’interno delle monete, in modo tale da poterne coniare di più con il medesimo valore facciale. Con più monete in circolazione, il governo avrebbe potuto spendere di più: questo il ragionamento.

E, infatti, dal 90% degli albori, già sotto Marco Aurelio il quantitativo di argento scese al 75% per arrivare col tempo al minimo del 5% degli imperatori Gallieno e Claudio: alla fine, le monete erano quasi interamente in bronzo con all’interno un quantitativo minimo di metallo prezioso. Addirittura, attorno all’anno 350, il denario non aveva più valore, visto che aveva un tasso di cambio a 4.600.000 con il solidus aureo e addirittura di circa 9 milioni con l’aureus originale. Ora guardate il primo grafico a fondo pagina, relativo all’aumento del numero di dollari circolanti dal 1971 al 2009, ovvero da Nixon che abbandona la parità aurea ai nostri giorni: notate delle somiglianze?

Ovviamente gli effetti reali di questo debasement della moneta non furono immediati, ma cominciarono a erodere l’economia romana, visto che aumentare il numero di circolante di bassa qualità non fece aumentare la prosperità, ma, anzi, sottrasse benessere ai cittadini, visto che servivano più monete per pagare beni e servizi visto il loro valore minore in relazione alla quantità di argento contenuta. L’inflazione cominciò a salire nell’Impero e i primi che ci fecero i conti furono i soldati, una categoria molto importante e coccolata, tanto che attorno all’anno 210 Caracalla aumentò la loro paga del 50%, ma il secondo grafico ci mostra come quella spesa divenne sempre più insostenibile con il passare degli anni e l’abbassamento della percentuale di argento nel conio. Già all’epoca, il potere d’acquisto aveva la sua importanza. Attorno all’anno 265, quando in ogni denario era presente solo lo 0,5% di argento, i prezzi volarono alle stelle e aumentarono del 1000% in tutto l’Impero: solo i mercenari barbari venivano ancora pagati in oro, per il resto l’inflazione stava corrodendo il tessuto economico.

Cosa si fece? Ciò che a Roma si fa ancora oggi, si aumentarono le tasse nel tentativo di puntellare le casse dell’Impero, ma il combinato di tassazione alta, iperinflazione e moneta senza valore colpì mortalmente il commercio della Roma antica e paralizzò l’economia. Entro la fine del terzo secolo, i pochi commerci rimasti erano tutti su base locale e disciplinati dal baratto invece che da scambi regolamentati: non fu un caso che tra il 235 e il 285 ci furono più di 50 imperatori, molti dei quali furono assassinati.

Fu la caduta libera, tanto che l’Impero di divise in tre Stati separati, ma le continue guerre intestine indebolirono i confini e disintegrarono i network commerciali: pestilenze e invasioni barbariche fecero il resto, con l’Impero Romano d’Occidente che cessò di esistere nell’anno 476. Ma fu proprio la scelta monetaria sbagliata a porre le basi dello svilupparsi della crisi, tanto più che proprio a causa dell’iperinflazione dovuta alla svalutazione del denario la pressione fiscale, dall’epoca diocleziana in poi, andò incessantemente incrementando per poter sostenere i costi di mantenimento, sempre più elevati, di un esercito ormai quasi interamente formato da mercenari e di un apparato burocratico sviluppatosi a dismisura (al governo servivano sempre più controllori che combattessero l’evasione fiscale e applicassero le leggi in tutto l’Impero).

 

Chi pagò il costo maggiore fu il ceto medio (piccoli proprietari terrieri, artigiani, trasportatori, mercanti) e gli amministratori locali, i decurioni, i quali erano tenuti a rispondere in proprio della quota di tasse fissata dallo Stato (indizione) a carico della comunità per evitare l’evasione fiscale. Per arrestare la fuga dal decurionato, dalle professioni e dalle campagne, che divenne generale proprio con l’inasprimento della pressione fiscale tra il III ed il IV secolo d.C., lo Stato vincolò ciascun lavoratore e i suoi discendenti al lavoro svolto fino ad allora, vietando l’abbandono del posto occupato (le cosiddette “professioni coatte” che, nelle campagne, finiranno per dare avvio a quella che nel Medioevo verrà chiamata “servitù della gleba”). Così finì un Impero, forse il più grande di sempre.

E ora? Il cosiddetto dollar index nacque nel 1973, due anni dopo la fine del gold standard decretata da Richard Nixon e degli accordi di Bretton Woods: da quell’atto in poi, il debasement del dollaro è stato chiaro e tracciabile a tutti. Un po’ come quello del denario, soprattutto quello svalutato in purezza da Nerone e Antonino Pio: peccato che come ci mostra l’ultimo grafico la parabola svalutativa del dollar index sia occorsa in poco più di 40 anni, da Nixon al secondo mandato di Obama. Qual è la ratio? Obama, così come Shinzo Abe in Giappone, si è trovato alla guida di una nazione che puntava diritta verso l’insolvenza e quindi ha scommesso tutto sulla vecchia lezione del denario, il debasement, soltanto che in tempi moderni e con interconnessioni finanziarie enormi il processo ora è molto più rapido e violento di quello dell’Impero romano. Il quale dalla sua aveva anche il fatto di poter operare su una valuta realmente di valore fisico, mentre oggi non c’è né good money, né una politica monetaria di difesa reale: nonostante oggi il mondo ancora tema la deflazione, l’esperienza dell’Impero romano ci dice che l’alta inflazione o iperinflazione, sia essa reale o meramente di riconoscimento governativo, potrebbe essere dietro l’angolo. E il Giappone pagherà per primo le conseguenze.



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