JUNCKER IN ITALIA/ L’Ue è pronta a “far fuori” il Premier

- int. Alberto Bagnai

Per ALBERTO BAGNAI, siccome Renzi sta rivelandosi più indipendente dei suoi predecessori, da parte dell’establishment europeo c’è la tentazione di farlo fuori

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Jean-Claude Juncker (Infophoto)

«Siccome Renzi sta rivelandosi più indipendente dei suoi predecessori, da parte dell’establishment europeo c’è la tentazione di farlo fuori. La visita di Juncker a Roma è solo un pro-forma che non cambia la sostanza delle cose». A sostenerlo è Alberto Bagnai, professore di Politica economica all’Università G. D’Annunzio di Pescara. Oggi il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, sarà in visita in Italia e incontrerà il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il presidente del Senato, Pietro Grasso, nonché Giorgio Napolitano.

La visita di Jucker può essere l’occasione per ricomporre le tensioni delle ultime settimane?

Non credo che questo incontro possa ricomporre strutturalmente le tensioni. Dal punto di vista dei rapporti personali nel breve periodo, sicuramente vedersi è un dato positivo. Il vedersi non cambia però i dati oggettivi della situazione riconosciuti anche da Peter Bofinger, un economista che fa parte del consiglio dei saggi della Merkel.

Qual è la vera radice del problema?

Con l’Italia in una incipiente crisi bancaria, determinata in larga parte dalla crisi economica e quindi da un incremento delle sofferenze, il nostro Paese non ha modo di sottrarsi alla prospettiva di un default se non recuperando la propria sovranità monetaria. Siccome Renzi ha dato segni di insofferenza, è molto probabile che l’establishment europeo lo ritenga inaffidabile.

In che senso Renzi è ritenuto inaffidabile?

Il nostro premier sta dimostrando una maggiore indipendenza e potrebbe non comportarsi come un passivo esecutore degli ordini europei come ha fatto Monti. Siccome Renzi potrebbe essere indipendente, da parte dell’establishment europeo potrebbe esserci la tentazione di farlo fuori. Incontri come quello del 26 febbraio servono ai giornalisti per fare un discorso generale sulla politica, ma poi la logica economica prosegue inesorabile.

Quali sono le garanzie sulla flessibilità che Juncker può concedere all’Italia?

Questo è un discorso totalmente surreale. Ci sono Paesi come la Francia che da quando c’è la crisi hanno avuto in media un rapporto deficit/Pil del 4,5%, e l’Italia si deve mettere in ginocchio per implorare dei decimali di flessibilità in più. Il nostro Paese deve smetterla di chiedere e deve iniziare a prendersi dei punti di deficit che ci servono per fare ripartire l’economia e per difendere le nostre banche. Dobbiamo cominciare ad agire a parità di condizioni rispetto agli altri Paesi.

Questa parità di condizioni va ottenuta attraverso una trattativa con l’Europa?

Heiner Flassbeck, economista vicino alla Linke (sinistra, Ndr) di Berlino, ha affermato che con la Germania non si tratta perché questo è estraneo alla psicologia dei tedeschi. L’atteggiamento di Padoan, che ricorda sempre che noi abbiamo fatto i compiti a casa e quindi adesso Berlino ci deve venire incontro, non va bene per questa ragione. Noi non dobbiamo chiedere nulla. È un nostro diritto avere da parte dell’Ue un atteggiamento cooperativo e funzionale al nostro interesse. L’Ue deve smettere di raccontare che facendo il male delle parti, e in particolare dell’Italia, si fa il bene del tutto.

 

Gli italiani oggi beneficiano di un welfare state che nel tempo è diventato insostenibile?

Se noi andiamo a misurare la sostenibilità del sistema pensionistico, c’è un solo Paese che non si può permettere le proprie pensioni e cioè la Germania. I tedeschi hanno una dinamica demografica molto peggiore della nostra, e quindi hanno un sistema che rischia di collassare. Come sempre accade, quelli che alzano di più la voce sono quelli che hanno più paura.

 

Perché la Germania oggi ha tanta paura?

Perché la politica monetaria della Bce compromette anche la sostenibilità del sistema pensionistico della Germania. Quest’ultimo non è a ripartizione come in Italia, in quanto i risparmi sono investiti. Con tassi di interesse pari a zero o negativi, la sostenibilità del sistema pensionistico tedesco è ancora più in difficoltà. Berlino quindi non è più in grado di contrapporre un solo argomento basato sui fatti alle richieste che vengono dall’Europa.

 

(Pietro Vernizzi)

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