SPILLO/ Wind e 3 Italia, qualcuno è pronto a rovinare il “banchetto nuziale”

- La Redazione

I principali gruppi telefonici europei mirano a fusioni, come nel caso di Wind e 3 Italia. Qualcuno però potrebbe guastare i loro piani, spiega MARGHERITA BISCONTI

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I classici conti senza l’oste: sono quello che stanno facendo i principali gruppi telefonici europei programmando fusioni a manetta tra le loro aziende senza tener conto della tigna che contraddistingue Margrethe Vestager, Commissario europeo alla concorrenza. Eppure, da quando Lady Discount – come la chiamano ferocemente i lobbisti di Bruxelles al soldo dei colossi del telefono – ha detto “niet” alla fusione tra TeliaSonera e Telenor nella sua Danimarca, tutti avrebbero dovuto capire che fa sul serio. Appartiene alla sinistra radicale danese, è una bestia politica aggressiva, convinta – beata lei – che il mercato non sia tutto, che non possa fare il bello e il cattivo tempo, e che sia la politica, guarda un po’, ad avere il diritto di regolare l’economia: e non il contrario.

Dunque la Vestager ritiene che le fusioni tra compagnie di telecomunicazioni – una vera e propria “mergermania” che vede l’Italia tra i principali teatri di gioco – siano finalizzate soprattutto se non esclusivamente a far salire i prezzi, o a farli scendere meno e più piano di quanto accadrebbe senza fusioni. Addirittura, la Vestager ha teorizzato chiaro e tondo che il numero perfetto di operatori concorrenti su un mercato nazionale non è tre, ma quattro! Quanti sono attualmente in Italia, appunto: peccato che proprio in Italia i due operatori più piccoli e più competitivi sui prezzi – Wind e 3 Italia – abbiano deciso nell’estate scorsa di celebrare le nozze, e che oggi le loro “pubblicazioni” matrimoniali giacciano appunto sulla scrivania della severa Vestager. La quale pare orientata se non a impedirle – come ha fatto con TeliaSonera e Telenor – certamente a subordinarle a condizioni talmente severe da renderle a tal punto meno convenienti da… farle saltare. Si vedrà.

Ma cosa c’è dietro questo imprevisto braccio di ferro tra l’Antitrust europea e colossi come O2, H3g (promessi sposi in Gran Bretagna) Vimpelcom e gli altri? Approfondendo un po’ è facile arrivare alla conclusione che una parte di ragione ce l’hanno tutti quanti, salvo un manipolo di superspeculatori che negli ultimi dieci anni fecero man bassa di guadagni finanziari con la telefonia, presero i soldi e scapparono, lasciando alle loro spalle debiti, debiti e debiti. Sono loro che dovrebbero pagare pegno per questo disastro, ma ormai…valli a trovare.

Ma a questa conclusione proviamo ad arrivare per gradi.

Innanzitutto partiamo dai commenti a man salva elargiti qualche giorno fa da Vittorio Colao, già fondatore di Omnitel in Italia e oggi strapotente “ceo” di Vodafone mondo. Ebbene, Colao – anziché farsi una forchettatina di affari suoi, anziché cogliere l’occasione di tacere – si è concesso a una serie di commenti sulle fusioni in corso. Condividendo la bocciatura della fusione danese (cosa fatta capo ha); esprimendo perplessità sulla proposta acquisizione di O2 da parte di Three Uk in Gran Bretagna (beh, lì la cosa farebbe nascere il gruppo leader, col 40% del mercato! E darebbe molto fastidio a Vodafone, che resterebbe indietro); e approvando in pieno la fusione italiana tra Wind e 3, che secondo lui non porterà ad aumenti dei prezzi.

Avete mai visto un concorrente elogiare la fusione tra due rivali che, una volta uniti, diventano più grandi e più forti di lui? Ecco, se non l’avevate ancora vista, ora l’avete vista. Vi pare un cosa normale? O piuttosto avete anche voi la sensazione che la prospettata fusione tra Wind e 3 Italia convenga anche a Vodafone?

La verità è appunto questa. Oggi – ma non da oggi – in Italia sul mercato della telefonia mobile sono proprio 3 e Wind a fungere da “calmieri”, perché avendo reti meno capillari e perfomanti (quella di Wind debole sui dati, quella di 3 sulla voce) dei due big Tim e Vodafone, e avendo comunque meno clienti di essi (21 milioni per Wind e 10 per 3 Italia), sono costrette a fare offerte molto convenienti. Cosa che però costringe Tim e Vodafone a tenere a loro volta prezzi più bassi del punto in cui li fisserebbero se non dovessero “inseguire” due concorrenti così aggressivi. Ma questa concorrenza, se va a vantaggio dei consumatori italiani che pagano poco un buon servizio, nuoce ai conti economici degli operatori.

E qui il caso Italia assume un colore tutto particolare. Perché dei quattro operatori attivi – ricordiamoli ancora: Tim, Vodafone, Wind e 3 Italia – il primo è schiacciato da oltre 27 miliardi di euro di debiti; Vodafone non ha praticamente debiti; Wind ne ha 9,5; e 3 Italia non ne ha, o meglio ne ha anche parecchi, circa 6 miliardi, ma non verso le banche, bensì soltanto con il suo azionista cinese CK Hutchison, che la controlla al 100% e l’ha finanziata appunto alla cinese, cioè di tasca propria, a cento anni e senza interessi. Come dire che non c’ha messo debito ma capitali propri: chapeau.

Se poi si va a guardare l’Ebitda (cioè il margine di profitto lordo) di questi gruppi, si vede che Wind ha 1,7 miliardi di Ebitda, pari al 37 e dispari per cento: è un bel guadagnare, se si pensa che un buon gruppo manifatturiero, come può essere Fca, si fa bastare un rapporto tra ricavi ed Ebitda inferiore al 10%. Peccato, però, che dovendo ripagare quasi 10 miliardi di debito, oltre che sostenere degli investimenti per le reti di nuova generazione, e volendo pagare anche un dividendo all’azionista Vimpelcom, Wind abbia bisogno di guadagnare ancora di più. Situazione analoga a quella di Tim.

E qui sorge l’inghippo: come guadagnare di più nel mercato italiano, saturato da circa 90 milioni di carte sim in circolazione, quasi 1,6 per ogni cittadino residente, poppanti e vegliardi compresi? Elementare Watson: anche (se non solo) abbassando i costi e… alzando i prezzi! Per la gioia di Vicent Bollorè, il nuovo azionista di riferimento di Telecom; o di Mikhail Fridman, l’oligarca russo amico di Putin (uno di quelli da non far arrabbiare), che controlla Vimpelcom che controlla Wind. E, certo, anche per la gioia di Vodafone, che però debiti non ne ha; e di Ck Hutchison, che però almeno non deve rimborsare niente alle banche e ha un buon rating, migliore di quello di Vimpelcom.

Ora, la Vestager – non basando le sue competenze sulla lettura dei giornali italiani, né del Financial Times che fa sempre il tifo per i merger – queste cose le sa. E non le piacciono. Però: però se la commissaria ha ragione a sentire puzza di manovra rialzista, un po’ di ragione anche gli operatori ce l’hanno a volersi fondere. Investire, debbono: ogni sei mesi spunta da qualche parte una nuova tecnologia alla quale adeguare le reti e gli apparati, e sono soldi che partono; il debito ce l’hanno e per quanto dispiaccia è come le tasse: va pagato; e buttar fuori il personale, per alleggerire i costi, in Italia è sempre una mossa antigienica. Quindi vogliono fondersi proprio per mettere insieme un po’ di costi per i nuovi investimenti, risparmiandoci; tagliuzzare qua e là un po’ di personale e soprattutto, appunto, rifrullare i prezzi.

Hanno diritto di guadagnare, in fondo: è per questo che fanno impresa. E i loro manager, anche dei gruppi oppressi dal debito, non sono più gli stessi che quei debiti hanno creato. Quindi ne sono anche loro in qualche modo vittime, e non ne hanno responsabilità personale. Del resto, se questi azionisti delle società telefoniche europee in cerca di fusioni si stufassero di perdere soldi o non guadagnarne abbastanza; se davvero la Vestager ostacolasse le loro strategie di fusione; ebbene, in teoria questi azionisti potrebbero anche decidere di chiudere baracca e burattini. Mettendo sul lastrico migliaia di persone, ma almeno smettendo di sprecare soldi.

È mai possibile che sia questo che vuole l’Europa? Macelleria sociale nei telefoni? A rivolgere questa domanda alla Vestager, la risposta non si fa attendere. La Commissaria è convinta che questa minacciosa alternativa non sia un vero pericolo. Sia semmai uno spauracchio agitato come un drappo rosso davanti al toro di Bruxelles dai lobbisti comunitari russi e cinesi. La Vestager pensa, invece – e non a torto – che Vimpelcom come anche CK non possano permettersi in nessun caso di chiudere bottega perché le perdite che dovrebbero in tal caso esporre nei propri bilanci di gruppo (il cosiddetto “write-off”) sarebbero spaventose, imperdonabili dai mercati internazionali. Meglio comunque per loro tenersi aziende poco redditizie che però, nei decenni, finiranno prima o poi col guadagnare, piuttosto che cancellarle oggi dai loro conti, zavorrandoli per anni con delle spaventose perdite straordinarie.

Quindi, riepilogando: la Vestager ha ragione a voler difendere i consumatori degli immancabili aumenti di prezzo che saranno causati dalle fusioni; gli operatori, soprattutto quelli indebitati, hanno ragione a volersi fondere per risparmiare facendo investimenti insieme, snellire (ma solo un po’) gli organici e aumentare (ma solo un po’) i prezzi. E hanno ragione anche i loro concorrenti a fare il tifo per le fusioni, contando di trarne vantaggio anch’essi.

Compito delle Vestager – di nuovo: sempre lei! – trovare un punto di equilibrio tra tutte queste contrastanti buone ragioni: infliggere cioè ai promessi sposi inglesi e italiani (anche a mo’ di avvertimento per le ulteriori fusioni che si preparano qua e là) condizioni di autorizzazione pesanti, anzi pesantissime, ma un grammo meno del peso che avrebbe l’alternativa di rimanere autonomi o di chiudere bottega. In modo da farli contenti e gabbati: ovvero, fusi ma non esosi. Forza Vestager.

 

(Margherita Bisconti)

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