SPY FINANZA/ Il Brasile è pronto al collasso

- Mauro Bottarelli

Il Brasile sta ricevendo continue valutazioni negative da parte delle agenzie di rating. E le prospettive per il Paese sudamericano sono tutt’altro che buone, spiega MAURO BOTTARELLI

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Dilma Rousseff, Presidente del Brasile (Infophoto)

L’ultima volta che vi avevo parlato del Brasile era per fare il punto sul virus Zika e sul pasticcio che avevano combinato con le zanzare transgeniche: da allora, stranamente, Zika sembra sia stato declassato a semplice raffreddore, visto che dagli allarmi in prima pagina sui giornali siamo passati al silenzio totale o quasi. Meglio così. Purtroppo, però, la principale economia del Sud America ha a che fare con qualcosa di molto più pericoloso dei mosquitos: le agenzie di rating. Anche Moody’s, infatti, ha declassato il Brasile al livello junk, spazzatura. L’agenzia di valutazione ha tagliato il rating sovrano del Paese di due gradini a Ba2, nella categoria di fatto speculativa, da Baa3, con una valutazione che scivola dunque in area non investment grade. Oltretutto con l’outlook che resta negativo.

La decisione, ha spiegato Moody’s, riflette la prospettiva di un ulteriore peggioramento dei livelli di debito del Paese in un contesto di bassa crescita, con la previsione di un rapporto debito/Pil che supererà quota 80% entro tre anni. A questo l’agenzia ha aggiunto la difficile situazione politica del Paese carioca «che continuerà a complicare gli sforzi di consolidamento fiscale delle autorità e a ritardare le riforme strutturali». Mentre l’outlook negativo riflette il rischio che il consolidamento e la ripresa possano essere ancora più lente del previsto o che ci siano altri shock sui mercati emergenti, fattori che aumentano l’incertezza sulla portata del peggioramento del profilo di debito del Brasile. E la questione non è meramente di prospettiva, poiché anche in patria la preoccupazione è palpabile: «Il fatto che Moody’s abbia tagliato il rating di due notch, mantenendo oltretutto l’outlook negativo, è un segnale molto forte. Lo scenario si è deteriorato nettamente», ha sottolineato, parlando con Cnbc, Cristiano Oliveira, capo economista di Banco Fibra.

Inoltre, il rating brasiliano è stato recentemente oggetto di un downgrade anche da parte di Standard&Poor’s a BB da BB+ con outlook negativo e di Fitch a metà dicembre, scendendo a BB+ con outlook sempre negativo. Le motivazioni erano sempre le stesse: la profonda recessione economica in cui verte il Paese sudamericano, i negativi sviluppi fiscali e l’aumentata incertezza politica che potrebbe minare le capacità del governo di implementare nuove misure volte a stabilizzare il crescente debito pubblico. E, in effetti, lo stato di salute dell’economia brasiliana è di quelli poco raccomandabili. È dell’altro giorno la notizia che le vendite al dettaglio core sono calate del 2,7% a dicembre, una doccia fredda dopo il dato positivo di novembre dovuto però a una campagna di massicce promozioni. Il dato più ampio, cosiddetto broad, ha visto un -0,9%, segnando l’undicesimo mese di calo negli ultimi tredici: siamo a -16% dal picco dell’agosto 2012.

E dando un’occhiata alle varie componenti si ha davvero l’impressione di aver a che fare con un disastro vero e proprio: le vendite di materiale per uffici e telecomunicazioni sono scese del 9,1%, l’arredamento e apparecchiature dell’8,7% e quelle di abbigliamento e calzature del 2,1%. Così Goldman Sachs riassume la situazione nel suo ultimo report: «L’outlook di breve termine per i consumi privati e le vendite al dettaglio rimane molto problematico a causa del continuo rallentamento del flusso di credito verso le banche sia pubbliche che private, gli alti livelli di indebitamento dei cittadini, il calo di occupazione e salari reali, gli alti tassi di interesse, l’aumento di tasse locali e federali attraverso l’inflazione, la crescita delle tariffe per trasporti e utilities, l’incertezza economica e politica e la più che depressa fiducia dei consumatori». Niente altro? Questo grafico ci offre la rappresentazione del disastro.

Insomma, come vi ho già detto negli altri articoli che ho dedicato al Brasile, la profondità della recessione economica in cui è precipitato il Paese è senza precedenti: anzi no, un precedente c’è ed è quello del 1903, ma temo sia destinato a essere schiantato a breve. Il problema è che con letture macro come quelle che la prima economia del Sud America ci offre da almeno sei mesi, uno pensa che si possa solo migliorare: invece il pozzo senza fondo dei dati da brivido appare davvero tale. Guardate il primo grafico a fondo pagina, ci mostra come nel 2015 nel Paese che fino a pochi anni fa rappresentava orgoglioso la “B” di Brics siano fallite qualcosa come 5525 aziende, il massimo dall’annus horribilis 2008. Per Joe Bormann di Fitch, «quella con cui abbiamo a che fare è a tutti gli effetti una crisi del credito, non ho mai visto le aziende del Paese in uno stato di difficoltà simile. Nessuna ditta brasiliana, infatti, è riuscita a finanziarsi sui mercati obbligazionari esteri da giugno dello scorso anno, quando lo scandalo senza precedenti che ha colpito la compagnia petrolifera statale, Petrobras e i downgrades operati dalle agenzie di rating hanno portato gli investitori a scaricare gli assets finanziari». E come ci hanno mostrato i dati delle vendite al dettaglio di cui vi ho parlato prima, le cose non paiono destinate a migliorare nel breve termine e, forse, nemmeno nel medio.

Tanto più che si tratta di un meccanismo auto-alimentante, perché più le letture macro peggiorano, più i mercati puniranno con richieste di premio di rischio sempre maggiori le aziende brasiliane che cercheranno finanziamenti. Il secondo grafico ci mostra la velocità con cui gli spread di credito degli emittenti brasiliani siano andati fuori controllo, tanto da averli di fatto esclusi dai mercati internazionali del credito. A questo va unito il fatto che il real brasiliano, la valuta nazionale, è letteralmente crollato del 33% lo scorso anno.

Se il trend proseguirà e il Brasile rimarrà intrappolato in una recessione che paralizza i profitti corporate, il rischio maggiore è quello legato al servizio del debito denominato in dollari da parte delle maggiori aziende del Paese: tra quest’anno e il prossimo, infatti, andranno a scadenze pagamenti per 24 miliardi di dollari. E attenzione, perché il quadro ufficiale del settore corporate latino-americano e brasiliano in testa rischia di far perdere tempo prezioso a chi dovrebbe scappare a gambe levate, esattamente come accadde con i rating all’acqua di rose che furono garantiti a Lehman Brothers fino a poche settimane dal fallimento. È la stessa Deutsche Bank a dirlo nel suo quadro di simulazione per il ramo corporate latino-americano, visto che prendendo come elemento valutativo la ratio debito netto/Ebitda e il debito cash su breve termine, solo il 14% del campionamento mostrava profili di pericolo. Peccato che se come proxy venivano usati invece i rendimenti obbligazionari sopra il 9%, ben il 27% del campione era a serio e imminente rischio.

Nello specifico, il Brasile ha circa 89 miliardi di obbligazioni denominate in dollari che scambiano con rendimento superiore al 9%, una larga parte delle quali sono proprio della giubilata Petrobras ma non solo: il gigante petrolifero pesa per 37 miliardi di controvalore, ma ci sono anche 20 miliardi legati al comparto industriale, 15 miliardi a quello bancario (moltissimi dei quali subordinati, quindi potenzialmente letali), 3 miliardi di bond legati a royalty e circa 14 miliardi di altri settori dell’economia. Insomma, gli ingredienti per una tempesta perfetta ci sono tutti. E se le Olimpiadi estive di Rio de Janeiro colpiranno le casse pubbliche come fecero quelle di Atene, invece di rimpolparle, allora il prossimo autunno saranno in molti a scommettere sul default del Paese. Ammesso che qualcuno non sia già tentato di farlo oggi, muovendosi in anticipo e operando sui credit default swaps, piuttosto che shortando titoli.

 



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