FINANZA/ Europa e banche, brutte notizie per l’Italia

- Giovanni Passali

In Europa rischia di passare una norma sul limite di titoli di stato del proprio Paese che le banche possono detenere. Per l’Italia non è una buona prospettiva, spiega GIOVANNI PASSALI

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Un’Europa sempre più fragile si trova ad affrontare problemi sempre più gravi. I problemi sono relativi alla libera circolazione delle persone, mancando la quale viene minato alle fondamenta uno dei pilastri principali dell’Unione europea. Ma ormai il processo sembra irreversibile: dopo l’Ungheria, che ha posto per prima barriere alle proprie frontiere per limitare il flusso di immigrati che rischiava di sconvolgere gli equilibri sociali del popolo ungherese (e per questo il premier Orban è stato trattato come fosse un fascista, con accuse pesantissime) anche altri paesi europei del nord Europa (e che nessuno si è azzardato ad accusare, essendo per definizione considerati virtuosi) hanno iniziato a porre barriere e a ripristinare i controlli alle frontiere. Ma oggettivamente è difficile trovare alternative, di fronte a una vera e propria invasione di popolazioni culturalmente tanto distanti da quelle europee.

Dopo gli scandalosi fatti di Colonia (dove migliaia di immigrati nella notte di Capodanno si sono lasciati andare a gravi o gravissime violenze contro le donne tedesche), in Svezia è venuto fuori lo scandalo di un’operazione di polizia concertata per non far sapere tutte le violenze subite pure dalle donne svedesi proprio in quei giorni. Ma ora il fattaccio è venuto fuori e la Svezia si prepara a espellere circa 80 mila immigrati. Intanto la premier della vicina Norvegia teme che il piano svedese sia tardivo e che ora gli immigrati tenteranno di fuggire dalla Svezia e di entrare in Norvegia e quindi sta pianificando l’utilizzo dell’esercito norvegese per proteggere i confini. Nel frattempo l’Austria ha reso operativa la propria decisione: controlli alle frontiere e respingimento degli immigrati. E di fronte alle vibrate proteste del governo tedesco, quello austriaco (normalmente sempre supinamente allineato con il potente vicino) ha opposto un netto rifiuto.

In questo quadro, c’è chi ha osservato giustamente che l’Europa rischia di andare in pezzi, se salta il Trattato di Schengen che abolisce i controlli alle frontiere e permette la libera circolazione delle persone. Ma tanta difficoltà a gestire concordemente la difficile situazione internazionale dipende tutta dalla fragilità a gestire i problemi interni. E questi problemi sono accentuati proprio dall’Ue, cioè dalle regole che l’Ue si è data fin dall’inizio e da quelle poi inserite successivamente. Infatti, la narrativa di questi anni è stata che i problemi sono causati dal fatto che non abbiamo fatto abbastanza, che ci vuole “più Europa”.

Con riferimento al sistema bancario, prima hanno voluto regolamentare il settore con Basilea, poi non bastava e quindi c’è stato Basilea II, ora già si parla di Basilea III. Ma ancora non basta, la crisi continua e le banche soffrono per i crediti deteriorati. Così invece di risolvere la crisi dettano nuove regole, cercando disperatamente di incastrare la complessità e l’imprevedibilità della realtà con nuove regole.

Ma ancora non basta. Così da alcuni giorni inizia a circolare la proposta di limitare le banche nell’acquisto dei titoli di Stato del proprio Paese. E per l’Italia in particolare sarebbe un disastro a causa del gran numero di titoli italiani posseduti dalle nostre banche. Infatti, dopo la crisi della fine del 2011, quando i titoli di Stato posseduti erano pari a circa 200 miliardi, le banche italiane si erano particolarmente impegnate nell’acquisto di tali titoli. Una necessità, data la difficoltà di trovare investimenti alternativi non rischiosi. Ma anche un’utilità per lo Stato, che così poteva emettere molti titoli trovando sempre acquirenti e tenendo sotto controllo il tasso di interesse da pagare (e pure il famigerato spread). E così a oggi i titoli di Stato posseduti dalle banche ammontano a circa 400 miliardi, praticamente il doppio di quattro anni fa.

Ma questa norma non è un modo per risolvere i problemi, semmai è un modo per spostarli avanti nel tempo e di crearne più grossi. Ora i nodi arrivano al pettine. Una tale norma, costringendo le banche a disfarsi di una tale massa di titoli, rischierebbe di portare l’Italia sul baratro del default. E solo l’ipotesi di tale rischio farebbe esplodere lo spread e ci porterebbe davvero al disastro. Un disastro già annunciato da un ministro tedesco a dicembre e che verrebbe affrontato al solito modo, come con la Grecia. Invio della Troika e durissime politiche di austerità, che farebbero esplodere la disoccupazione e ci porterebbero al disastro sociale.

La scusa ufficiale per imporre tale norma è che così si sbloccherebbero ingenti somme da investire nell’economia reale. Ma, come sempre accade in questa Europa che funziona al rovescio, l’effetto finale sarebbe esattamente il contrario. Lo spiega bene anche l’ultimo report del Centro Studi Confindustria, sempre ben allineato alla dottrina del “più Europa” (ma stavolta l’organo di Confindustria deve aver capito che è in gioco la propria esistenza).

Così si esprimono gli studiosi in quel report: “Se oggi venisse ridotto l’acquisto di titoli sovrani da parte delle banche, facendo venire meno un’importante fonte di domanda per tali bond, nei paesi dell’Eurozona con debiti pubblici maggiori i rendimenti dei titoli di Stato risulterebbero strutturalmente più elevati che altrove. Riflettendosi sul costo dei prestiti in tali paesi, ciò limiterebbe l’accesso al credito, comprimendo la crescita. In un circolo vizioso che minerebbe proprio la sostenibilità dei debiti pubblici. Esattamente l’opposto di quel che si vorrebbe ottenere con il limite ai titoli di Stato nei bilanci bancari, cioè di far fluire più fondi delle banche a imprese e famiglie, per sostenere la crescita. L’introduzione di un limite agli acquisti bancari di titoli di Stato, dunque, farebbe aumentare la divergenza tra le economie periferiche da un lato, che sarebbero ancor più penalizzate, e quelle core dall’altro. Con il risultato di ampliare le divergenze in Europa e quindi accrescere le forze centrifughe che stanno minacciando la tenuta dell’Ue”.

Parole sacrosante. Eppure è difficile uscire da una certa ideologia e da una certa mentalità, seminata con tanto dispendio di energia e di risorse e per tanti anni. Così pure questo report termina con la solita conclusione: ci vuole più Europa. “Solo quando ci sarà una Unione di bilancio (o Fiscal Union), con l’emissione di titoli federali che possano fungere da benchmark per tutti gli emittenti, allora i sistemi finanziari non saranno più nazionali e ciascun emittente, comprese le banche, sarà valutato per il proprio merito di credito, e non per l’appartenenza a uno Stato con un debito pubblico più o meno alto”.

Ma questo è proprio quello che la Germania non accetterà mai (a parte ovvie difficoltà di tipo costituzionale per tutti i paesi europei). Come faranno i politici tedeschi ad accettare di mettere in comune con noi il debito? Impossibile da spiegare ai propri elettori. Ma soprattutto occorre rendersi conto che tale situazione (cioè l’aver fatto prima l’unione monetaria e poi quella politica a metà) non è un errore: è un disegno precisamente voluto così. Fin dall’inizio è stato deciso di fare l’unione monetaria, in modo che la moneta fosse lo strumento per costringere la politica a fare l’unione politica. Hanno omesso di dire che così si sarebbe fatta l’unione politica nelle peggiori condizioni (per la politica e per l’interesse dei popoli) e questo avrebbe favorito inevitabilmente gli interessi della grande finanza speculativa.

In altre parole, prima di fare l’unione politica, la finanza preferisce acquistare per un tozzo di pane i tesori posseduti dallo Stato. Per cui, con l’aggravarsi della crisi, verrà riproposto in pompa magna il ritornello per cui lo Stato “deve privatizzare, perché i privati lo fanno meglio”. Senza però dire chiaro e tondo che i privati fanno meglio i loro interessi e non si curano del bene comune.

E ora, che sono a un passo dal traguardo, vi pare che molleranno l’osso? Ovviamente no. E quindi non deve sorprendere la notizia di una voce secondo la quale Banca Intesa sta procedendo a una graduale massiccia svendita di titoli di Stato. Evidentemente si porta avanti col lavoro, evitando di trovarsi in difficoltà quando tutti saranno costretti a farlo e le condizioni per farlo non saranno favorevoli. A questo aggiungiamo pure il fatto che vi sono attualmente quindici banche in amministrazione controllata (prossime fallite?) e che i vertici di Mps hanno ammesso che a dicembre c’è stata una piccola fuga di correntisti, pari al 2,8% del totale. Così diventa più chiaro il quadro di quello che aspetta il sistema bancario e finanziario italiano per il 2016. Un quadro a tinte fosche.

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