IDEE/ La riforma “del merito” per gli enti territoriali

- Massimo Valentini

Le azioni di riforma messe in campo negli ultimi tempi hanno un importante impatto sui territori. Per questo, dice MASSIMO VALENTINI, bisogna esaminarne meglio i punti d’ombra

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Assistiamo in questi ultimi tempi a rilevanti azioni di riforma dopo l’immobilismo degli ultimi decenni. Tali azioni hanno un impatto sui territori molto importante cambiando storici riferimenti. I cambiamenti in atto hanno delle luci e qualche ombra, per questo è necessario un dialogo e un approfondimento in modo da portare un contributo non alle strumentalizzazioni di parte, ma al miglioramento degli interventi che interessano i territori. 

Un capitolo importante di queste azioni riguarda la lotta agli sprechi, alle inefficienze, alle autoreferenzialità istituzionali e politiche. La soppressione delle provincie, l’accorpamento delle Cciaa, la riduzione dei parlamentari di riferimento, la riduzione delle società di servizi pubblici locali e altre norme nazionali che hanno impatto locale si accompagnano a una serie di azioni delle Regioni che vanno nella stessa direzione. Sono di grande attualità le nuove normative emanate per la ristrutturazione del settore del credito miranti alla crescita dimensionale degli istituti bancari a cui corrispondono le politiche di molte regioni che in tema di assistenza al credito hanno già varato o lo stanno facendo interventi molto onerosi per favorire l’accorpamento dei confidi in un unico soggetto regionale. 

È in atto uno scontro tra due impostazioni culturali ben definite. Da una parte l’impostazione governativa e regionale che in questo momento sembra soprattutto privilegiare il tema dell’accentramento dimensionale come possibilità per il recupero di risorse e la qualificazione della spesa. Dall’altra la vecchia impostazione localistica, storicamente perdente, che si oppone alla logica dell’accentramento e quindi alle perdite di potere locale senza portare argomenti convincenti sul tema dell’efficienza, in vari casi difendendo l’indifendibile. In tale scontro si rischia di non considerare una terza impostazione, che invece recupera risorse ed efficienza facendo leva sulla capacità della governance di esprimere livelli di produttività a prescindere dal solo livello dimensionale. 

Il punto critico dell’impostazione mirante al progressivo accentramento è quella da una parte di non considerare adeguatamente l’aspetto prevalente della capacità di governance per il miglioramento della produttività e dall’altra di non sviluppare un sistema di controllo e valutazione che sia la base per dei sistemi premianti al raggiungimento dei risultati. L’accentramento dimensionale normalmente viene gestito dagli stessi soggetti che in piccolo già non sono stati in grado di esprimere un’adeguata capacità di governo e, nello stesso tempo, si sviluppa un sistema dirigistico della politica che si presenta come l’unico in grado di creare efficienza. 

Un sistema sociale misto di piccole e grandi realtà che collaborano è auspicabile perché completa un’offerta di servizi concorrenziale che si misura sulla capacità di creare valore sociale. D’altro canto la nuova democrazia economica resa possibile dallo sviluppo digitale permette anche a piccole realtà di connettersi in reti che garantiscono competitività anche sui grandi mercati. Rispetto, ad esempio, al tema degli accorpamenti bancari occorre rilevare che molte banche di credito cooperativo vantano indici patrimoniali nettamente superiori per esempio al Cet 1 Ratio di Unicredit pari al 10,53% o di altri grandi istituti nazionali. Non è possibile inoltre andare a una semplificazione dei dati reali dicendo aprioristicamente che la grande dimensione va bene mentre il piccolo va male in quanto solo ciò che si dimostra efficiente è utile: la realtà al proposito documenta una varietà di situazioni che va adeguatamente compresa per essere pertinenti negli interventi. 

Un’impostazione esclusivamente orientata all’accentramento dimensionale ci sembra il contrario di un metodo sussidiario in cui si valorizzano coloro che esprimono capacità di governo nei vari settori della vita sociale sulla base di un sistema di controllo e valutazione della qualità che premia i migliori perché più capaci di utilizzare le risorse per lo sviluppo del bene comune. Naturalmente i migliori dovranno essere tali nel settore di appartenenza e in quel contesto promuovere le azioni più adeguate, tra le quali ci potrebbe essere, in tali situazioni e a certe condizioni, anche l’accentramento dimensionale. Quest’ultimo è un’operazione molto complessa che richiede non un soggetto consociativo, come in varie situazioni sembra prevalere, ma un soggetto imprenditoriale adeguato. 

Al momento in varie azioni promosse a livello governativo e regionale non si riscontra questa attenzione primaria a misurare la qualità ed efficienza dei soggetti sociali e a innescare azioni di sostegno ai meritevoli e c’è pertanto un concreto rischio di andare a razionalizzare attraverso un accentramento un sistema consociativo che ha fallito in passato e che non si comprende come possa avere successo in futuro. La conseguenza è inoltre che le esperienze più interessanti, ma non consistenti dal punto di vista del capitale e dei soci rispetto ad altre realtà che spesso già hanno affrontato senza vantaggi varie stagioni di fusioni e accorpamenti, possono venir fagocitate dalle realtà più grandi che controllano il processo senza avere una governance adeguata, causando ai territori la perdita di una prossimità con dei riferimenti che avevano una grande utilità sociale. 

Per rimanere a un apprezzato detto popolare, non si può gettar via il bambino con l’acqua sporca. È per questo che diventa prioritario per tutte le politiche da adottare partire in primo luogo dalla misurazione della qualità ed efficienza dei soggetti che operano in un determinato settore, siano essi Banche, Cciaa, Utility, Confidi e quant’altro. Da questo punto di vista anche le forze vive dei territori sono chiamate, come diverse già stanno facendo, non a difendere l’indifendibile, ma a sviluppare presenze locali efficienti, connesse in reti lunghe, che chiedono alla politica un riconoscimento non in base alla forza della lobby, ma del misurato valore sociale creato.

C’è proprio bisogno che si sviluppi la terza via della meritocrazia sociale rispetto all’accentramento dimensionale e al localismo. 

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