TAGLIO TASSE?/ I “buchi” nel piano di Renzi

- int. Francesco Daveri

Per FRANCESCO DAVERI, un taglio delle tasse sarebbe sgradito all’Ue, ma sarebbe accolto con favore dai mercati perché dimostrerebbe che il governo italiano reagisce all’attuale situazione

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Pier Carlo Padoan (Infophoto)

«Un taglio delle tasse per rilanciare la ripresa sarebbe sgradito all’Europa, ma verrebbe accolto con favore da parte dei mercati perché dimostrerebbe che il governo italiano reagisce all’attuale situazione di crescita anemica». È quanto prevede Francesco Daveri, professore di Scenari economici all’Università Cattolica di Piacenza. In un’intervista uscita ieri su Il Corriere della Sera, il viceministro dell’Economia, Enrico Morando, ha annunciato che il governo intende congelare fino al 2019 l’aumento dell’Iva previsto dalle clausole di salvaguardia. Una misura che si aggiunge a una riduzione dell’Ires pari al 4%, già finanziata, nonché a un taglio dell’Irpef o a un nuovo alleggerimento del cuneo fiscale sul lavoro. Il governo Renzi, insomma, intende procedere ulteriormente sulla strada del taglio delle tasse.

Professore, come facciamo a essere sicuri che la Commissione Ue ci lasci usare il margine di flessibilità per ridurre le tasse?

La risposta non la conosce nessuno. L’ipotesi più probabile è che tutti questi piani di riduzione delle tasse saranno realizzati sostanzialmente in deficit. Del resto l’aumento di tasse previsto con le clausole di salvaguardia non  potrà essere semplicemente spostato al futuro, ma dovrà essere compensato con una minore spesa. Anche solo per attuare gli altri tagli di tasse promessi dal governo bisognerà creare altro spazio.

E se così non fosse?

Se così non fosse l’Ue ci comminerà una procedura di infrazione per l’incremento del deficit pubblico. D’altra parte se il taglio delle tasse servisse a rilanciare la crescita economica, potrebbe essere che i mercati gradiscano. L’Europa è vincolata ai decimali e alle cifre di deficit e debito, mentre i mercati guardano di più agli scenari di lungo termine e quindi può darsi che vedano con favore il fatto che il governo reagisca al rischio di assenza di crescita nel corso del 2016.

Il governo intende neutralizzare gli aumenti dell’Iva. Intanto per quanti altri anni avremo sulla testa la spada di Damocle delle clausole di salvaguardia?

Le clausole di salvaguardia saranno in funzione fino al 2018. Questo è stato il modo in cui negli anni passati, e anche nei primi anni del governo Renzi, si sono trovate le risorse per fare fronte ai tagli di tasse senza ridurre le spese. Poniamo però che nel corso de 2017 manchino 17 miliardi previsti dalle clausole di salvaguardia, il governo dovrà trovare 17 miliardi di minori spese o di maggiori entrate.

Il governo ha deciso di ridurre le tasse alle imprese anziché l’Irpef. È una scelta che condivide?

Vanno fatte tutte e due le cose. La scelta del governo si spiega con il fatto che gli 80 euro sono una forma di riduzione delle imposte alle famiglie che è stata fatta valere dalla seconda metà del 2014 in poi, e quindi la decisione è stata quella di rinviare ulteriori tasse sui redditi delle famiglie al 2018. Quello che conta è che ci sia un orizzonte pluriennale in cui le imposte scendano. Il problema però è che al momento non si vede ancora come il governo intenda fare fronte a questa ulteriore riduzione di imposte.

Che cosa ci dobbiamo aspettare secondo lei?

La dinamica dei consumi intermedi e dei redditi da lavoro dipendente continua a essere molto limitata. La ripresa sulla base dei dati dello scorso Def è sostanzialmente congelata allo storico. Dopo la pronuncia della Consulta sulla necessità di rinnovare i contratti nel pubblico impiego, con la prossima legge di stabilità bisognerà vedere quante risorse saranno destinare per questo obiettivo. Su queste voci va comunque attuato un controllo della spesa pubblica, ma non la definirei una spending review.

 

Ridurre le detrazioni per tagliare la spesa equivale a un aumento delle tasse. È un’operazione sensata?

Negli anni scorsi si era parlato più volte di un taglio delle detrazioni fiscali, ma poi questa possibilità è sempre stata rimossa dal tavolo della politica. Questo perché alcune voci che risultano come spesa pubblica quali le detrazioni, una volta che sono cancellate finiscono per essere percepite dai cittadini come aumenti di imposta. Se vuole qualificarsi come un esecutivo che riduce le imposte, certamente il governo non potrà ridurre le detrazioni. A meno che non lo faccia nel corso del 2018, quando scatterà la riduzione delle aliquote Irpef. A quel punto infatti si potrà ottenere un risultato di neutralità fiscale, in quanto si riducono contemporaneamente le aliquote e le detrazioni. In questo modo quantomeno i cittadini non avranno un aggravio.

 

(Pietro Vernizzi)

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