FINANZA/ Draghi e la “finta moneta” che ci lascia a secco

- Giovanni Passali

Il fallimento delle politiche della Bce è evidente, spiega GIOVANNI PASSALI, ricordando come la liquidità immessa nel sistema non arrivi all’economia reale

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Nessuno ne parla, né osa porre la questione: ma il fallimento delle politiche monetarie della Bce di Mario Draghi è sotto gli occhi di tutti. La Bce ha un solo obiettivo dichiarato costituzionalmente: tenere l’inflazione a un valore prossimo e inferiore al 2%. Non importa se splenda il sole o faccia brutto tempo: l’ottusa ideologia monetarista oggi dominante ha preteso di fissare dei dogmi che devono valere sempre. E oggi, con la crisi in corso, ne vediamo tutti i limiti.

La Bce ha fatto di tutto pur di sostenere un sistema bancario fallito. Ha anche violato i patti, tra cui quello di non acquistare titoli di Stato. Ma quando il sistema rischiava di saltare e di travolgere le banche e poi gli stati, allora la Bce ha fatto quel poco che poteva fare, pur violando le regole. Il vero problema è che la Bce non ha i mezzi per agire adeguatamente: l’ho già osservato in altri articoli. Come può una sola banca centrale servire adeguatamente economie nazionali tanto differenti tra loro? Inevitabilmente se favorirà una, sfavorirà le altre. C’è qualcuno che si meraviglia se quella maggiormente avvantaggiata è stata la Germania?

Il sistema è inevitabilmente iniquo, perché se il costo del denaro è pari, per esempio, al 2%, saranno favorite (dal prendere denaro a prestito) quelle economie che crescono più del 2%, mentre saranno sfavorite quelle economie che crescono meno del 2%. Quindi le economie che già si trovano in condizioni di difficoltà vengono ulteriormente sfavorite dal fatto di avere una moneta unica e non poter ricorrere alla svalutazione monetaria. Allora si ricorre all’unica alternativa, cioè la svalutazione del lavoro (cioè l’abbassamento dei salari) che porta al collasso del mercato interno e al disperato tentativo di tenere in equilibrio il sistema con le esportazioni. Ma pure questa strada non può funzionare per il semplice motivo logico che non possono esportare tutti, qualcuno dovrà importare. E così chi riesce a esportare riesce (temporaneamente) a stare in piedi, mentre gli altri avranno una spirale deflattiva senza fine, cadenzata dalla vendita delle aziende migliori acquistate da concorrenti stranieri.

In tale contesto, la variazione in qualsiasi senso del tasso di interesse non può cambiare il quadro della situazione: qualsiasi livello finirà per favorire qualcuno e sfavorire gli altri. Per questo risulta stucchevole e fuorviante tutto il dibattito sul se e quando la banca centrale alzerà o abbasserà il tasso, e di quanto. Il risultato sarà il fallimento certo della politica monetaria, in ogni caso. 

Il fallimento è chiaramente visibile dal fatto che la Bce, con tutti i suoi sforzi e i presunti bazooka di Draghi, non riesce a riportare in alto l’inflazione, non riesce a raggiungere quel misero 2% tanto agognato. Questa semplice osservazione della realtà ora è pure sostenuta da uno studio della prestigiosa fondazione belga Bruegel, un think thank di economisti. Il titolo è già eloquente: “Is globalisation reducing the ability of central banks to control inflation?” (“La globalizzazione sta riducendo la capacità delle banche centrali di controllare l’inflazione?”). La risposta è ovvia. In un mondo sempre più globalizzato, quindi interconnesso, l’inflazione dipende sempre meno dalla quantità di liquidità in circolazione e sempre più dai prezzi delle materie prime (o dai beni importati). E con le materie prime in sostanziale calo, l’inflazione rimane un’utopia.

Ma qui viene a galla anche un enorme equivoco circa la possibilità del sistema bancario di creare moneta. Infatti, il sistema bancario non crea moneta, ma liquidità. Qual è la differenza? La differenza sostanziale è che la grande massa di denaro creato è denaro elettronico, qualcosa che difficilmente serve l’economia reale, in particolare l’economia domestica di tutti i giorni. E l’inflazione misura proprio quel tipo di economia, mentre non misura la grande quantità di denaro che serve all’acquisto di titoli di Stato e di tutti i prodotti finanziari, in particolare la massa spaventosa dei derivati.

In questo senso il sistema bancario non crea moneta, ma crea liquidità: la liquidità creata finisce alle banche commerciali, le quali la utilizzano dove conviene di più in un momento di depressione economica, cioè nei mercati finanziari. Questo è il motivo fondamentale per cui le iniezioni di liquidità decise dalla Bce non arrivano all’economia reale.

Questa è la nostra situazione attuale: eccesso di liquidità per la finanza e la speculazione insieme a rarefazione monetaria per l’economia reale. Ovviamente proprio per queste condizioni non mancano gli economisti che paventano una prossima crisi finanziaria, ancora più grave di quella iniziata nel 2008. Ma non è una nuova crisi finanziaria, è sempre la stessa rispetto alla quale nessuno ha posto mano alle cause originali, cioè l’aver dato tutto il potere monetario a un sistema bancario che invece di servire al bene comune fa i propri interessi.

Oggi ci sarà un nuovo vertice della Bce, che già da ora viene presentato come uno dei più difficili per Mario Draghi. Lo stesso Draghi ha annunciato di essere pronto a nuove misure da prendere a marzo, se fosse necessario. Ma a un piano del genere ha mostrato tutta la sua ostilità Weidmann, il governatore della banca centrale tedesca. In Germania infatti il Qe della Bce è visto di fatto come un aiuto indebito ai paesi più deboli. La Germania a quei paesi chiede riforme, che avranno solo l’effetto di impoverire il mercato interno di quei paesi permettendo l’acquisto per un tozzo di pane di aziende sane da parte di aziende tedesche (esperienza del resto già vista in Grecia).

Ma un altro piano sembra profilarsi e sembra il peggiore per i cittadini comuni. Il piano è quello di portare in territorio negativo i tassi di interesse in modo significativo, in modo cioè di far pagare ai correntisti la possibilità di depositare il denaro. Ovviamente c’è chi penserà seriamente di portare il denaro a casa. E qui interviene la seconda parte del piano, cioè quella della guerra al contante, ostacolando il più possibile l’utilizzo del contante per la maggior parte dei casi quotidiani. Una guerra che già da anni è in corso e ha visto diversi passaggi: prima i limiti al prelievo, poi la tassa sul prelievo di contante al bancomat, poi la campagna pubblicitaria martellante sull’evasore che usava il contante, mentre il cittadino onesto usava una carta magnetica, poi l’obbligo per i pensionati di avere un conto corrente per ricevere la pensione.

Il cappio al collo del cittadino già vessato da mille tasse e da mille pastoie burocratiche sembra stringersi sempre più. E si intravvede una sola via di liberazione: il ritorno alla sovranità monetaria. Un tema che sembra godere di sempre maggiori favori presso i popoli europei, perfino in Germania e i diversi paesi del nord Europa. Ma ci sono politici e partiti all’altezza della situazione? E ce ne sono in Italia?

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