SPY FINANZA/ Così le banche centrali possono “fregare” soldi ai cittadini

- Mauro Bottarelli

Di chi dobbiamo davvero avere paura, chi è il nostro vero nemico, Daesh o le Banche centrali?, si chiede MAURO BOTTARELLI cercando anche di rispondere a questa domanda

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Mentre gli occhi di tutti sono fissi su Francoforte in attesa che Mario Draghi si riveli un’altra volta fonte di salvezza per i mercati, vorrei spostare il tiro con un’argomentazione volutamente provocatoria in tempo di lotta all’Isis: di chi dobbiamo davvero avere paura, chi è il nostro vero nemico, Daesh o le Banche centrali? Partiamo da un dato, relativo alle elezioni presidenziali Usa: Donald Trump ha vinto ancora le primarie in altri tre Stati, la nomination pare scontata. Eppure, lo scorso fine settimana, nella prestigiosa ed esclusiva cornice di Sea Island in Georgia, si è tenuto il World Forum annuale dell’American Enterprise Institute, la cui conferenza a porte chiuse aveva come tema il seguente: Come fermare il candidato repubblicano Donald Trump. Volete i nomi di alcuni partecipanti? Tim Cook di Apple, Larry Page di Google, Sean Parker di Napster (e investitore di Facebook), Elon Musk di Tesla Motors e SpaceX, il leader della maggioranza al Senato, Mitch McConnell, il guru politico Karl Rove, lo Speaker della Camera Paul Ryan, i senatori repubblicani Tom Cotton, Cory Gardner, Tim Scott, Rob Portman e Ben Sasse, il presidente del Comitato Energia e Commercio, Fred Upton, il presidente del Comitato per il Budget, Tom Price e il presidente del Comitato per i Servizi finanziari, Jeb Hensarling. Insomma, il gotha della comunicazione e dell’high-tech insieme a eminenti politici si è riunito non per decidere come combattere l’Isis in Siria e in Libia, ma per come boicottare la volontà popolare rispetto a un candidato sgradito. Alla faccia della più grande democrazia del mondo. D’altronde, tutti i media sono schierati compatti contro Donald Trump e vergognosamente a favore di Hillary Clinton, una che se non portasse quel cognome sarebbe già alla sbarra per spionaggio per la vicenda delle e-mail segretate spedite da un account privato. 

Ma perché lo odiano tanto? Perché è ignorante? Rozzo? Razzista? Magari anche un po’ omofobo, accusa che in questo periodo è come il nero, va su tutto? No, il perché lo ha spiegato indirettamente il premio Nobel per l’Economia, Paul Krugman, rispondendo a un giornalista: «È esattamente lo sbruffone ignorante che appare. Ma in economia, ha ragione Trump». Ops, certe cose però in società non si possono dire, accidenti, non sta bene. E qual è uno dei punti qualificanti dell’agenda economica di Trump? La lotta al dumping commerciale della Cina, con tanto di minaccia di riportare in patria chi ha delocalizzato. Impossibile, sulla carta, ma prima di bollare il tycoon solo come un pazzo populista sarebbe interessante che voi guardaste il grafico a fondo pagina, contenuto in un interessante articolo apparso sul numero dell’Economist del 6 febbraio scorso: cosa ci dice? Che le conseguenze dell’aver portato troppo rapidamente la Cina nel libero commercio mondiale sono state enormi, alla faccia dei benefici per tutti garantiti dalla globalizzazione. 

I lavoratori cinesi hanno trovato occupazione a milioni, ma – ammette l’Economist – «i lavoratori dei Paesi sviluppati hanno sofferto per la crescita cinese più di quanto gli economisti credevano (…). L’esposizione improvvisa alla concorrenza straniera ha significato almeno un decennio di calo dei salari e dei posti di lavoro». La Cina, in 22 anni, è passata dal 2,3% al 18,8% dell’export mondiale di prodotti industriali, fino ad avere il monopolio in determinati settori, ma nello stesso arco di tempo, gli Stati Uniti hanno perso il 44% dei posti di lavoro industriali (1990-2007): mille dollari d’importazioni cinesi hanno provocato in Usa un abbassamento dei salari di 500 dollari e la perdita di 2,4 milioni di lavori. Uno studio della Fed in collaborazione con la Yale University arriva a sostenere che l’apertura dei mercati globali alla Cina, coi suoi bassi salari, è costata agli Usa la perdita del 30% del lavoro industriale. 

Insomma, fino a quando la differenza dei salari fra cinesi e occidentali resterà così colossale, il dumping che denuncia Trump, i Paesi sviluppati saranno condannati alla devastazione sociale e all’arrivo a trimestri alterni delle varie Troike e commissari con le loro omicide ricette di austerity e svalutazione interna. Lo dice l’Economist, nonLotta comunista. Ma si sa, l’importante è nascondere il problema e mostrare solo il lato positivo della faccenda: inondare il mercato di merci sempre più abbordabili per regalare l’illusione del benessere, senza che la gente si renda conta che per poter far costare così poco quel bene si stanno distruggendo dinamiche industriali e occupazionali che si pagano in forma diretta. Insomma, hai uno splendido telefonino ma lo paghi con il credito al consumo perché sei disoccupato o precario a vita. Bello scambio, non c’è che dire. 

E attenzione, perché l’Unione europea ora è chiamata a decidere se conferire lo status di economia di mercato alla Cina, un suicidio annunciato per le nostre aziende, ma la Commissione getta acqua sul fuoco: in una nota di analisi sull’impatto sul riconoscimento dello status alla Cina, si fa infatti notare che i rischi di perdita di posti di lavoro sarebbero concentrati in Italia, Germania, Spagna, Francia, Portogallo e Polonia, paesi coinvolti nel 79% dei 234 mila posti di lavoro nei settori coperti da misure anti-dumping. Stando alle analisi di Bruxelles, la perdita di posti lavoro nell’Ue potrebbe essere al massimo fra 73.300 e 188.300 a patto che la Ue non decida misure per fronteggiare la nuova situazione: «Parlare di milioni di posti di lavoro in pericolo – ha indicato la commissaria al commercio Cecilia Malstroem al Parlamento europeo – semplicemente non è sostenibile dal punto di vista scientifico». Preparatevi, la mazzata è in arrivo. 

Ora, poi, per ammansire tutti c’è la grande paura del terrorismo, c’è il baobao Daesh con i suoi sgozzamenti e le distruzioni di monumenti: non hanno nemmeno fantasia, visto che con i talebani successe lo stesso. Ieri i Buddha, oggi Palmira, ieri Al Qaeda con i suoi video-sgozzamenti caserecci, oggi l’Isis con i tagliagole in HD. Nel frattempo, mentre noi guardiamo con malanimo il pizzaiolo egiziano che fino a ieri ci era simpatico, lorsignori si preparano alla tosatura finale del parco buoi, quello più ampio: i risparmiatori. Il bail-in per la risoluzione delle crisi bancarie voluto dall’Europa cos’è, di fatto? Mettete le cose in prospettiva come fanno i due grafici a fondo pagina: il primo ci mostra il numero di cittadini americani uccisi dal terrorismo comparato al numero di quelli uccisi per le armi da fuoco in libera vendita, mentre il secondo plasticamente dimostra che l’insorgenza di attentati è sempre reazione a un atto aggressivo dell’Occidente. 

Lungi da me difendere psicopatici che ammazzano in nome del loro Dio ma scusate, le idiozie alla Fallaci o alla Ferrara le lascio volentieri a loro. Il problema è che la guerra conviene, primo perché attiva il moltiplicatore più potente del Pil, il warfare del complesso militare-industriale, secondo perché sotto effetto della paura permanente la gente lascia fare al governo pressoché ciò che vuole. Ma non solo al governo, anche alle Banche centrali. E qual è l’unico scopo di Fed e Dipartimento del Tesoro, far star meglio la classe media americana e rilanciare l’occupazione e la crescita? No, con il loro azzardo di tassi a zero (e, presto, negativi) vogliono solo supportare e mantenere in vita i prezzi degli strumenti finanziari fraudolenti che il sistema ha creato per fare soldi sul e dal nulla. E, attenzione, perché se l’inflazione fosse misurata correttamente, scopriremmo che negli Usa si è vissuti per almeno quattro anni con i tassi reali in negativo: quella del risparmio, quindi, è di fatto una proposizione fallace a livello ontologico. 

E chi paga? L’assunto che si spaccia alla gente è semplice: l’economia non riparte perché la gente non consuma abbastanza, ma, anzi, risparmia. Sarebbe interessante capire però come questa logica si possa conciliare con l’ultimo studio della Fed, in base al quale il 52% degli americani non è in grado di affrontare una spesa di 400 dollari senza dover vendere un bene di sua proprietà o chiedere un prestito. Ma il pericolo è l’Isis, non la Fed. In Europa, addirittura, siamo ai tassi negativi: in Svizzera questo ha portato a una richiesta in fortissimo aumento per la banconota a più alta denominazione, quella da 1000 franchi, la quale ora pesa per il 60% di tutti i franchi in circolazione nel Paese. E anche in Giappone si è andati in negativo e oggi Draghi potrebbe scendere ancora di 10 o 20 punti, arrivando a -0,40% o -0,50% sul tasso di deposito. Dicono di farlo per stimolare prestiti e consumi e battere così la deflazione. Balle. Non a caso, sempre più istituzioni ed economisti, come l’ex capo del Tesoro Usa, Larry Summers, chiedono l’eliminazione delle banconote a più alta denominazione e diffusione, i 500 euro e i 100 dollari. 

La motivazione è duplice: eliminare una massa di denaro simile permetterebbe di andare molto più in negativo con i tassi e, oltretutto, non permetterebbe più alla gente di detenere denaro al di fuori del circuito bancario, come avviene in Grecia. E anche qui la scusa è pronta: lotta all’evasione fiscale e al finanziamento del terrorismo. Ovviamente, l’Isis andrebbe in rovina se eliminassero le banconote da 100 dollari e, nell’eurozona, magicamente evasione ed elusione sparirebbe insieme alle banconote viola. Credete anche agli unicorni, per caso? È il grande business, di controllo e di profitto, della moneta elettronica, la quale non può essere rimossa dai depositi bancari se non per essere spesa in maniera sempre tracciabile: di fatto, se si arrivasse a una società cashless, senza contante e solo con moneta elettronica, le banche potrebbero operare tranquillamente sempre più in negativo sui depositi, di fatto rubando soldi ai correntisti in maniera legale. 

Stiamo entrando nella fase finale del processo di finanziarizzazione dell’economia. Pensateci: quando un dirigente d’azienda prende a prestito denaro da un banca per operare buybacks azionari al fine di tenere alto il valore del titolo e garantirsi bonus e dividendi, cosa fa? Converte in pagamento di interessi alla banca i futuri profitti. Tutto diviene finanziarizzato e se il flusso si interrompe, le banche hanno potere di vita e di morte sulle aziende, così come sulle case dei mutuatari in ritardo (vedi la legge appena varata, con il tentativo smascherato di abbassare le rate non pagate a 7 per arrivare al pignoramento diretto dell’immobile da parte della banca). Nulla succede a caso e iltiming appare fondamentale per smascherare i doppi fini su cui si basa l’economia finanziarizzata odierna. 

Mario Monti, uno che certi ambienti li conosce bene, ha sempre ripetuto che le crisi offrono opportunità. Mai verità fu più sacra. Crisi finanziaria dei subprime, massima operatività di M&A, fusioni e acquisizioni, di sempre e nascita della più ampia concentrazione bancaria negli Usa, con piccoli e medi istituti cannibalizzati dalle 5 grandi banche statunitensi. Crisi del debito europeo? Commissariamento delle politiche economiche nazionali attraverso Troika e processi come il Fiscal compact, imposizione della svalutazione interna come metodo di riduzione dei deficit facendo pagare il conto ai salari. Crisi del terrorismo e guerra siriana, ultimo atto della finanziarizzazione dell’economia, attraverso l’imposizione di un modello di tassi negativi che faccia pagare il conto sempre al risparmiatore e mai alle banche, anche attraverso la lotta al contante che altrimenti finanzia Daesh e i dittatori. 

Attenti a cosa annuncerà oggi Mario Draghi, potrebbe davvero scoperchiare il vaso di Pandora.

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