FINANZA E POLITICA/ Ora all’Italia tocca pagare la “svista” di Renzi

- Stefano Cingolani

Alimentare il deficit spending in fase di ripresa, spiega STEFANO CINGOLANI, è foriero di guai presenti e futuri. E l’Italia ora deve prepararsi a un “esame di riparazione”

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Può darsi che i mercati siano in mano alla diabolica genia degli speculatori, ma quando giovedì pomeriggio hanno reagito alle mosse di Mario Draghi hanno dimostrato di muoversi in modo perfettamente logico. Le borse sono salite all’annuncio dei tassi zero (più l’acquisto di titoli dai 60 attuali a 80 miliardi mensili). Ciò dà nuovo fiato alle banche, sperando che aumenti finalmente il credito alle famiglie e alle imprese. Ma gli indici azionari sono scesi bruscamente quando gli operatori hanno ascoltato, durante la conferenza stampa, la precisazione fornita dal presidente della Bce: “Ciò significa che possiamo andare all’ingiù quanto vogliamo [sui tassi] senza avere conseguenze sul sistema bancario? La risposta è no”. Chi compra e vende titoli ha mangiato la foglia: Draghi ha detto chiaro e tondo che lui non può stampare moneta all’infinito e che da solo non può risollevare la stagnante economia europea.

Le previsioni per il 2016 lo dimostrano: i prezzi saliranno dello 0,1% soltanto e il prodotto lordo della zona euro cresce dell’1,4% invece dell’1,7% previsto tre mesi fa. Dunque, a un anno dal suo lancio, il Quantitative easing non è riuscito a invertire la tendenza strutturale alla deflazione e a far uscire l’Eurolandia da una sostanziale stagnazione.

Draghi non ha fatto abbastanza? C’è chi lo sostiene e cita l’esempio americano. Ma proprio gli Stati Uniti offrono una lezione che l’Europa non ha imparato: la Federal Reserve si è mossa in modo rapido e coraggioso, più della Bce nel 20008-2009, però non è stata lasciata sola ad affrontare la crisi, il Governo federale ha aumentato temporaneamente il disavanzo (tornato poi sotto il 3% del Pil) e ha ripulito le banche dai titoli tossici (non tutti, ma molti), favorendo la loro ricapitalizzazione. Nulla di tutto questo è avvenuto nel Vecchio continente. Draghi più volte ha fatto appello ai governi e anche questa volta ha chiesto aiuto, ma nessuno lo ha ascoltato. Non solo, è stato coperto di critiche dalla Germania.

I tedeschi sono sempre più convinti che Draghi stia salvando con i loro soldi i paesi latini (e questa volta includono anche la Francia), che rifiutano di mettere a posto le finanze pubbliche. Hanno torto? L’ostinata idolatria dell’austerità ha combinato parecchi guai negli anni della crisi dei debiti sovrani, dal 2010 al 2015 tra il primo crac e il terzo salvataggio della Grecia. Durante la recessione bisognava lasciare spazio ai disavanzi pubblici. Al contrario, alimentare il deficit spending in fase di ripresa è foriero di guai presenti e futuri.

È esattamente quel che sta facendo il governo Renzi, il quale da un lato sostiene che in Italia la crescita è arrivata, dall’altro che c’è bisogno di spingere la congiuntura aumentando il disavanzo dello Stato. Ieri al vertice dei socialisti europei a Parigi, ha lanciato un altro messaggio per la crescita. “L’austerity in Europa non funziona – ha detto – o come minimo ha portato sfortuna: basta guardare la lunga fila di governi ‘rigoristi’ che sono caduti come in un domino: Grecia, Portogallo, Spagna, adesso Irlanda”. Vero, tuttavia l’idea di un’espansione del deficit e del debito pubblico non conquista affatto i socialdemocratici del nord.

La congiuntura italiana è ancora incerta e la ripresa molto debole. Lo dimostrano le ultime cifre Istat. Per certi versi il dato sulla produzione industriale di gennaio è buono: l’indice destagionalizzato aumenta, rispetto a dicembre 2015, dell’1,9%. Dopo due mesi di segni meno, un gran balzo. Corretto per gli effetti di calendario, aumenta in termini tendenziali addirittura del 3,9% (i giorni lavorativi sono stati 19 contro i 20 di gennaio 2015). E tuttavia, la media trimestrale mostra che tra novembre e gennaio la produzione è aumentata dello 0,2% appena. A tirare è quasi soltanto l’automobile spinta anche dalla rottamazione. I consumi si muovono, però con ritmo fiacco e passo lento. Gli investimenti espansivi restano il punto debole.

Ma la cura è la crescita del disavanzo pubblico? In condizioni normali, una politica di aumento del deficit non può che essere temporanea. Se si potesse farlo per un periodo di tempo abbastanza lungo (non è il caso dell’Italia, dato il livello del debito), l’effetto sarebbe quello di aumentare il livello del prodotto lordo, non il tasso di crescita di lungo periodo. La conseguenza è che il deficit non si autofinanzia. Il più alto livello del Pil generato dal disavanzo iniziale porta certamente maggior gettito fiscale, ma questo riduce a sua volta il deficit e ne riassorbe gli effetti espansivi sull’economia. Dunque non possiamo tirarci fuori dalla palude prendendoci per i capelli, non esiste pasto gratis direbbero gli economisti, qualcuno deve pagare. Spetta a governo e parlamento decidere chi e come. Questo non significa condannarsi all’austerità, ma scegliere una politica fiscale compatibile e sostenibile.

In sostanza, se Renzi vuole aumentare il disavanzo, può farlo solo una tantum, per tagliare le imposte sul lavoro, le uniche con un effetto moltiplicatore sulla produzione e sulla crescita. Poi dovrebbe individuare un sentiero serio e credibile di riduzione della spesa corrente, a partire dal prossimo anno, quando la ripresa si sarà avviata a un passo decente su un sentiero stabile. Il dibattito su come prepararsi all’esame di riparazione dovrebbe cominciare da qui. E cominciare subito, non c’è molto tempo, poco più di un mese.

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