BANCHE E POLITICA/ Banco Popolare e Bpm: la parola è alla Bce ma anche al mercato

- Paolo Annoni

Mentre la Bce ritarda ancora il sì alla fusione, l’assemblea del Banco Popolare si profila come decisiva: soprattutto per trattenere la Bpm dall’opzione “mani libere”. Di PAOLO ANNONI

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Il presidente del Banco Popolare, Carlo Fratta Pasini (Infophoto)

Non sarà una settimana banale per il sistema bancario italiano. Sabato è in programma l’assemblea di bilancio del Banco Popolare, da mesi fidanzato con la Banca Popolare di Milano. La possibile “madre di tutte le aggregazioni” fra le Popolari italiane non è formalmente all’ordine del giorno della convention, in programma a Lodi. Né è probabile – anche se non del tutto escluso – che la vigilanza della Bce dia via libera al progetto prima dell’appuntamento del fine settimana. Tuttavia è evidente che – a meno di colpi di scena – il piano “Super-Banco” sarà il convitato di pietra dell’assemblea: una specie di immagine fissa sullo schermo dietro il presidente Carlo Fratta Pasini e l’amministratore delegato Pierfrancesco Saviotti (con l’auditorium disegnato da Renzo Piano all’ex BipielleCity saranno in collegamento sale assembleari a Verona, Novara e Lucca).

È chiaro che l’auto-esame del Banco ai propri conti – fra consiglio, management e soci – non sarà affatto neutrale rispetto alla stretta finale sul matrimonio con Bpm. Soprattutto allorché i rumor riferiscono di un pressing della Bce per un aumento di capitale e uno smaltimento più rapido delle sofferenze accumulate.

Tutto sarà rilevante, sabato: anzitutto come il Presidente e il Ceo presenteranno lo stato di salute del gruppo e la situazione dei colloqui con la Milano e con la supervisione di Francoforte. Nel 2015 al Banco è tornato l’utile (430 milioni rispetto al rosso precedente di 1,95 miliardi) e anche il dividendo (0,15 euro). Nonostante il carico dei bad loans (14,1 miliardi rispetto a un portafoglio impieghi di 85 e con un tasso di copertura in diminuzione) il Cet1 (principale parametro patrimoniale di vigilanza) era del 12,1% (fully based). Non sono brutte cifre, ma il mercato e la vigilanza europea – in una trattativa che si è molto prolungata – sembrano essersi via via convinti che disegnino un quadro relativamente più debole rispetto a Bpm: e questo sta pesando sia sulla definizione di un possibile concambio di fusione formalmente “fra eguali” (alla pari),  sia sull’ok di Danièle Nouy e dei suoi vigilantes.

Peserà all’assemblea Banco anche ogni parola pronunciata dai sindaci, che tradizionalmente intervengono ai lavori. Quello di Verona, Flavio Tosi, ex leader leghista oggi in avvicinamento al premier Matteo Renzi, è non da oggi un convinto supporter di ogni iniziativa di sviluppo per la piattaforma finanziaria scaligera (Banco, Fondazione Cariverona, Cattolica Assicurazioni). E si è scritto di come abbia avuto un ruolo nel tenere aperto il tavolo Banco-Bpm, trattenendo per ora Palazzo Chigi e il Mef dal chiamare la Milano al capezzale di Mps. Non ci sarà quest’anno Lorenzo Guerini, ex sindaco di Lodi intervenuto all’assemblea in anni passati: ma è diventato vicesegretario e portavoce del Pd e continua ad avere nella Bassa lombarda il suo elettorato. Sarà come se ci fosse. Ed è un commercialista affermato il sindaco Pd di Novara, Eugenio Ballarè: in città i soci dell’ex Popolare leader in Europa sono ancora un “corpo intermedio” molto forte.

Se anche dai sindaci venisse un endorsement netto, tutti i soci sabato conteranno però ancora per un voto: anche se sarà l’ultima assemblea di bilancio del Banco come cooperativa (l’anno prossima il gruppo sarà comunque una Spa, come la Bpm, anche senza aggregazione). La parola del “popolo del Banco” sarà decisiva: sia nel sostenere le posizioni del management a Francoforte (dove il dossier Banco-Bpm ha anche un profilo politico nel quadro della confrontation fra Italia e Ue), sia nell’ulteriore fase delle trattative con la Bpm.

In Piazza Meda, l’ultimo consiglio di gestione è parso invece rafforzare una posizione attendista. La governance Bpm, finora, non ha ostacolato il progresso dei colloqui serrati condotti in prima persona dall’amministratore delegato Giuseppe Castagna con il suo omologo veronese. Proprio giovedì, tuttavia, a Milano, il Consiglio di gestione presieduto da Piero Giarda (quello di sorveglianza è guidato da Mario Anolli) è sembrato smorzare il clima di “volata finale”. Ha preso atto che il dossier promette – opportunamente – di essere definito in tempi brevi: ma più in chiave di aspettativa del giudizio Bce che di impegno ultimativo per un esito positivo.

Com’era del resto prevedibile – e com’è naturale che sia -, la governance Bpm (su su fino al corpo sociale) sta cominciando a far emergere i suoi orientamenti in modo più leggibile. Orientamenti non improntati a opposizione pregiudiziale al proprio Ceo, ma sicuramente a una valutazione più oggettiva, “di mercato”, delle prospettive strategiche della Popolare milanese. Quest’ultima, fra l’altro, non ha anticipato la propria assemblea annuale, mantenendola alla canonica scadenza di fine aprile. E in quella sede è confermato il rinnovo ordinario del Consiglio di sorveglianza: il diaframma di vertice fra i soci e la governance. Il rinnovo avverrà ovviamente ancora nella cornice cooperativa: in attesa dell’assemblea di trasformazione in Spa, in calendario orientativo entro giugno. Forse più che nelle cose che negli atteggiamenti elaborati o espressi, è innegabile che ogni giorno che passa la Bpm sembra adottare sempre più un approccio “mani libere”. Mani libere che, inevitabilmente, rivendicherà il nuovo presidente del Cds, chiunque sarà.

Era stato del resto profeta e realista Franco Saviotti al Forex: “Il piano Banco-Bpm va chiuso entro febbraio”. Invece siamo a metà marzo e – in assenza di un sì convinto della Bce – stavolta è difficile attribuire alla “solita Bpm” dei dipendenti-soci un atteggiamento realista verso l’ipotesi-Banco: da esplorare fino in fondo, certamente, ma non da trasformare in questione di vita o di morte. Non per la Bpm, che i fondamentali recuperati proiettano certamente verso la contendibilità in Borsa all’indomani della trasformazione in Spa. Ma – non deve sembrare paradossale – è uno scenario che sta assumendo rilievo alternativo per molti soci Bpm: meglio una fusione che – inizialmente – tutelerebbe l’autonomia della banca, ma penalizzerebbe un po’ il titolo milanese; oppure tutti i rischi e le opportunità connessi con una piena valorizzazione al listino del titolo Bpm “stand alone”, scalabile o pienamente aggregante?

Sabato non sarà importante solo ciò che dirà il “mondo Banco” a Lodi, ma anche quale orecchio presterà – cinquanta chilometri più a nord – il “mondo Bpm”.

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