FINANZA E POLITICA/ “L’occasione persa” per l’Europa

- Giuseppe Pennisi

Negli ultimi giorni si è parlato molto di Bce e del referendum che si terrà in Gran Bretagna. Due temi che per GIUSEPPE PENNISI hanno una forte nesso tra di loro

bandiere_europa_ok_R439
Immagine dal web

Nel fine settimana, i commentatori economici hanno posto la loro attenzione sulle misure approvate dalla Banca centrale europea il 10 marzo e sull’avvicinarsi del referendum in Gran Bretagna sulla permanenza o meno nell’Unione europea. I due temi sono stati trattati separatamente, mentre, a mio avviso, c’è un nesso forte che pochi sembrano avere colto. Da un lato, le misure specifiche varate dalla Bce contengono una notevole prova di innovazione, specialmente nella condizionalità posta agli istituti di credito di poter fruire delle nuove agevolazioni della Banca dell’euro con sede a Francoforte, unicamente se, a loro volta, si adopereranno per fare giungere la liquidità alle imprese (al fine di attivare capacità produttiva e occupazione) e alle famiglie (al fine di incrementare i loro consumi). È una prova di innovazione forse tardiva (negli Stati Uniti misure analoghe sono state prese nel 2008). Quindi, rappresenta, più che un bazooka, un’ultima spiaggia. Se non avrà gli effetti sperati, la flebo di marca Bce non risveglierà l’Europa dal suo letargo che sembra avviarla sulla via di una nuova “stagnazione secolare”. La responsabilità non cadrà sull’istituto di Francoforte, ma sui Governi, la società civile, i gruppi di pressione che hanno procrastinato urgenti riforme economiche, in certi casi per gingillarsi con riforme istituzionali (tali comunque da rallentare l’economia). Si perderebbe l’occasione offerta dall’ultima spiaggia.

Da un altro lato, la trattativa tra il Governo di Sua Maestà britannica e il resto dell’Ue è già stata un’occasione tristemente perduta. È stata condotta in modo caotico e in tempi molto stretti . Si è conclusa in una maniera che potrebbe contagiare altri Stati insofferenti di vari aspetti dell’Ue, e particolarmente colpiti dalla stagnazione economica e dalla dilagante disoccupazione (soprattutto giovanile). Mentre sarebbe potuta essere una “finestra di opportunità” per un effettivo scambio politico. Da un canto, i punti fondanti sollevati dal Regno Unito avrebbero rafforzato il ruolo dei Parlamenti nazionali nella costruzione europea (oggi sono ridotti a meri ratificatori di provvedimenti di cui spesso non percepiscono il significato – come nei casi del bail-in delle banche e dei ritardi dei pagamenti dei mutui per l’edilizia residenziale). Dall’altro, le richieste in materia di welfare avrebbero potuto essere viste come un grimaldello per individuare elementi comuni di stato sociale europeo (essenziale per la mobilità del lavoro). L’Eurogruppo avrebbe poi potuto chiedere al Regno Unito, in cambio delle concessioni richieste, un supporto indiretto a favore di quell’unione monetaria di cui non fa parte (ad esempio, con un impegno per il mercato unico dei capitali).

In sintesi, si sarebbe proposta un’Europa non solo a passi differenziati (lo è già e verosimilmente lo diventerà ancora di più nel prevedibile futuro), ma con un doppio binario. Uno più vasto geograficamente diretto verso un minimo comun denominatore nel sociale e uno più ristretto su un approfondimento dell’unione monetaria. La sostituzione del binario unico con il doppio binario è sempre stata considerata come uno dei passaggi decisivi verso la modernizzazione delle infrastrutture.

Viene spesso obiettato che le tradizioni storico-culturali rendono impossibile quel minimo comun denominatore sociale (che ha portato la Gran Bretagna a chiedere clausole tali da discriminare, per sette anni, cittadini della stessa Unione). Cogliere la finestra di opportunità sarebbe potuto essere semplice: oltre un terzo della spesa pubblica degli Stati Ue va nel sociale e circa la metà riguarda la previdenza (una proporzione destinata ad aumentare a ragione dell’invecchiamento della popolazione). Si sarebbe potuti partiti da un’uniformazione di base (pur tenendo conto di specifiche differenze storico culturali), adottando come architrave il sistema Ndc (Notional Defined Contribution – o “contributivo”) iniziato in Italia e Svezia nella primavera 1995 e diffusosi in molti paesi neo-comunitari (specie quelli dell’Est dove i sistemi previdenziali erano quasi non esistenti). 



© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori