SPY FINANZA/ Il “casinò” aperto dalle Banche centrali

- Mauro Bottarelli

Le ultime mosse della Banca centrale del Giappone e della Bce hanno portato a conseguenze pericolose per il mercato dei titoli di stato. Ce ne parla MAURO BOTTARELLI

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Volete davvero sapere nelle mani di chi siamo? Bene, venerdì la Bce ha reso nota la trascrizione di un’intervista concessa il 18 febbraio scorso da Mario Draghi al Guardian, nella quale si affrontava il tema centrale della disoccupazione giovanile e della crescente ineguaglianza sociale. Ecco le parole di Draghi: «Nessuno resta giovane per sempre. La questione cruciale è come una persona può partecipare in pieno al processo economico lungo tutto l’arco della sua vita, avere una buona educazione, trovare un lavoro, comprare una casa per la famiglia. Reddito e benessere poi seguono, Ciò che mi spaventa è che la crescente ineguaglianza potrebbe precludere alle persone un percorso simile. Questo è un argomento a cui le nostre società devono guardare con attenzione. Il ruolo della Bce è di mantenere la stabilità dei prezzi, la quale previene una redistribuzione ingiusta».

Questa è la stessa persona che giovedì scorso ha aumentato a forza quattro il Qe, tanto per capirci, ovvero ha messo il turbo al principale driver dell’ineguaglianza. E non lo dico io, ma lo dice il “capo” di Draghi, ovvero quella Banca dei regolamenti internazionali che non solo è la Banca centrale delle Banche centrali, ma che ha pubblicato un report la scorsa settimana dal titolo Wealth inequality and monetary policy che immagino il numero uno dell’Eurotower abbia letto con attenzione. E cosa si diceva in quel documento, tra l’altro? «Dal 2010, gli alti returns azionari sono stati il principale motore della crescita più veloce della ricchezza netta nella parte alta della piramide distributiva… Lo studio condotto nel 2014 da Frost e Saiki si basava sull’impatto delle politiche monetarie non convenzionali sull’ineguaglianza reddituale in Giappone in un contesto di autoregressione vettoriale. Utilizzando i dati di un sondaggio tra i cittadini, hanno scoperto che il Quantitative easing ha ampliato l’ineguaglianza reddituale, soprattutto dopo il 2008 quando l’uso di questo strumento è diventato più aggressivo». Insomma, coerenza prima di tutto.

E volete sapere come rischiamo di andare a finire con gli azzardi monetaristi di Draghi? Bene, facciamo un passo indietro. Nella notte tra mercoledì e giovedì scorso, subito prima del Consiglio della Bce, il governo giapponese ha venduto un bond a 30 anni con un rendimento di 47 punti base: è il livello più basso non solo per Tokyo ma per l’intero genere umano. Il primo grafico a ondo pagina mette in prospettiva il contesto che ha reso possibile quell’emissione: nel 2015, il Giappone ha speso a livello governativo poco meno di 100 triliardi di yen, il tutto però a fronte di nemmeno 50 triliardi di entrate. Come vedete, la ratio debito/Pil viaggia in area 240%. Non so voi, ma a me hanno insegnato, in via teorica, che un governo che deve prendere a prestito circa 50 centesimi di ogni dollari che spende, dovrebbe pagare un premio di rischio alto per aver accesso al mercato obbligazionario per finanziarsi. Così non è, invece. E c’è di peggio, come ci mostra il secondo grafico: perché se certe ratio macro dovrebbero vedere il Giappone a livello greco per quanto riguarda il pagamento di rendimenti, il fatto che ad aggravare la situazione ci sia un buco nero demografico come questo dovrebbe precludere del tutto la presenza di Tokyo sui mercati obbligazionari. Certo, se vivessimo in un mondo normale e non nel favoloso mondo di Amelie Draghi e del Qe globale.

In 30 anni, la popolazione giapponese è calata del 30% a quota 90 milioni, mentre la popolazione in età da lavoro è scesa da 78 milioni a 52 milioni circa, un calo del 33%. Di più, il tasso di partecipazione alla forza lavoro si è stabilizzato, ma anche se restasse all’attuale livello del 60%, staremmo comunque parlando di soli 31 milioni di lavoratori. Peccato che il Giappone vanti già oggi 31 milioni di pensionati e il numero è previsto che salga a 36 milioni entro il 2060: insomma, alla scadenza naturale di quel bond a 30 anni emesso la scorsa settimana, il Giappone avrà più pensionati che lavoratori. A livello fiscale e demografico è una strada senza uscita.

Direte voi, come diavolo fanno a piazzare bond a così lunga scadenza pagando nulla di rendimento se hanno una situazione macro simile? Semplice, Tokyo non vende nulla agli investitori, di fatto affitta ciò che ha il valore di un’opzione put a traders di breve periodo, i cosiddetti fast money traders, i quali sanno di poter ottenere un capital gain in tempo breve prima di rivendere quella carta alla stessa Bank of Japan. Ed è ovvio che questa logica funzioni, che la gente compri, per il semplice fatto che la Bank of Japan attraverso l’Abenomics ha detto chiaro e tondo che sarà acquirente di prima e ultima istanza del debito giapponese che va in circolazione. E il fatto di aver portato i tassi in negativo è una garanzia ulteriore dei suoi acquisti onnivori a qualsiasi prezzo, la distruzione assoluta dei concetti di mark-to-marketprice discovery e fair value: è l’Unione Sovietica finanziaria.

Dopo l’asta di mercoledì notte, l’intera curva dei rendimenti giapponese è negativa fino ai 13 anni, significa che bond per un controvalore di 5 triliardi di dollari emessi dal governo più fiscalmente a pezzi del mondo sono stati spediti ai confini della realtà economica in territorio negativo. E la cosa grave, confermata dal blitz di Draghi giovedì scorso, è che il governo giapponese non è nel bel mezzo di un esperimento esotico alieno al resto del sistema finanziario globale, anzi, è il capofila implementatore di una logica keynesiana parossistica che si muove su basi da stato dell’arte. Di più, non solo il Giappone è il dottor Frankenstein che opera su mandato dei vari Krugman di turno, è anche il bravo alunno che dà l’esempio a tutti gli altri, come ci ha dimostrato il G-20 di fine febbraio a Shanghai, dove di fatto la logica del Qe perenne è stata sdoganata come unica ricetta possibile.

Detto fatto, la Bce si è sentita legittimata a compiere il più grande azzardo monetario della sua storia. I banchieri centrali a livello globale hanno creato un paradiso per front-runners, uccidendo in nuce il concetto stesso di bond governativo: un mondo che ha visto il bond britannico, il British consol, viaggiare per oltre 200 anni sulla parità e con un solido rendimento del 3%, ora vede il debito sovrano tramutato in un veicolo per scommesse speculative degli hedge funds che puntano a un capital gain sul brevissimo, operando a leva di repo 95:1. In parole povere, le Banche centrali hanno quasi distrutto il mercato dei bond governativi, arrivando a creare di fatto una platea globale di 60 triliardi di dollari di debito sovrano prezzato in maniera totalmente distorta, oltretutto incanalando nel processo altri triliardi di dollari verso debito corporate ed equities alla disperata ricerca di rendimento, fregandosene bellamente del rischio insito in tale operazione. Quando i giocatori d’azzardo decideranno di uscire dal casinò delle Banche centrali, questo può potenzialmente implodere.

Quanto successo mercoledì notte in Giappone può essere un segnale, quasi una profezia, perché era dal crollo di Lehman Brothers che il rendimento del bond a 30 anni giapponese non era inferiore al rendimento del Treasury Usa a 2 anni. Cosa ci aspetta, quindi, per il futuro dopo la decisione di Mario Draghi e della Bce, non a caso violentemente avversata dalla Germania? Il primo grafico a fondo pagina ci mostra come la platea di debito corporate europeo sia di 1,6 triliardi di euro, ma eliminate le categorie di bond non eligibili (a meno che il criterio non-bank venga accantonato nelle prossime settimane e si acquistino anche obbligazioni finanziarie) si riduce a 554 miliardi di euro: sicuri che si potrà andare avanti a ritmi massimi con gli acquisti anche oltre il marzo 2017 se necessario, come ha detto chiaramente Mario Draghi?

Di più, se gli acquisti della Bce saranno davvero di quantitativi rilevanti, gli investitori potrebbero ritrovarsi bloccati nel mercato di ciò che l’Eurotower non compra (vedi il debito subordinato o il debito di aziende Usa e britanniche denominato in euro), di fatto aumentando il rischio sul mercato del credito per soggetti che non siano istituzionali. Inoltre, se la Bce sarà molto attiva sul mercato primario, l’accesso a nuove obbligazioni sarà più difficile per gli investitori. Ed ecco la criticità: se un acquirente abbastanza grande e totalmente disinteressato al prezzo, leggi la Bce, opererà come già sta facendo ma su basi ancora più ampie, l’epilogo non potrà che essere un deterioramento ulteriore della liquidità di mercato.

E guardate nel secondo grafico cosa è successo venerdì sul mercato obbligazionario Usa dei Treasuries a 10 anni: soltanto nel giugno del 2013 c’era stato un numero di fallimenti, sia nella ricezione che nella consegna di bond, superiore. Il mercato obbligazionario mondiale è rotto e se la Fed non fa qualcosa, ovvero vendere un po’ delle sue detenzioni di Treasuries, c’è il pericolo che si inneschi un’ondata di avversione al rischio su tutte le asset classes, qualcosa che non è accettabile per la Banche centrali. Bce in testa.

 

 



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