SPY FINANZA/ Libano, Egitto, Iraq: i “fronti” che l’Europa non vuole vedere

- Mauro Bottarelli

Mentre ci si indigna per il voto tedesco, dice MAURO BOTTARELLI, ci sono degli importanti fronti che l’Europa rischia di trascurare con effetti che possono essere negativi

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«Chiediamo un riordino del diritto di immigrazione. La Germania ha bisogno di un’immigrazione qualificata che voglia integrarsi. Chiediamo una legge sull’immigrazione secondo il modello canadese. Un’immigrazione disordinata nel nostro sistema sociale deve essere assolutamente impedita. Veri perseguitati politici devono poter trovare asilo in Germania. Un trattamento umanitario esige che possano trovare lavoro qui». Siete d’accordo con questa posizione? Se sì, cari lettori, siete appartenenti alla destra xenofoba. Non lo dico io, lo hanno detto tutti i giornali e i telegiornali che ieri si sono interessati ai risultati delle elezioni tenutesi domenica in tre Lander tedeschi. Già, perché quella che vi ho presentato è la posizione ufficiale di Alternative fur Deutschland presa e tradotta letteralmente dal loro programma elettorale, alla voce “Politica di integrazione”. Non “di immigrazione”, bensì “di integrazione”: conoscete xenofobi che vogliano integrare, per caso? Io no, ma conosco cooperative che vogliono mangiare e politici che le facilitano nel loro compito di sfruttamento dell’immigrazione senza regole. 

E per quanto riguarda il capitolo “Politica monetaria”, cosa ci dicono gli estremisti teutonici? «Esigiamo un ordinato scioglimento del sistema monetario dell’euro. La Germania non ha bisogno dell’euro. L’euro ha danneggiato altri Paesi. Esigiamo la reintroduzione delle valute nazionali o la creazione di più limitati e più stabili accordi monetari. La reintroduzione del DM non deve essere un tabù. Esigiamo un cambiamento dei trattati europei per rendere possibile l’uscita di ogni Stato dall’euro. Ogni popolo deve poter decidere democraticamente sulla propria valuta. Esigiamo che la Germania pretenda questo diritto al ritiro, bloccando con il suo veto ulteriori crediti dell’Esm. Esigiamo che i costi della cosiddetta politica di salvataggio non vengano sostenuti dal contribuente. Le banche, gli hedge funds e i grandi investitori privati sono i beneficiari di questa politica. Devono per questo risponderne per primi. Chiediamo che agli Stati eccessivamente indebitati e senza speranza sia accordato un taglio del debito. Nella crisi del debito le banche devono sostenere le loro perdite, ovvero venir stabilizzate gravando sui loro maggiori creditori. Esigiamo un divieto immediato dell’acquisto di carta straccia dalla Banca centrale europea. L’inflazione non può azzerare il risparmio dei cittadini». Sempre preso letteralmente dal programma elettorale: dunque, in America quando Bernie Sanders chiede di far pagare alla finanza e non ai cittadini gli abusi sui mercati e le politiche d’azzardo, viene subissato di applausi e i nostri commentatori vedono i loro occhi illuminarsi, se invece lo dicono quelli di Alternative fur Deutschland, allora sono razzisti. 

Infine, il capitolo “Politica europea”: «Noi sosteniamo un’Europa di Stati sovrani con un mercato comune. Vogliamo vivere insieme in amicizia e buon vicinato. Noi chiediamo un illimitato potere del parlamento in materia di bilancio. Respingiamo decisamente una Unione di trasferimento [il progetto di integrazione dei flussi finanziari a livello europeo] così come uno Stato europeo centralizzato. Faremo in modo che le competenze legislative ritornino ai Parlamenti nazionali. Ci adopereremo fortemente per una riforma dell’Ue per eliminare la burocrazia di Bruxelles e per sostenere la trasparenza e l’attenzione alle esigenze dei cittadini. Il Parlamento europeo non ha funzionato nel controllare Bruxelles. Noi appoggiamo energicamente le posizioni di David Cameron, che snellisca l’Ue con più concorrenza e autoresponsabilità». Cosa c’è di razzista, estremista e xenofobo in queste posizioni? Cosa c’è di fascista in chi evoca come modello David Cameron? 

C’è la malafede della sinistra, moderata e/o estrema che sia: questo Paese vive ancora su schemi mentali che sono steccati ideologici, non c’è speranza fino a quando un solo figlio del ’68 avrà una posizione dirigenziale. È un veleno inoculato e che non ha antidoto, si chiama ipocrisia. E domenica in Germania non si è trattato di un voto da poco, perché è andato alle urne complessivamente un quinto dell’elettorato tedesco e anche dove il partito della Merkel ha mantenuto il primo posto, in Sassonia-Anhalt nella ex Germania dell’Est, la AfD ha superato addirittura il 24%. In Baden-Wuerttemberg, la Cdu – che ha dominato il terzo Land tedesco per popolazione e dimensioni dell’economia per 50 anni, fino al 2011 – ha perso l’11%, quando solo dieci anni fa in quest’area tradizionalmente conservatrice sfiorava il 45% dei voti. Domenica è scesa al 27,5%. Tutti xenofobi quelli che hanno detto addio alla Mutti e hanno deciso di votare AfD? 

Certo, Alternative fur Deutschland è nata solo tre anni fa come partito anti-euro e ora ha invece basato l’intera campagna elettorale sul tema dell’immigrazione, ma le due cose non sono strettamente connesse? Non è questione europea il disastro che sta accadendo? Tra quote obbligatorie, hot-spots, ripartizioni, sospensioni di Schengen, identificazioni, superamento del Trattato di Dublino non è forse l’Ue, divisa come non mai ma pur sempre a guida tedesca (quindi Merkel), ad aver portato la situazione al collasso, arrivando ora al suicidio finale di delegare – previo pagamento salato – alla Turchia di Erdogan la tutela dei confini? 

La Cdu ha pagato un prezzo che non è certo economico ma tutto sociale e politico: il travaso di voti dagli scontenti della Cdu per lo spostamento “troppo a sinistra” della signora Merkel è un sonoro schiaffo in faccia che tutti hanno sentito. In Sassonia-Anhalt, dove l’avversione alla politica della signora Merkel sui rifugiati si è sommata al malcontento per la situazione economica (qui la disoccupazione è più che doppia della media del Paese), il 40% degli elettori di AfD, stando alla prima analisi dei flussi di voto, non erano andati alle urne alle precedenti elezioni. Degli altri, la maggior parte, in uguale misura (17%), sono venuti dalla Cdu e dalla sinistra della Linke, oltre che dai neonazisti. Ma anche nei due Laender dell’ovest, AfD ha messo a segno un notevole successo, ottenendo oltre il 14% in Baden-Wuerttemberg e il 12% in Renania-Palatinato. Quindi, un voto anti-ideologico per antonomasia, esattamente come il voto degli operai francesi di Marsiglia per il Front National: non è questione di ideologia, ma di sopportazione ormai al limite. 

Ieri, parlando in sede europea, il ministro degli Esteri, Gentiloni, ha detto che «l’instabilità dell’Africa minaccia anche l’Italia, perché spinge i flussi migratori». E Gentiloni non ha parlato a caso: i fronti si ampliano sempre di più, in effetti. C’è quello siriano, di fatto gestito con il ricatto da Erdogan e sabotato con la chiusura della rotta balcanica, ma c’è anche la Libia, sempre più destabilizzata dall’Isis e pronta a detonare in primavera, quando la tratta di mare verso Lampedusa rischia di tramutarsi in un’autostrada per disperati. Ma ci sono anche altri tre rischi: primo, la volontà di destabilizzare il Libano dell’Arabia Saudita e del Coordinamento dei Paesi del Golfo, i quali hanno dichiarato con un voto unanime Hezbollah “entità terroristica”, dimenticando che il movimento sciita esprime due ministri nell’attuale governo di Beirut. Se esplode il Libano, parliamo di milioni di persone accampate nei suoi campi profughi che dovranno scappare. Dove, a vostro modo di vedere, forse in Israele? 

Secondo, l’Iraq. Ieri Erdogan ha infatti ordinato bombardamenti nell’area curda del Paese in rappresaglia all’attentato di domenica ad Ankara e questo potrebbe rinforzare la posizione dell’Isis nel Paese, oltretutto con i nostri militari inviati proprio nella roccaforte di Daesh a Mosul per vigilare sui lavoro di ristrutturazione della diga. La troppa concentrazione sulla Siria ci sta facendo dimenticare il fronte iracheno, un errore mortale. Non è un caso infatti che il numero di contractors privati che lavorano proprio in Iraq per il Dipartimento della Difesa Usa sia salito di otto volte nel corso dell’ultimo anno, un tasso che supera di gran lunga quello del pur crescente numero di militari statunitensi impegnati ad addestrare e formare l’esercito di Baghdad nella lotta contro lo Stato islamico. Un aumento senza precedenti, reso noto 10 giorni fa dal report presentato dal Pentagono al Congresso Usa e che dimostra la sempre maggior dipendenza dell’esercito Usa dai civili, anche per missioni con presenza di truppe relativamente ridotta. A gennaio di quest’anno in Iraq erano presenti 2028 contractors contro i 250 di un anno prima, mentre le truppe dell’esercito erano di 3700 uomini contro i 2300 del gennaio 2015. 

Di più, il numero di “militari privati” rappresenta solo una frazione di tutti i contractors impiegati dagli Usa in Iraq: oltre ai 2028 del Pentagono, infatti, ce ne sono altri 5800 che lavorano per altre agenzie, tra cui il Dipartimento di Stato. Di più, se nel 2011 solo il 29% dei contractors in Iraq erano cittadini americani, ora siamo al 70% con il 10% di iracheni e il rimanente 20% di terza nazionalità varia. Inoltre, il portavoce dell’operazione militare Inherent Resolve in Iraq, colonnello Steve Warren, ha confermato che il numero di contractors che il Pentagono può impiegare non ha un limite. Perché gli Usa si lanciano in questa privatizzazione della guerra? Forse perché sanno che a breve i fronti saranno molti e le capacità militari tradizionali insufficienti e inefficaci? 

C’è poi l’Egitto, tornato recentemente agli onori delle cronache per l’omicidio brutale di Giulio Regeni. Bene, c’è dell’altro e ce lo mostra il primo grafico a fondo pagina: proprio ieri la Banca centrale egiziana ha svalutato il pound del 13% sul dollaro, passando all’asta da 7.73 a 8.85 sul cambio rispetto a un controvalore di 198,1 milioni di dollari. Come vedete dal grafico, la netta svalutazione ha portato a un re-coupling con il valore del credit default swap del Paese, il quale sta affrontando una netta scarsità di dollari sul mercato (ancora una volta, grazie Fed). Le riserve valutarie sono fisse a 16 miliardi di dollari, dopo il crollo durante la rivoluzione contro Mubarak, ma entro fine anno, almeno stando ai calcoli della stessa Banca centrale, dovranno salire a 25 miliardi di dollari. 

E il motivo è presto spiegato, ci pensa il secondo grafico, dal quale si desume che il livello attuale di riserve è il minimo sindacale per potere onorare le scadenze del debito estero del Paese, tanto che sui mercati comincia a circolare la voce di una richiesta di prestito del Cairo al Fmi, per ora smentita dalle autorità egiziane. È un circolo vizioso, perché da un lato la Banca centrale ha ammorbidito i requisiti per le banche, permettendo così agli operatori stranieri di non avere troppi vincoli sul loro business, ma di converso, se questi continuano a prelevare dollari immettendoli sul mercato nero, il prezzo crolla sul black market. L’Egitto continuerà a svalutare? 

In molti pensano di sì, perché per restaurare un regime di competitività normale si dovrebbe arrivare in area 9,5 sul dollaro, il problema è che continuando a operare in questo modo si rischia l’esplosione dell’inflazione, oggi al 7,5%, livello che già crea non poche difficoltà ai cittadini egiziani. Capite da soli che in un contesto del genere, basta poco per far precipitare la situazione. 

E l’Europa come risponde a questi focolai di destabilizzazione ulteriori? Condannando la vittoria di AfD in Germania quasi fosse una sorta di rinascita del Terzo Reich: finché ragioneremo così, per schemi ideologici predeterminati, le AfD continueranno a nascere e crescere e le destabilizzazione continueranno ad aumentare, portando con sé il frutto amaro delle crisi umanitarie e dell’immigrazione di massa. Occorre agire sul problema, non solo sulle sue conseguenze. Ma questo vorrebbe dire pestare piedi importanti, piedi che ci sguazzano nelle destabilizzazioni mediorientali, visto che hanno l’Oceano Atlantico come barriera difensiva. Ma, se preferite, continuate a camminare lungo il sentiero comodo della criminalizzazione del dissenso democratico: attenti, però, a cosa potrebbe portare in dono questa scorciatoia politica del bollare tutto con il marchio d’infamia del populismo. 

 

 



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