UNICREDIT/ Il “piano segreto” di Palenzona (scomodo per Bolloré)

Fabrizio Palenzona sembra determinato, spiega SERGIO LUCIANO, a costruire un nocciolo duro in Unicredit. La banca potrebbe anche contrastare lo strapotere di Vincent Bollorè

23.03.2016 - Sergio Luciano
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Fabrizio Palenzona (Infophoto)

In ordine sparso, disordinatamente: l’assetto da pura “public company” di Unicredit sta vivendo in queste settimane uno “stress-test” non da poco. Il consiglio d’amministrazione è in carica fino alla primavera del 2018, ma il clamore sollevato dalle dichiarazioni da Giamburrasca-Del Vecchio sull’opportunità di cambiare il capo-azienda non si è sopito, semmai è stato coperto da un velo di cenere. E sotto questa cenere cova la voglia di alcuni e forse la necessità oggettiva di ricostruire tra i soci stabili della banca un embrione di “nocciolo duro”. Alla cui progettazione starebbe lavorando il vicepresidente della banca, oggi meno potente di un tempo ma pur sempre attivo e incisivo, Fabrizio Palenzona.

Ma andiamo con ordine. L’inchiesta fiorentina concentratasi proprio contro Palenzona su un asserito trattamento di favore che la banca avrebbe riservato a un imprenditore siciliano è stata smontata dalla stessa magistratura perché totalmente campata in aria, però ha rimestato vecchi veleni all’interno dell’Istituto. Perché al suo profilarsi, con le perquisizioni e i sequestri poi revocati dal Tribunale, ha fatto riaccendere la fronda contro il “peso” metaforico del colossale (letteralmente) banchiere. E successivamente lo sgretolarsi delle accuse, paradossalmente, ha rilanciato oggi il credito dell’ex-inquisito numero uno.

Intanto, a dispetto dell’impegno personale dell’amministratore delegato Federico Ghizzoni e della sua pur ottima squadra, i risultati economici di Unicredit non possono convincere tutti – e quale banca del resto convince tutti, oggi? – e le difficoltà prospettiche del mercato bancario fanno il resto. In un quadro così instabile, la solidità dei rapporti tra soci cosiddetti stabili appare insufficiente, per non dire inesistente, allo scopo di garantire punti di riferimento alla gestione.

Dall’uscita di Profumo in poi – ma in fondo anche da prima – un ruolo di regista “di fatto” l’aveva sempre svolto Palenzona, vicepresidente dell’Istituto, appunto colpito ma poi scagionato dall’inchiesta fiorentina. Sicuramente Palenzona appare oggi meno potente di un tempo. Più debole a Torino, rispetto agli assetti della Fondazione Cassa di risparmio che l’ha designato in Unicredit; più debole con i Benetton, di cui è stato per vent’anni fiduciario politico e che non lo rinnoveranno ai vertici di Aeroporti di Roma.

Ma tra questo e concludere che Palenzona sia al capolinea ne corre. Anche per assoluta mancanza di alternative “ideologiche” dentro e attorno Unicredit. Di qui, al contrario, le voci sul fatto che resti comunque solo lui il possibile regista di una ridefinizione di nocciolo duro nell’azionariato della banca. Anche perché – non va dimenticato – oggi Unicredit è o potrebbe essere l’unico baluardo contro lo strapotere di Vincent Bollorè, benedetto dal suo aiutante di campo in Italia Alberto Nagel, su Mediobanca e tramite essa sulle Generali. Unicredit è il primo socio di Mediobanca e da quella posizione, volendo, può dire se non altro “altolà”.

Del resto, una pura “public company”, priva di collante tra soci, non vive bene le fasi di crisi come quella attuale, tanto più se è una banca. I soci istituzionali di pura natura finanziaria non bastano a garantire alcun criterio strategico se non l’ovvio input della redditività. Il primo azionista, il fondo di Abu Dhabi Aabar Luxembourg (col 5,049%), rappresentato in Unicredit da Luca di Montezemolo, è tanto pesante sul piano finanziario quanto leggero culturalmente, non ha una visione sull’investimento che vada oltre un’ovvia e generica tutela del ritorno per gli azionisti. BlackRock, il colosso mondiale degli investimenti azionari (5,026%) vede in Unicredit un granellino della sua tentacolare presenza in tutti gli asset mobiliari di un certo peso d’Europa. La Fondazione di Verona (3,4%), un tempo alter-ego di Palenzona nel gestire gli equilibri in Unicredit, appare oggi in freddo col vicepresidente. Gli resta vicina quella di Torino (2,5%). Mentre gli altri soci con meno del 2% – per quanto se ne sappia – cioè Allianz, Mediobanca, Generali, eccetera sono di fatto ininfluenti o presi da altre priorità.

La scommessa di Palenzona non può che giocarsi quindi sul fronte di un ricompattamento delle Fondazioni e di una più consapevole adesione degli arabi a un progetto di rinnovamento nella stabilità. Ma ricucire con i veneti appare arduo anche per un abile negoziatore.

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