SPY FINANZA/ Usa-Russia, la “Guerra Fredda” che può costar caro all’Europa

- Mauro Bottarelli

Gli Usa avevano un piano preciso sulla Siria, ma la Russia è stata più scaltra. Ora, spiega MAURO BOTTARELLI, dobbiamo però fare i conti con il rischio di una guerra totale

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È la storia a confermare che gli americani creano Frankenstein che poi non sanno gestire. Il ricercatore e scrittore americano William Engdahl nel suo libro “L’egemonia perduta” dice chiaramente che fu la Cia negli anni Cinquanta a far incontrare il culto della morte dei Fratelli musulmani con la branca primitiva dell’Islam wahabita, un mix letale dal quale nacquero i mujahidin, le guerre in Cecenia, la guerra contro Milosevic e poi Al Qaeda, Al-Nusra e l’Isis. Non è poi un segreto che le amministrazioni Carter e Reagan lavorarono fianco a fianco con gli islamisti pachistani e afghani in chiave anti-sovietica. Quando nel 1998 fu intervistato da Le Nouvel Observateur, la mente della collaborazione tra Usa e mujahidin afghani, Zbigniew Brzezinski, fu molto chiaro quando il giornalista gli chiese se aveva rimorso per il fatto che gli insorgenti si fossero trasformati prima in Talebani e poi in Al Qaeda: «Rimorso per cosa? Quell’operazione segreta fu un’operazione eccellente. Ha sortito l’effetto di risucchiare i russi nella trappola afghana e io dovrei avere rimorso? Cos’è più importante nella storia del mondo? I Talebani o il collasso dell’impero sovietico? Alcuni musulmani agitati o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della Guerra fredda?». 

Sfortunatamente sappiamo a cosa ha portato questo tipo di approccio alla Luttwak, tanto per citare uno degli esponenti più conosciuti al grande pubblico italiano. Nel 2007, in un articolo pubblicato dalla rivista The New Yorker, il vincitore del premio Pulitzer e giornalista investigativo, Seymour Hersh, spiegò alcune delle linee guida delle operazioni clandestine che presero vita sotto l’amministrazione Bush contro Iran, Siria e sciiti in Medio Oriente. Alla base della strategia di George W. Bush per contenere l’Iran c’era un accordo stretto con i sauditi e Israele dopo l’invasione americana dell’Iraq: «Pare che ci fu un dibattito all’interno del governo riguardo quale fosse il pericolo più grande, se l’Iran o i sunniti radicali. I Sauditi e alcuni membri dell’Amministrazione Bush dissero chiaramente che la minaccia maggiore veniva da Teheran e che i sunniti estremisti erano il male minore. Fu la vittoria della linea saudita», scriveva Hersh citando Vali Nasr, un membro molto rispettato del Council on Foreign Relations ed esperto di Medio Oriente. Ora, tenete a mente questo nome: il principe Bandar bin Sultan, ex ambasciatore saudita a Washington. Fu lui a porre le basi della politica mediorientale americana e di fatto dell’ideologia neo-con in politica estera, di fatto una strisciante e perenne guerra sotto copertura contro gli sciiti non solo per ragioni religiose, ma soprattutto per il fatto che, pur essendo minoranza, erano concentrati a livello predominante in aree mediorientali ricchi di petrolio. 

Citando un consulente del governo Usa, Hersh afferma chiaro e tondo che Bandar e altri sauditi dissero questo alla Casa Bianca: «Noi terremo un occhio ben aperto sui fondamentalisti religiosi. Abbiamo creato questo movimento, lo controlliamo. Noi non vogliamo che i salafiti non tirino le bombe, vogliamo che le tirino a Hezbollah, a Moqtada al-Sadr, all’Iran e ai siriani, se questi ultimi continuano a collaborare con Hezbollah e Teheran». Insomma, il genio della destabilizzazione è uscito già da tempo dalla lampada e, come il dentifricio uscito dal tubetto, è molto complicato da rimettere dentro.

Il rischio, ora, è duplice. Primo, vedendo persa la Siria, l’Isis potrebbe davvero spostare il suo campo di battaglia in Europa per porre pressione su chi ha permesso a sciiti e russi di distruggere il sogno del Califfato che sembrava andare bene anche a quei governi – Usa e Ue – che non vogliono che Assad resti al potere (ad esempio, perché nega l’ok alla pipeline Qatar-Turchia). 

Secondo, strettamente legato a quella riunione della Nato tenutasi a Bruxelles l’11 settembre e di cui abbiamo parlato ieri. Nonostante il cessate il fuoco in Siria sia ancora attivo e finora inviolato, a Washington pare che avessero già un “Piano B” pronto in caso la tregua fallisca. Non lo dico io, lo ha detto lo stesso John Kerry ai giornalisti quando l’inchiostro della firma per la cessazione delle ostilità non era ancora asciutto: «Sta prendendo vigore una discussione significativa relativamente a un “Piano B” in caso non si ottengano risultati dal tavolo negoziale». Ovviamente Kerry non diffuse particolari al riguardo, ma sempre William Engdahl ha qualche idea al riguardo e l’ha pubblicata in un articolo per New Eastern Outlook. Il piano sarebbe semplice: se non ci sarà transizione politica in pochi mesi, la missione diverrà quella di dividere il Paese, una strategia cui i geostrateghi di Washington lavorano da un decennio e che dal 2008 è nero su bianco grazie all’allora assistente del Segretario di Stato per gli Affari mediorientali, Jeffrey D. Feltman, lo stesso che vedeva come unica speranza per il Libano l’isolamento di Hezbollah. 

Ecco cosa dice al riguardo Engdahl: «Nel 2008, Feltman curò un piano segreto insieme all’ex ambasciatore saudita a Washington, il principe Bandar bin Sultan, soprannominato “Bandar Bush” dall’ex presidente George W. Bush, proprio per gli stretti legami che aveva con la sua famiglia. Il cosiddetto “piano Feltman-Bandar” è stato rivelato nel 2011 grazie all’hackeraggio di alcuni documenti riservati contenuti nelle migliaia di files di Stratfor, l’agenzia di consulenza d’intelligence del Dipartimento della Difesa e dell’industria militare Usa». E in cosa consisterebbe? Dividere il Paese in differenti gruppi etnici e settari, in particolare tra alawiti, sunniti, sciiti, curdi e cristiani e dividere poi il territorio in tre zone: grandi città, piccoli città e villaggi. Ecco cosa dice Engdahl: «A quel punto, Stati Uniti, Arabia Saudita e alleati selezionati comincerebbero l’addestramento e il reclutamento sotto copertura di cinque livelli o reti di attori attivi, controllati dalla Cia e dall’intelligence saudita, per eseguire la distruzione o lo smembramento della Siria». Magari propedeutico alla nascita del Sunnistan, di fatto il Califfato che vuole Daesh. 

E guarda caso, proprio mentre nel Paese è in atto la tregua, il Wall Street Journal con un articolo di Adam Entous fa notare che i principali consiglieri militari di Obama stanno alzando terribilmente il pressing sul presidente per aumentare la pressione contro Mosca, anche attraverso assistenza militare segreta per i gruppi ribelli anti-Assad. Il giornale finanziario fa anche i nomi dei “falchi” che vorrebbero «infliggere del vero dolore ai russi»: Ashton Carter, il capo del Pentagono che ha convocato e diretto la riunione Nato dello scorso febbraio a Bruxelles, il generale della Marina, Joseph Dunford, in qualità di capo delle Forze armate e il direttore della Cia, John Brennan. E guarda caso, moltissimi gruppi anti-Assad, i cosiddetti ribelli moderati non sono segnalati come terroristi nelle liste dell’Onu, dove invece appaiono sia l’Isis che Al Nusra. 

Niente, non vogliamo proprio capirla. Stavolta, però, il rischio è di guerra totale. Speriamo che sia rimasto un residuo di umanità, prima che di intelligenza, nelle menti di chi prende le decisioni. Altrimenti, l’attentato di Bruxelles potrebbe essere una replica tragica di quello di Sarajevo. 

 

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