SPY FINANZA/ I numeri scomodi per la Bce di Draghi

- Mauro Bottarelli

Gli ultimi dati sull’andamento dei prezzi in Europa come in Italia non sono confortanti. E per MAURO BOTTARELLI sono dovuti alla politica monetaria della Bce

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Guarda guarda, è tornata la deflazione nell’eurozona. E questo nonostante gli acquisti con il badile della Bce attraverso il mirabolante Qe. Ve lo dico da mesi e adesso lo conferma Eurostat, il Quantitative easing serve solo alle banche e a mantenere lo spread sovrano dei Paesi più indebitati sotto controllo. Punto, l’economia reale non solo non trae benefici, ma, anzi, ne paga il prezzo più alto. Peccato che l’inflazione eroda il debito, la deflazione no, anzi: quindi, c’è poco da stare allegri per stock debitori come il nostro, quello greco, portoghese e spagnolo. 

Qualche indizio che il giochino sia andato fuori controllo? Pronti. Non vi pare infatti strano che in un momento in cui si dovrebbe guardare alla fase finale della cosiddetta ripresa economica, al consolidamento di quanto ci hanno spacciato per vero fino a oggi, si faccia invece passare in fretta e furia l’ennesima normativa aiuta-banche, ovvero quella della pignorabilità della casa dopo sette rate del mutuo saltate? Certo, è giusto che chi compra casa tramite un prestito lo onori, peccato che questa dinamica stia in piedi solo perché la narrativa fino a oggi ci ha parlato di economia che ripartiva, insieme a salari e consumi: balle, la gente fa più fatica di prima a tirare la fine del mese e l’erogazione di credito da parte delle banche è insufficiente. Il peggior circolo vizioso del mondo, aggravato dalla decisione della Bce di andare in negativo con il tasso di deposito. Il Qe, ve lo dico da quando è iniziato, crea ontologicamente e strutturalmente deflazione, lo dicono i numeri e le prospettive inflazionistiche che mese dopo mese vanno al ribasso sul benchmark del 5y5y, ovvero l’outlook delle previsioni fra cinque anni per i cinque successivi. Roba da mani nei capelli. 

E qual è la situazione, fotografata come vi dicevo da Eurostat? Stando ai dati diffusi dall’istituto di statistica europeo, a febbraio l’indice dei prezzi al consumo nell’area euro è tornato negativo: -0,2% rispetto al mese precedente (0,3% a gennaio), deludendo le attese del consenso (+0,1% anno su anno), mentre su base annuale ha mostrato un -0,3%. L’inflazione core, sempre questo mese, è scesa dall’1% allo 0,7% anno su anno (0,9% il consenso). Più nel dettaglio, l’indice dei prezzi al consumo per i servizi è risultato pari all’1% (1,2% a gennaio), allo 0,7% per cibi, bevande alcoliche e tabacco (rispetto all’1% di gennaio) e allo 0,3% per i beni industriali non energetici (rispetto allo 0,7% di gennaio). Il costo dell’energia ha evidenziato un -8% rispetto al -5,4% registrato a gennaio. 

E cosa dicono gli esperti: «Il dato è stato deludente e questo continua a confermare che la Banca centrale europea agirà nel mese di marzo. A mio avviso il movimento di recupero degli indici europei è legato all’azione della Pboc che ha tagliato i coefficienti di riserva obbligatoria delle banche dello 0,5%, cosa finalizzata ad aumentare la liquidità», ha dichiarato sotto anonimato un analista a Cnbc. E in effetti è vero, perché alla faccia della decisione formale del G-20 dello scorso weekend di smettere con la politica delle svalutazioni competitive, la Banca centrale cinese ha deciso di tagliare a partire da ieri il coefficiente di riserva obbligatoria delle banche del Paese asiatico dello 0,5% per fornire maggiore liquidità al sistema economico e mantenere stabile la crescita del credito. 

Nel dettaglio, la ratio per i più grandi istituti di credito di Pechino scenderà al 17%: solo lo scorso anno, la Pboc ha tagliato il coefficiente quattro volte nel corso del 2015. E stiamo parlando della stessa Cina che l’altro giorno ha visto il suo outlook tagliato da stabile a negativo da Moody’s: come mai i mercati non sono crollati, di fronte a prospettive tali? È la solita storia del bad news is good news, perché con la deflazione in pieno ritorno, la Bce non potrà che agire e aggressivamente nel suo meeting di giovedì prossimo, andando ancora più in negativo con i tassi o aumentando la platea di acquisto, magari a bond corporate selezionati o addirittura alle sofferenze, i non-performing loans. Quindi, si festeggia perché il male attuale porterà, si spera, ancora metadone da stamperia. 

Ma c’è anche un altro motivo per cui i mercati non si schiantano e ce lo spiega il grafico a fondo pagina, il quale ci mostra che la cosiddetta smart money, ovvero gli investitori professionisti, ma anche gli istituzionali e i retail dei Bank of America, nelle ultime cinque settimane sono stati venditori netti di titoli, caso strano in perfetta contemporanea con la ripartenza della stagione dei buybacks da parte delle grandi aziende. Il combinato perfetto: le banche scaricano ciò che di potenzialmente rischioso hanno a bilancio, vendendolo da un lato a grandi corporation che continuano a sfruttare i tassi a zero per ricomprare propri titoli per abbassare il flottante e tenere alte le valutazioni e dall’altro al parco buoi che vede gli indici in verde e si fida del suo consulente. La solita storia. La realtà macro però è diversa, molto diversa e ci dice che il prossimo 10 marzo Mario Draghi non si gioca solo la propria reputazione, già messa in discussione dagli scarsi risultati del Qe, ma potenzialmente anche la tenuta stessa dell’eurozona. 

E l’Italia? Anche il nostro Paese è tornato in deflazione a febbraio: l’indice dei prezzi al consumo, infatti, è diminuito dello 0,2% su base mensile e dello 0,3% su base annua (era +0,3% a gennaio). La forte flessione tendenziale dei prezzi al consumo, ha spiegato l’Istat, è dovuta a una dinamica congiunturale caratterizzata da cali dei prezzi diffusi a quasi tutte le tipologie di prodotto: il calo mensile dell’indice generale è stato determinato soprattutto dalla diminuzione dei prezzi dei beni energetici non regolamentati (-2,2%). L’inflazione acquisita per il 2016 è pari a -0,6%. Rispetto, invece, a febbraio 2015, i prezzi dei beni sono diminuiti dello 0,8% (la variazione era -0,1% a gennaio) e il tasso di crescita dei prezzi dei servizi ha rallentato (+0,5%, da +0,7% del mese precedente). Di conseguenza, rispetto a gennaio di quest’anno, il differenziale inflazionistico tra servizi e beni si è ampliato di cinque decimi di punto percentuale. I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona sono calati dello 0,1% rispetto a gennaio e dello 0,4% su base annua (a gennaio era +0,3%). Infine, i prezzi dei prodotti ad alta frequenza di acquisto sono diminuiti dello 0,3% in termini congiunturali e dello 0,8% su base annua (era +0,1% a gennaio). 

Come di traduce, volgarmente parlando, una situazione simile? Mancanza di domanda interna. E come si riattiva? Aumentando i consumi, peccato che se non si offre potere d’acquisto attraverso credito e dinamiche salariali, questo non può accadere, nonostante tutti gli acquisti di bond della Bce. La quale finge di non sapere che i tassi negativi sono ovvi motori della deflazione, perché le banche – tra peso delle sofferenze e detenzioni di titoli di Stato che ora rischiano di scendere al 25% su richiesta tedesca in sede Ue – preferiscono pagare qualcosa alla Bce per parcheggiare overnight i fondi a Francoforte piuttosto che erogare credito. 

E la stessa dinamica vale per i consumatori, i quali sono diventati risparmiatori per esigenza e paura: da un lato i salari stagnanti e dall’altro l’incertezza sul futuro pensionistico sono altrettante dinamo per un aumento dei depositi e un calo dei consumi, anche di beni acquistati con alta frequenza. Non ci vuole un Nobel dell’economia, basta il buon senso di chi fa i conti con il proprio reddito e le disponibilità per far quadrare i conti. Una volta si parlava di atteggiamento del buon padre di famiglia, ma forse oggi il concetto è desueto. E i due grafici a fondo pagina ci dicono che l’eventuale scelta della Bce di andare ulteriormente in negativo di 0,20% la prossima settimana potrebbe avere conseguenze serie. 

Il primo ci mostra la dinamica tra il titoli Lehman Brothers e quello di Deutsche Bank alla fine della scorsa settimana, il secondo invece fa riferimento a quanto vi dicevo nell’articolo di lunedì, ovvero al fatto che l’azione del colosso tedesco ha aggravato il suo calo proprio dopo la decisione della Bank of Japan di andare anch’essa in negativo sui depositi, sintomo che si tema per la redditività. Bene, guardato quanto sia prezzato dal mercato un taglio molto netto dei tassi da parte dell’Eurotower, attraverso il rendimento del Bund a 2 anni a -56 punti base: la stessa dinamica si registrò a dicembre, quando però Draghi deluse i mercati non agendo e rinviando alla primavera, portando a un netto aumento del rendimento dei titoli di Stato tedeschi su varie scadenza. Un trucco di politica monetaria, forse, perché quell’aumento degli spread sul Bund resero molti più titoli di Stato di Berlino eligibili per l’acquisto da parte della Bce (la quale non può infatti comprare bond sotto una certa soglia di rendimento) e garantendo al piano di Qe di non subire un repentino rallentamento sul finire del 2015. 

Durerà questa partita di giro? Difficile dirlo, munizioni e conigli dal cilindro stanno finendo e la Germania non sacrificherà Deutsche Bank per nulla e nessuno. Un gran bel disastro, complimenti. 

 



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