GEO-POLITICA/ Belgio, quello strano “precedente” degli anni 80

- Mauro Bottarelli

Dopo gli attenti di Bruxelles emergono sempre più falle nei servizi di sicurezza. A MAURO BOTTARELLI torna però in mente un caso che risale agli anni ’80, verificatosi sempre in Belgio

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Prosegue impietosa la serie di falle ed errori dei servizi di sicurezza del Belgio. Faysal Cheffou, il giornalista freelance arrestato giovedì scorso, non è “l’uomo con il cappello”, ovvero il terzo kamikaze dell’aeroporto di Zaventem. O, comunque, mancano le prove per dimostrarlo, tanto che è stato rilasciato lunedì. La disperazione è tale che gli inquirenti hanno ritwittato un video postato sul sito della polizia il 22 marzo, chiedendo informazioni nel caso in cui venga riconosciuto. Ma non basta, perché dopo la Turchia, anche la Grecia punta il dito contro il Belgio: l’emittente televisiva Ert sostiene sul proprio sito che «Atene aveva inviato le mappe di Abaaoud (considerato la mente delle stragi di Parigi del 13 novembre e di Bruxelles del 22 marzo, ndr) alle autorità di Bruxelles già nel 2015». Bruxelles avrebbe risposto ai greci di «fare da soli». 

Martedì, poi, è stata la volta dell’Olanda a puntare il dito contro Bruxelles. Il 16 marzo scorso, sei giorni prima della strage, l’Fbi aveva trasmesso alla polizia olandese informazioni sui precedenti penali dei fratelli kamikaze, Ibrahim e Khalid El Bakraoui, i due terroristi che si sono fatti saltare nella metro e all’aeroporto di Bruxelles. Bene, per i siti di Le Soir e Derniere Heure, il giorno dopo, 17 marzo, vi fu un contatto diretto fra le polizie di Paesi Bassi e Belgio, stando alle dichiarazioni del ministro della Giustizia olandese, Ard van der Steur, che ha parlato proprio martedì alla Camera dei rappresentanti dell’Aja. «L’Fbi – ha detto il ministro – aveva informato dei precedenti penali di Ibrahim e di quelli radicali e terroristi di Khalid». E le autorità belghe? Nulla, anche se negano l’avviso degli olandesi. 

Ma le zone d’ombra sono tante, ad esempio il fatto che dopo un batti e ribatti durato giorni, resta l’ennesimo giallo tra il ministro dell’Interno, Jan Jambon, che dice di aver dato l’ordine di evacuazione della metropolitana alle 8.50 (comunque 52 minuti dopo le bombe a Zaventem) e il portavoce della Metro, il quale nega tutto. Per questa vicenda e altre gravi disfunzioni, sia lui, sia il suo collega alla Giustizia, Koen Geens, hanno offerto le proprie dimissioni. Respinte però dal premier, Charles Michel. E poi come si spiega che dopo 125 giorni di latitanza, Salah Adbelslam, una volta catturato vivo e prima del 22 marzo, venga interrogato pochissimo? Le Monde ha rivelato che l’ex primula rossa è stata ascoltata solo due volte, per un’ora ciascuna, perché stanco e ferito. Stanco? Soli 120 minuti, un po’ pochino visto che si aveva tra le mani il capo commando delle stragi di Parigi, non vi pare? E poi come mai tutta questa voglia e fretta di farsi estradare in Francia? La prigione di Bruges non è di suo gradimento, preferisce un più chic carcere transalpino? O forse in Francia si sente più al sicuro?

Parliamoci chiaro, chi ha definito l’attacco a Bruxelles come la “risposta” dell’Isis alla cattura di Salah Abdeslam, guarda caso unico sopravvissuto alla strage di Parigi, mente sapendo di mentire. Un piccolo pregiudicato da tempo sotto controllo dei servizi segreti, ex tenutario di un centro di spaccio di droga e di prostitute come la bettola intitolata “La Beguine” nel quartiere di Molenbeek, che riesce a passare indenne attraverso quattro controlli di polizia (francese) prima di rifugiarsi nello stesso quartiere in cui ha sempre vissuto, restandoci per quattro mesi, non poteva essere il “cervello” di niente. E poi altre incongruenze, inspiegabili mancanze di comunicazione, controlli inesistenti. Ma com’è possibile, visto che parliamo del Belgio e non di una nazione dell’Africa nera?

Mettendo un attimo da parte la tesi dell’inadeguatezza dolosa, uno potrebbe arrivare a pensare che ci sia una parte dell’apparato di intelligence belga che risponda a un disegno criminale o che, quantomeno, non faccia nulla per contrastarlo. Un complotto? Certo, molti ridono e bollano ogni lettura della realtà che non si quella mainstreamcome complottismo, orrenda formula buona per tacitare chiunque non voglia passare per fesso di fronte a evidenze palesi ma al momento scomode (mi ricordo i primi articoli in cui definivo l’Isis una creatura degli Usa, tesi che oggi è di fatto ufficiale, come confermato da quel complottista russo dell’ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani). 

Ci ho pensato su, parecchio, ho letto e riletto tutte le mancanze e le incongruenze e dopo mi è tornato in mente unflashback di molti anni fa, cominciato quando avevo nove anni, ma che ho ristudiato in età adulta in merito alle strategie di destabilizzazione eterodirette. Si tratta di un caso poco conosciuto che ha riguardato proprio il Belgio tra il 1982 e il 1985, il caso della banda della Brabante Vallone, una regione del Paese. Tornò in auge quando in Italia si scatenò la follia omicida della banda della Uno bianca dei fratelli Savi, questo perché la ferocia e l’insensatezza delle loro azioni ricordava molto da vicino quella della gang belga. 

Apparentemente si trattava di criminali comuni che assaltavano luoghi pubblici, prevalentemente supermarket, a scopo di rapina, ma ogni loro azione lasciava a terra morti e feriti, quasi non fossero i soldi a interessare loro, ma scatenare il panico, il terrore più profondo attraverso l’attacco sistematico a soft targets. Furono 28 morti in tre anni. A rendere più inquietante il tutto sono state le conclusioni cui è giunta la Commissione d’inchiesta del Parlamento belga: c’era il forte sospetto che la banda della Brabante Vallone fosse una cellula terroristica legata a un’organizzazione locale di Stay Behind, ovvero l’organizzazione segreta anti-Urss della Nato che in Italia si sostanziò in Gladio. Tanto che il ministro della difesa belga, Guy Coëme, arrivò a pronunciare questa frase: «Vorrei sapere se esiste un legame tra le attività di questa rete segreta e l’ondata di crimini e terrorismo che questo Paese ha subito durante gli anni passati». 

Anche se il primo colpo fu messo a segno il 14 agosto, contro un negozio di alimentari di Maubeuge, l’esordio si sangue del commando risale al 30 settembre 1982 contro un’armeria di Wavre, mentre l’ultimo atto fu l’assalto a un supermercato Delhaize, la catena che annovererà il bilancio più pesante (subirà cinque incursioni su sedici per un totale di diciassette morti e quattordici feriti) il 9 novembre 1985 nella cittadina di Aalst. Elementi comuni a tutti gli atti furono sempre l’esiguità del bottino (quasi una scusa formale dell’atto), la ferocia delle azioni e il coordinamento dei banditi. 

Ed ecco un primo parallelo, seppur ovviamente con le dovute differenze e proporzioni: il Belgio era piombato nel panico, tanto che l’allora ministro della Giustizia, Jean Gol, dichiarò pubblicamente che sarebbero state adottate le misure necessarie a garantire la sicurezza dei cittadini, mobilitando pattuglie delle forze dell’ordine, paracadutisti e jeep equipaggiate con artiglieria leggera per stazionare nei parcheggi dei centri commerciali. Per gli esperti non esisteva dubbio: non si trattava di criminalità comune, ma di professionisti. Uno dei quali era il comun denominatore di ogni assalto: un uomo molto alto, ribattezzato dalla stampa “il gigante”, che dava ordini agli altri e che sparava con un fucile Spas 12 di fabbricazione italiana.

A far crescere a dismisura i dubbi riguardo il grado di collusione di parte degli apparati statali e militari belgi fu la mancata collaborazione con la Commissione d’inchiesta di SDRAVIII (Service de documentation, de renseignement et d’action) e STC/Mob (Section training, communication, mobilisation): nemmeno a dirlo entrambe, come appurò un’inchiesta del Senato, parte della rete Stay Behind Nel Paese. La prima, composta da paracadutisti e addetti alle operazioni marittime specializzati in atti di combattimento, sabotaggio ed evacuazione, era una sezione dell’intelligence militare che faceva capo al Ministero della difesa e che avrebbe avuto il compito di mantenere i contatti con agenti infiltrati, se il Belgio fosse stato invaso. L’STC/Mob, invece, era un organo dei servizi civili a capo del quale stava il ministero della giustizia. Addestrati a installare e gestire stazioni radio, i suoi uomini venivano reclutati tra gli aderenti a «gruppi con forti motivazioni religiose, a garanzia del loro anticomunismo». 

E le coperture a livello Nato erano tali che il 28 marzo 1991 sul quotidiano Le Soir venne pubblicato questo messaggio: «”Dateci i nomi!” “Mai!” rispondono i “Gladiatori”. L’ora della verità è arrivata. Qui è Bruxelles che vi chiama. Cari amici dell’operazione Stay Behind, la sezione SDRAVIII vi assicura la sua alta stima e vi ringrazia della dedizione al vostro Paese. Vi garantiamo che le pressioni saranno vane e che gli impegni presi saranno onorati. Adolphe sta bene!». Autore del messaggio era il tenente colonnello Bernard Legrand, a capo dello SDRAVIII e il riferimento ad Adolphe fu interpretato da molti analisti come un segno di approvazione da parte delle più alte cariche di Gladio. 

Bene, ricorderete come a Capodanno due presunti terroristi e altri sei sospetti in due diverse località del Paese furono arrestati perché accusati di preparare uno o più attentati nella capitale belga proprio a ridosso dei festeggiamenti, poi vietati dal sindaco per precauzione. Stando alla stampa belga, l’obiettivo principale dell’ultimo attentato sventato sarebbe stato il commissariato generale, un edificio a due passi dalla Grand Place di Bruxelles, luogo simbolo della capitale dove la notte di fine anno i turisti accorrono per i festeggiamenti. Complessivamente sei persone furono fermate durante le perquisizioni condotte dalla polizia, guarda caso nella provincia del Brabante Vallone e nei pressi della città orientale di Liegi. E se parvero esclusi legami con gli attentati di Parigi, pochi furono da subito i dubbi sulla matrice jihadista degli attentatori: nelle perquisizioni furono infatti trovate uniformi di tipo militare e materiale di propaganda dell’Isis. Per gli inquirenti era possibile che le uniformi dovessero essere indossate da finti poliziotti per entrare nel commissariato. Non so voi, ma a me inquieta questa analogia. 

 

(1- continua)

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