SPY FINANZA/ Grecia spacciata, ecco le nuove prove

- Mauro Bottarelli

La situazione della Grecia continua a essere grave. Per MAURO BOTTARELLI ci si può tranquillamente scordare della Brexit per tornare a preoccuparsi della Grexit

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La Grecia è spacciata. E si tratta di settimane, forse pochi mesi. La scorsa settimana vi ho parlato delle dichiarazioni rilasciate dall’ex governatore della Bank of England, Mervyn King, riguardo la politica deliberata di distruzione dell’economia ellenica da parte delle elite europee, oggi invece vi dico che quel progetto sta arrivando a compimento con l’approssimarsi del combinato congiunto di crisi economica interna, esposizione debitoria esterna e contraccolpo sociale dell’emergenza profughi. Il timing perfetto, tutto va a unirsi come le tessere di un mosaico. Solo nel mio articolo del 15 febbraio scorso dedicato proprio alle condizioni di Grecia e Portogallo, vi facevo notare come l’Athex General Index della Borsa ellenica fosse ai minimi da 25 anni, avendo perso da inizio anno il 30,7%. Bene, ora guardate il grafico a fondo pagina: ci mostra come venerdì scorso la Borsa di Atene si addirittura entrata in mercato del toro, avendo guadagnato il 32% in 3 settimane! Come potete notare, un’esuberanza del genere l’avevamo già notata nel periodo settembre-ottobre dello scorso anno e subito dopo non è andata a finire bene.

Qui non si tratta di cicli borsistici, qui si tratta del grande banchetto finale: si è entrati ai minimi da 25 anni, comprando a prezzi stracciati, si è sfruttato il rally innescato dalle promesse della Bce e dalle attese per il G-20 di fine febbraio e si è spolpato del tutto l’osso. Ora, restano le briciole e a quei prezzi sono decisamente care, costano come fossero foie gras al netto del loro valore intrinseco e del sottostante. Il problema è che oggi una nuova maxi-correzione al ribasso come quella occorsa tra fine ottobre e novembre 2015 andrebbe a sommarsi a tensioni sempre più grandi a livello economico interno e alla potenziale esplosione della situazione ai confini.

E se sarà crisi umanitaria, si schianterà anche il turismo, l’unica dinamo positiva del Pil greco dai tempi della prima crisi del debito. È sarà default, senza nemmeno dover attendere scadenze di pagamento del debito estero. Oggi sapremo qualcosa di più, visto che è in programma il vertice tra Ue e Turchia proprio sulla questione migranti ma c’è poco da sperare. Ankara, come al solito, sta usando l’arma del ricatto e chiede oltre ai soldi (3 miliardi già deliberati) anche l’eliminazione del visto per i cittadini turchi che vogliono entrare nell’Ue. Di fatto, un passo formale verso un ingresso dalla porta di servizio nell’Unione. Se Bruxelles non cederà al ricatto, la Turchia sarà pronta ad aprire i confini con Bulgaria e Grecia, innescando un doppio canale di emergenza attraverso Balcani e Mediterraneo. Atene non sarà in grado di gestire il flusso inarrestabile e sempre maggiore di persone, visto che solo da inizio anno ha già dovuto affrontare l’arrivo di 111mila persone ed è alle soglie del collasso.

La risposta dell’Ue, la quale ha anche la sfacciataggine di chiedere alla Grecia gli hot spots e i riconoscimenti? Settecento milioni di euro in tre anni, trecento dei quali per l’anno in corso: insomma, la carità. In compenso, la Troika (Commissione europea, Bce e Fondo monetario internazionale) ha informato i ministri delle Finanze Ue sullo stato di avanzamento delle discussioni con Atene, ponendo duramente l’accento sulla riforma delle pensioni necessaria per onorare la prima conditio sine qua non posta al programma di aiuti da 86 miliardi di euro siglato la scorsa estate. La riforma annunciata a gennaio prevede la riduzione da 2.700 a 2.300 euro degli assegni più alti e un taglio del 15% sulle pensioni minime, che scenderanno a 384 euro. Insomma, una situazione potenzialmente esplosiva cui va ad unirsi il processo di ricapitalizzazione delle banche, per cui verranno stanziati circa 15 miliardi di euro: nessuno si stupisca, quindi, del fatto che lo spread greco contro il Bund sia schizzato nuovamente sopra quota 1000 punti base, ai massimi dallo scorso agosto.

In questo contesto va poi a inserirsi la durissima protesta sociale contro le riforme che l’Europa impone al governo Tsipras, con gli agricoltori in prima linea, visto che oltre alle pensioni il governo si appresta ad aumentare la fiscalità del settore agricolo di oltre cinque volte, arrivando al 26%. Ma il malcontento sembra pronta a dilagare e se anche fino al luglio prossimo non ci sono scadenze di rimborsi (la prima sarà di 3,5 miliardi, ovvero la solita partita di giro di soldi che partono da Bruxelles destinazione Atene per ritornare Bruxelles o Washington o nelle banche tedesche e francesi), i soldi in cassa per stipendi e pensioni sono sufficienti fino a giugno: la storia infinita della crisi ellenica è ormai una tragica farsa. Perché stretta com’è dalla crisi imposta strumentalmente e volontariamente dall’Ue, la Grecia non riesce a ripartire, anche però per colpe proprie.

Prendiamo un esempio semplice, quotidiano: il mancato introito fiscale su tre beni che sono normalmente una manna per fare cassa, ovvero sigarette, benzina e alcolici. Per le strade del centro di Atene, infatti, dilaga la vendita di sigarette di contrabbando di marca Rgd al prezzo di 1,50 euro al pacchetto e 12 euro per la stecca, meno della metà del costo di Marlboro o delle molto diffuse Prince: «Il commercio di sigarette di contrabbando e di tabacco sfuso illecito sta portando via al governo entrate significative ogni anno, soldi che potrebbero essere usati per pagare le pensioni, i salari e il welfare. Così facendo, si crea un buco nelle entrate pubbliche enorme e saranno chiamati i cittadini a colmarlo», ha dichiarato Iakovos Kargarotos, vice presidente della filiale greca della Philip Morris International. Stando a dati ufficiali, ogni anno sono vendute in Grecia oltre 4 miliardi di sigarette di contrabbando: calcolando un 85% di tasse su ogni pacchetto da 20, soltanto il pagamento del duty avrebbe garantito circa 670 milioni di euro di entrate annuali, un ammontare superiore all’aumento dei contributi pensionistici che ha scatenato l’ultima ondata di proteste di piazza.

Le sigarette di contrabbando arrivano da Cina, Egitto e Pakistan e raggiungono il Paese attraverso quelle che chiamano le ghost ships, le navi fantasma: di fatto, Atene è il maggiore hub europeo per il contrabbando. Inoltre, alcuni coltivatori vendono il tabacco in foglie direttamente ai consumatori in nero, spesso utilizzando anche Internet, a circa 25 euro al chilogrammo. Calcolando che la Grecia ha il più alto numero di fumatori al mondo, record che le costa 3 miliardi l’anno fra trattamenti sanitari e ore lavorative perse, capite che ciò che pare come un’appendice del problema, ne è invece il cuore pulsante: la gente è impoverita e per non rinunciare ai vizi compra dal contrabbando, recando un danno alle casse pubbliche che poi è chiamata essa stessa a sanare in un circolo vizioso mortale. Lo Stato? Pensate che abbia mezzi e uomini per stroncare un racket di questo genere, al netto dei tagli?

Stando a uno studio Nielsen, nonostante il costo delle sigarette in Grecia sia quello più basso dell’intera Ue, oltre il 20% di quelle in circolazione sono contraffatte, di contrabbando o comunque non tassate dal monopolio. Stesso discorso per l’alcool: ogni anno in Grecia vengono consumati circa 24 milioni di litri di tsipouro, simile alla grappa, prodotto clandestinamente e non tassato, una perdita per lo Stato di almeno 200 milioni di euro l’anno: calcolate che il governo ora vuole racimolare 600 innalzando ancora i contributi pensionistici e capite da soli le proporzioni di quello di cui vi parlo.

Il fatto è che lo Stato ci mette del suo, perché una legge permette la produzione locale in tini non controllati, attraverso una licenza di 48 ore e la vendita sotto un regime fiscale di favore: peccato che senza l’obbligo di imbottigliamento, nessuno può tracciarne le quantità vendute e in che modo. Stessa storia per il carburante, visto che ogni anno lo Stato perde circa 200 milioni di euro a causa del contrabbando, stando a dati dell’Hellenic Petroleum Marketing Companies Association: si va dal mix tra diesel esentasse al trasporto e gasolio da riscaldamento alla falsa dichiarazione per evadere le tasse, millantando l’export di carburante. Il tutto, a fronte di un tassazione sul reddito altissima, come ci mostra il grafico a fondo pagina, che si potrebbe evitare o alleggerire se lo Stato riuscisse a stroncare i traffici illeciti di beni tassabili: insomma, o si evade direttamente o lo si fa attraverso il contrabbando ma il conto da pagare è pubblico, quindi di tutti.

E ad aggravare la situazione ulteriormente c’è la totale mancanza di volontà da parte degli esercenti greci di aumentare le forme di pagamento elettronico con carte di debito o credito e bancomat per le transazioni quotidiane. Ma anche in questo caso il governo ci mette del suo, visto che si è limitato a dire ai cittadini che devono spendere solo un certo ammontare del proprio reddito attraverso transazioni bancarie o elettroniche per poter ottenere un’esenzione fiscale annuale: chi controlla, però? E, infatti la maggior parte dei negozi in Grecia non ha terminali per carte, i cosiddetti Pos (Point of Sale) e i pagamenti elettronici sono accettati da pochissimi professionisti come dottori, elettricisti, idraulici ma anche avvocati e notai, tutte categorie che tendono a fare la parte del leone come percentuale di evasione fiscale registrata nel Paese.

Un recente studio della Foundation for Economic and Industrial Research dimostra come aumentando l’utilizzo di pagamenti elettronici per spese quotidiane potrebbero aumentare le entrate statali per un cifra compresa tra 700 milioni e 1,6 miliardi di euro all’anno: insomma, non servirebbe la mannaia imposta dalla Troika. Cosa ancora più assurda è che nonostante l’imposizione formale da parte dello Stato dei Pos per i punti vendita attraverso il decreto sui controlli di capitale, in Grecia se ne registrano soltanto 220mila e si stima che metà degli esercizi non ne sia in possesso. Temo che questo potrebbe essere, per una volta sacrosanto, il prossimo fronte di imposizione di Bruxelles verso Atene, anche perché lo stesso ministero delle Finanze ritiene che il numero di terminali che il mercato necessita per arrivare a una copertura geografica soddisfacente per esercizi, piccole imprese e professionisti vari tra i 450mila e i 500mila Pos.

Un Paese simile può reggere un combinato come quello che vi ho descritto prima? Scordatevi il Brexit e ricominciate a preoccuparvi per il Grexit, date retta a me.



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