SPY FINANZA/ Il “fardello” sulle spalle di Draghi

- Mauro Bottarelli

Dalla Banca dei regolamenti internazionali arriva un segnale allarmante a livello globale che, spiega MAURO BOTTARELLI, mette ancora più pressione alle scelte che la Bce farà in settimana

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Mario Draghi (Infophoto)

Ieri, nella mia concezione di mondo ideale, tutti i giornali, dal più autorevole ed establishment al più corsaro e irriverente, avrebbero dovuto avere la medesima notizia come apertura: ovvero, la Banca dei regolamenti internazionali che dice chiaramente a Draghi che il futuro dell’economia e della finanza mondiali sono nelle sue mani. E questa volta non si tratta di un’esagerazione, è proprio così: i mercati sono lì anestetizzati in attesa della riunione di giovedì del board della Bce e sperano. Non tanto che l’Eurotower intervenga in qualche modo, quello è scontato, ma che intervenga in modo tale da sorprendere tutti e innescare un nuovo effetto whatever it takes. E sapete perché, al di là del Qe e dei rendimenti sotto zero del debito? Ce lo dice la stessa Bri nel suo rapporto trimestrale pubblicato domenica: per la prima volta la fiducia dei mercati nelle capacità curative, quasi taumaturgiche, delle Banche centrali sta venendo meno. Di più, si tratta di un segnale preoccupante che – nonostante l’assestamento delle Borse nelle ultime tre settimane – potrebbe preludere in futuro a nuove turbolenze, la famosa tempesta dietro l’angolo che oggi è preannunciata da molti fulmini. Non lo dice quel gufo del sottoscritto, ma la Banca centrale delle Banche centrali: insomma, da ridere c’è davvero poco. 

«Quelli che vediamo potrebbero non essere fulmini isolati, ma i segnali di una tempesta vicina, che si sta preparando da molto tempo – avvertiva Claudio Borio, capo del dipartimento monetario della Bri -. Malgrado condizioni monetarie eccezionalmente espansive, la crescita nelle aree più importanti è stata deludente e l’inflazione è rimasta bassa. Gli operatori di mercato ne hanno preso atto e la loro fiducia nei poteri curativi delle banche centrali – forse per la prima volta – vacilla. Anche i policymakers farebbero bene a prenderne atto». 

E a conferma delle tensioni in atto e delle sue preoccupazioni, la Bri cita anche dei dati:?nell’ultimo trimestre del 2015, l’ammontare dei titoli di debito internazionali ha accusato la maggior flessione da tre anni, con i rimborsi che hanno superato le nuove emissioni di 47 miliardi. La flessione è imputabile soprattutto alla scarsità di nuove emissioni obbligazionarie da parte delle banche nelle economie avanzate: ovvero, una spia che potrebbe preludere a un progressivo inaridirsi delle fonti di finanziamento e quindi i prodromi di un nuovo credit crunch. Per la Bri «era inevitabile che le tensioni fra la tranquillità dei mercati e le vulnerabilità economiche sottostanti dovessero arrivare a un punto di risoluzione. Nel recente trimestre potremmo avere assistito all’inizio di questa fase di risoluzione – osservava Claudio Borio – l’apprensione è cresciuta e si è propagata in seguito alla decisione della Bank of Japan di adottare tassi ufficiali negativi. Nel punto di apice, sono stati negoziati a rendimenti negativi oltre 6.500 miliardi di dollari di titoli di Stato, estendendo ancora una volta i confini dell’impensabile. A fronte di un calo prolungato della crescita della produttività, aggravato dalla crisi, i livelli globali di indebitamento hanno continuato a salire e i margini di intervento delle politiche sono diventati sempre più stretti: un insieme di fattori che – conclude l’economista – potremmo definire le tre mine vaganti che gravano sul futuro dei mercati». 

E, come anticipato, il monito arriva pochi giorni prima della riunione del board della Bce che deve varare nuove misure di stimolo per l’economia in funzione anti-deflazione. Tra queste, gli operatori si attendono un nuovo taglio dei tassi di interesse sui depositi che le banche commerciali dell’Eurozona parcheggiano overnight presso la Bce: attualmente il tasso è già negativo (-0,30%) e potrebbe scendere a -0,40%, tanto che gli analisti di Intesa Sanpaolo prevedono un euro in calo fino a 1,07-1,06 sul dollaro. Sarà davvero così? Manca poco, davvero poco ma anche in questo caso è la Bri e non il sottoscritto a mettere in guardia dal seguire la via giapponese: «C’è una grande incertezza sul comportamento di privati e istituzioni se i tassi dovessero ulteriormente scendere in territorio negativo o se dovessero restare negativi a lungo». 

Ma è la parte finale del report di domenica della Bri a doverci fare riflettere, mentre la stampa pare averla bellamente ignorata. Si tratta di un’interessante interpretazione sulla massiccia fuga di capitali patita dalla Cina negli ultimi trimestri. Solo nel periodo luglio-settembre del 2015 c’è stato un outflow netto di 175 miliardi di dollari, di cui soltanto 12 miliardi sono frutto di operazioni della Banca centrale cinese sulle riserve. Cosa è successo? «Ci sono due diverse interpretazioni – spiega la Bri – Una parla di vendite massicce di asset cinesi da parte degli investitori, l’altra invece di rimborso dei debiti in dollari da parte delle imprese cinesi. La nostra analisi propende per la seconda ipotesi. C’è inoltre un dato che entrambe le tesi non considerano:?la flessione dei depositi offshore in renminbi». 

Dinamica davvero interessante e che va a incastrarsi con un’altra variabile emersa sempre questo fine settimana, ovvero il nuovo piano quinquennale elaborato dall’Assemblea nazionale del popolo cinese e presentato dal premier Li Keqiang. Cosa ci dice? Stando alla bozza del tredicesimo piano quinquennale, la Cina crescerà quest’anno tra il 6,5% e il 7% e non dovrà scendere sotto il 6,5% annuo fino al 2020. Per la prima volta da diversi anni, il governo cinese ha fissato l’obiettivo di crescita nell’ambito di un range, a testimonianza della difficile fase congiunturale. Non solo, si tratterebbe infatti del target di crescita più basso degli ultimi 25 anni, visto che lo scorso anno il Pil del Dragone è cresciuto del 6,9% annuo, il livello più basso da un quarto di secolo. Il primo ministro Keqiang ha ribadito che la Cina si trasformerà in un’economia trainata dai consumi interni, più che dal commercio estero, puntando su uno sviluppo sostenibile e più attento all’ambiente. Per sostenere questo cambiamento il governo cinese ha previsto un aumento della spesa pubblica che farà salire quest’anno il rapporto deficit/Pil al 3%, in aumento rispetto al 2,3% registrato nel 2015 e al livello più alto dal 1979. Sempre per l’anno in corso, la Cina punta a contenere l’aumento dell’inflazione entro il 3%, mentre sul fronte lavoro, il governo cinese intende eliminare le imprese statali improduttive a creare più di 10 milioni di posti di lavoro nelle aree urbane. 

Insomma, la seconda economia al mondo non solo sta ponendo le basi per una rivoluzione strutturale, ma manda a dire al mondo che l’effetto traino per la crescita non solo si è pesantemente indebolito, ma che, con il prezzo delle materie prime che non risale, il rischio è che il principale export cinese per quest’anno sarà di deflazione. Esattamente ciò che l’eurozona deve cercare di evitare a ogni costo: il problema però è serio, perché per operare unoffsetting efficace sull’onda deflazionaria cinese, cosa sarà costretto a mettere in campo Draghi? Un -0,10% di taglio sui depositi? Un po’ pochino, mi pare. Ci sono altre armi o le munizioni stanno finendo? Io temo la seconda ipotesi. 

C’è infine un’ultima variabile che mi pare sia eccessivamente sottostimata a livello di dinamiche globali: ovvero il fatto che dei mitici Brics sia rimasta solo la “I” di India, gli altri sono o in rallentamento o schiantati e tutti con enormi carichi debitori esteri denominati in dollari. E la conferma a quanto scrivevo la scorsa settimana sul Brasile è arrivata il 4 marzo, quando è stato ufficializzato il dato del Pil del 2015, in contrazione del 3,8%: si tratta del dato peggiore degli ultimi 25 anni, visto che nel 1990 scivolò del 4,3%. L’Istituto statistico di Brasilia ha inoltre rilevato le maggiori cadute nei settori industriale (-6,4% dell’output) e minerario (-6,6%). Stiamo parlando di un Paese alle prese con un’inflazione al 10,7% e di un’economia che ha patito in maniera enorme proprio il crollo dei prezzi delle materie prime e il rallentamento della domanda cinese, così come l’instabilità valutaria e la fuga di capitali che nel corso degli ultimi due anni hanno investito larga parte delle economie emergenti. 

Negli ultimi giorni, poi, vi è stata conferma del fatto che un altro fattore critico è rappresentato dall’emergenza corruzione, culminata nello scandalo Petrobras, che ha minato fortemente la credibilità del governo di Dilma Rousseff, nonché la fiducia di cittadini e investitori nelle istituzioni del gigante sudamericano e che sul finire della scorsa settimana ha visto posto in stato di fermo, interrogato e poi rilasciato proprio l’ex presidente brasiliano, quel Lula da molti dipinto ancora oggi come coraggioso rivoluzionario. Il senatore del Partito dei lavoratori (Pt) al governo, Delcidio Amaral – arrestato a novembre con l’accusa di aver cercato di ostacolare le indagini – ha infatti fatto i nomi di Lula e della Rousseff davanti ai pm, ritenendoli responsabili del tentativo di interferire nello svolgimento delle indagini. Domenica prossima a Rio è prevista una manifestazione di protesta dal titolo molto esplicativo, “Adeus Dilma”, nella quale si chiederà a gran voce le dimissioni della Presidentessa, la quale già rischia l’impeachment formale. 

Attenzione, se finisce nel caos la prima economia dell’America Latina, con la Cina che rallenta e Russia e Sudafrica in netta contrazione, toccherà all’India tenere alta la bandiera dei Brics. Peccato che non servirà a nulla a livello globale. Buona fortuna a Draghi, stavolta ne ha davvero bisogno. 

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