FINANZA E POLITICA/ Renzi e il “giallo” del taglio delle tasse sparito

- Stefano Cingolani

I numeri del Def 2016 non lasciano dubbi: non ci sarà un taglio del tasse se Renzi non aprirà una nuova sfida con l’Ue in una fase già difficile per il suo Governo, spiega STEFANO CINGOLANI

padoan_faccioneR439
Pier Carlo Padoan (Infophoto)

Fianco a fianco, in perfetta sintonia. O no? Matteo Renzi ha presentato alla stampa il Documento di economia e finanza insieme a Pier Carlo Padoan, eppure sembra più opera del ministro che del capo del governo. Il Def contiene infatti la fotografia, intellettualmente onesta, ma politicamentre pericolosa, del circolo vizioso nel quale si trova la politica economica italiana: il Paese cresce poco, quindi non c’è spazio per ridurre le imposte, ma siccome le imposte sono troppo alte l’Italia non ce la fa a crescere abbastanza.

Il Ministero dell’economia ha abbassato le stime del prodotto lordo per quest’anno: non più 1,6% come annunciato un anno fa, ma 1,2% soltanto. Secondo alcuni anche questa è una valutazione ottimistica, perché l’andamento del Pil trimestrale mostra una curva in discesa fin dal secondo trimestre del 2015. Vedremo, ogni previsione sembra oggi campata in aria, ancor più la stima del prossimo anno. Non si capisce come si fa a prevedere +1,4% nel 2017 e poi ancora +1,5% e +1,4% nei due anni successivi: una proiezione statistica del genere non va d’accordo con quel che sta accadendo all’economia internazionale e a quella europea o con quel che ha scritto Mario Draghi nella prefazione al rapporto annuale della Bce.

In ogni caso, anche una crescita di poco superiore a un punto, combinata con una stagnazione dei prezzi al consumo (se non una vera e propria deflazione) non è in grado di creare posti di lavoro sufficienti a far scendere la disoccupazione sotto il 10%, un tasso superiore di quattro punti a quello del 2007 prima che cominciasse la lunga recessione.

E veniamo ai conti pubblici. Il disavanzo quest’anno dovrebbe restare al 2,3% del Pil, un decimo di punto superiore a quello previsto nel Def del 2015, una percentuale compatibile con i dettami della Commissione europea, soprattutto perché per il prossimo anno è prevista una discesa all’1,4%. Ma come si concilia con la promessa di tagliare le tasse? Non si concilia. Vediamo infatti che la pressione fiscale, scesa dal 44,2% del Pil al 42,8% anche grazie agli 80 euro, è prevista nel 2017 a quota 42,7%, mentre nei due anni successivi salirà leggermente a 42,9%. Ma non doveva esserci una riduzione triennale della quota di reddito nazionale assorbita dalle imposte? E gli 80 euro ai pensionati? E l’Ires? E il cuneo fiscale? Tutto sparito?

Il Def fornisce la cornice per la politica economica che verrà presentata in autunno con la Legge di stabilità. Il governo dice che sarà una manovra da almeno 20 miliardi di euro. Tuttavia ben 15 serviranno a rinviare ancora una volta l’aumento delle imposte indirette previste dalla cosiddetta clausola di salvaguardia. È una mina vagante che da anni viene spinta avanti nel tempo, ma che assorbe in ogni caso le esigue risorse disponibili nel bilancio pubblico. Dunque, per stimolare la crescita non c’è granché. Il serpente si morde la coda e nel frattempo ci soffoca. Il governo cercherà di negoziare qualche margine di flessibilità in più, anche se l’Ue mette le mani avanti e il solito Katainen, il cerbero finlandese, avverte che l’Italia ha già consumato tutta la flessibilità possibile. Nei prossimi mesi andremo avanti con il solito, e sempre più stanco, balletto tra Roma e Bruxelles: urla, strepiti, minacce e poi “lo stranier con le pive nel sacco/ per vergogna è partito in gran fretta” (musica di Gioacchino Rossini).

Renzi pensa davvero di poter affrontare in questo modo il tiro incrociato che lo aspetta nei prossimi mesi? Le avvisaglie le abbiamo già viste e non è ancora nulla. Il referendum del 17 aprile appare una prima prova, una sorta di allenamento in vista di quello istituzionale del prossimo autunno, tanto che ha imbarcato gli oppositori in un improbabile fronte No triv. Poi ci sono le elezioni amministrative. E c’è il nuovo braccio di ferro con una magistratura che non ha smesso certo di far politica (o anti-politica?). E tutti i pasticci in politica estera, a cominciare dalla maldestra gestione del caso Regeni.

Renzi ha bisogno di una fase due, probabilmente se ne rende conto egli stesso, ma non riesce a compiere le mosse necessarie. Forse dovrebbe fare i conti con il proprio ego, forse dovrebbe cominciare ad ascoltare i consigli, soprattutto se disinteressati, forse dovrebbe allungarsi i pantaloni e non far finta di parlare in inglese, forse dovrebbe ammorbidire l’accento toscano. Chissà, avrà pure dei consulenti d’immagine. Ma la vera svolta deve venire soltanto dall’economia.

Solo nuovi decisi passi sulla via della crescita potranno far aumentare i consensi al governo disinnescando le mine disseminate dalla variegata, ma insidiosa, opposizione fuori e dentro il Pd. Per farlo, c’è un unico itinerario diretto: ampliare nel bilancio pubblico i margini per abbassare le imposte con una sforbiciata decisa alla spesa pubblica corrente. I Renzi boys sostengono che ridurre la spesa è comunque una manovra recessiva. È vero solo in parte, dipende dal tipo di spese e in ogni caso l’1% in meno di tasse porta più crescita di quanta ne riduca l’1% in meno di spesa corrente. Provare per credere.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori