SPY FINANZA/ Quella verità scomoda sui mercati

Sui mercati si cerca di salvare il salvabile prima del tonfo finale. Lo shock è inevitabile, dice MAURO BOTTARELLI. Si può cercare di tamponarlo, di limitarlo, ma arriverà

11.04.2016 - Mauro Bottarelli
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Rapida cronologia. 24 settembre 2014: «Crisi, Draghi: L’Eurozona non è in recessione. No rischi di deflazione, il nemico è la disoccupazione». L’Eurozona non è in recessione e non c’è il rischio di deflazione. Lo ha sostenuto il presidente Bce, Mario Draghi, alla radio Europe 1. «Nell’intera Eurozona non vedo rischi di deflazione, ma di inflazione molto bassa per un lungo periodo», ha detto Draghi, ribadendo che l’intera area euro «non è in recessione ma la ripresa è modesta, debole e fragile». 23 marzo 2015 «Crisi, Draghi: Ripresa rafforzata, la crescita guadagna slancio. L’inflazione tornerà a crescere a fine 2015». Il presidente Bce: «La base per la ripresa economica nella zona euro si è chiaramente rafforzata, ciò è dovuto alla caduta del prezzo del petrolio, al recupero della domanda esterna e al deprezzamento dell’euro». «Siamo più fiduciosi di tre-quattro mesi fa» , ha aggiunto, la politica monetaria «si sta trasmettendo all’economia reale e ci sono diversi segnali come la ripresa del flusso del credito alle Pmi». 22 maggio 2015 Mario Draghi. «L’outlook dell’economia dell’area euro è oggi il migliore da sette lunghi anni. La politica monetaria sta facendo il suo lavoro nell’economia. La crescita è in ripresa. E le aspettative di inflazione sono migliorate dalla fase peggiore». 8 aprile 2016 Draghi: «Per l’Eurozona rischio shock esterni». Il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, mette sull’avviso su un 2016 difficile in cui «si pongono interrogativi riguardo alla direzione in cui andrà l’Europa e alla sua capacità di tenuta a fronte di nuovi shock». Ma la Bce, «anche davanti a forze disinflazionistiche su scala mondiale, non si piega a un livello di inflazione eccessivamente basso», ha scritto Draghi nella prefazione al rapporto annuale della Banca. Il dato preliminare dell’inflazione nel mese di marzo è stato negativo, a -0,1%, contro un obiettivo attorno al 2%.

Ma di cosa stiamo parlando? È ovvio e nessuno nega che la situazione globale dell’economia post-2008 ha visto emergere e sostanziarsi situazioni limite, i cosiddetti uncharted territories, ma qui il problema è di decenza, prima che di credibilità: come può la Bce e il suo presidente, i quali godono di un pletora infinita di economisti e tecnici, che si confrontano da sempre con le altre Banche centrali e i soggetti di mercati, che arrivano da impieghi decennali e prestigiosi nel mondo dell’economia e della finanza, non aver previsto a cosa andavamo incontro con le loro scelte? Da quanto tempo vi dico che il Qe è solo droga monetaria per mantenere in vita mercati e banche ma non serve a nulla all’economia reale e nemmeno a stimolare le prospettive inflazionistiche? Eppure hanno continuato su questa strada, adesso addirittura andando all’estremo dei tassi negativi e preparandosi a comprare anche prodotti legati al credito al consumo, visto che togliendo i bond corporate finanziari, l’espansione del Qe non avrebbe il minimo effetto, vista la platea ridotta di assets eligibili per l’acquisto.

Eppure siamo arrivati a questo punto. E per un solo motivo: si cerca di salvare il salvabile prima del tonfo finale, le parole dell’8 aprile scorso di Draghi, di fatto la sconfessione di due anni e mezzo di ottimismo mal riposto e prospettive errate, sono chiare: lo shock è inevitabile, si può cercare di tamponarlo, di limitarlo, ma arriverà. E qualcuno ne resterà vittima, per evitare che lo divengano tutti.

Guardate il mercato o presunto tale: sta solo cercando di sgonfiare bolle, ormai trada come sottostante del prezzo del petrolio, il quale è a sua volta driver dei titoli finanziari. Ma non si compra perché si crede nella ripresa, si compra o per speculare sul breve o perché si fa parte del mitologico parco buoi che va tosato per bene quando sta arrivando la bufera. I grandi players, Bank of America in testa, vendono e anzi si definiscono net sellers of risk, venditori netti di rischio. I clienti del gigante Usa stanno infatti scaricandoequities da dieci settimane di fila, questo nonostante il barometro di rischio interno della banca sia a un livello decisamente espansionistico stando agli algoritmi di trading. Ma questi ultimi servono solo per comprare e vendere nel breve, per speculare, non per dare una direzione razionale al mercato, tanto più che quest’ultimo non ce l’ha più da quando la Fed ha cominciato ad annegarlo di denaro a costo zero.

Non appena le posizioni short sul petrolio diventano troppe, esce la voce o il report ad hoc per farle andare insqueeze, ovvero portare alla chiusura forzata delle stesse e questo innesca l’aumento delle valutazioni del greggio, facendo gridare alla risalita ormai in vista. Non vedete che questa dinamica va avanti così in area 38-40 dollari da mesi ormai? Nel frattempo, però, grazie a questo gioco sul petrolio di carta, le aziende insolventi dello shale Usa hanno potuto emettere nuovi titoli o bond per finanziarsi grazie a collocatori e sottoscrittori che sono le stesse banche con cui sono esposte: le quali, come clausola al collocamento, impongono il pagamenti privilegiato del credito che vantano. Si scappa e non si torna più.

E il motivo è presto detto: solo al largo delle coste del porto iracheno di Basra, tre giorni, fa erano presenti 30 tankers da stoccaggio, bloccati da ritardi nei carichi. Cosa significa questo? Che non solo Arabia Saudita e Russia stanno pompando a volumi record e l’Iran post-sanzioni intende recuperare tutta la sua quota di mercato, ma che anche l’Iraq sta spingendo ai massimi: a marzo l’export è stato di 3,26 milioni di barili al giorno, contro i 2,5 milioni del 2010. Saturazione ulteriore in arrivo. Per il comparto bancario in sé, poi, è la stessa cosa. Guardate il caso italiano: la settimana scorsa si sono registrati quattro cali di fila, ma venerdì a Piazza Affari sembrava che i nostri istituti di credito regalassero i soldi da quanto sono profittevoli e patrimonializzati. Eppure sono le stesse banche schiantate per i quattro giorni precedenti: ma è bastata la voce sull’ottimismo di Unicredit rispetto a una soluzione per gli istituti europei in generale e via che si sale, come se un investitore serio non sapesse come stanno le cose, ovvero che tra sofferenze, incagli e detenzioni di titoli di Stato molte nostre banche – quasi tutte – sono bombe a mano senza spoletta quotate sugli indici. Un paio di esse, la spoletta l’hanno persa da tempo e si sente odore di esplosivo.

Nonostante il rialzo di venerdì, poi, a livello europeo il comparto bancario è calato per la quarta settimana di fila, la peggior perdita dal 2012. La stessa fusione Banco Popolare-Bpm comporterebbe per il primo soggetto, stando alle condizioni Bce, comunque un aumento di capitale ulteriore da 1 miliardo di euro: chi li mette, a vostro modo di vedere? Inoltre, nella fretta di ripulire per fondersi o migliorare i bilanci, molti istituti stanno vendendo assets problematici a prezzi molto inferiori di quelli di acquisto e iscrizione, mossa che se da un lato tende a voler anticipare i concorrenti, dall’altra espone al rischio di buchi patrimoniali cui bisognerà mettere mano.

E, attenzione, perché un giorno cruciale per i mercati potrebbe essere proprio oggi. Nel silenzio generale, infatti, il 7 aprile scorso la Fed ha annunciato per oggi un meeting a porte chiuse sotto a formula speciale delle under expedited procedures durante il quale il board rivedrà e determinerà la politica sui tassi. L’ultima volta che accadde, il 21 novembre scorso, meno di un mese dopo Janet Yellen alzò per la prima volta i tassi di interesse. Blitz? Se così fosse e fosse al rialzo, vuol dire che gli Usa vogliono scatenare un panico incontrollato sui mercati, forse perché pensano a un’opzione bellica come tampone moltiplicatore del Pil (a proposito, venerdì scorso la Fed di Atlanta attraverso il suo tracciatore del Pil in tempo reale, GDPNow, ha rivisto la crescita del primo trimestre di quest’anno a solo lo 0,1%, quando soltanto il 10 febbraio scorso la proiezione era al 2,7%).

Ma c’è dell’altro e ce lo mostra l’immagine, tratta dal diario operativo di Janet Yellen relativo al mese di febbraio, reso noto la scorsa settimana: chi ha chiamato l’11 e il 12 di due mesi fa la numero uno della Federal Reserve? Il capo della Bank of England ed ex dirigente Goldman Sachs, Marc Carney e il capo della Bce ed ex dirigente Goldman Sachs, Mario Draghi. Il risultato di quelle chiamate? Ce lo mostra il grafico, dal quale si nota che il mercato in calo magicamente trovò il suo bottom e cominciò a risalire.

Morale? La Fed forse ha salvato ancora una volta il mondo, immagino aprendo linee di swap come se non ci fosse una domani. Ma oggi la Fed si riunisce in un vertice di emergenza: che accade? E, soprattutto, riuscirà ancora una volta salvare il mercato dal botto? Non contateci troppo, nulla è eterno. Nemmeno i giochi di prestigio delle Banche centrali. E se la Fed dovrà scegliere, salverà gli Usa.

 

 



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