FINANZA/ Così euro e Ue ci hanno portato in trappola

L’Italia, come tutta l’Europa, si trova nella trappola della deflazione, ricorda GIOVANNI PASSALI. E sembra che qualcosa di ancora peggiore possa presto arrivare

12.04.2016 - Giovanni Passali
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Il circolo vizioso della crisi senza fine sta compiendo un altro giro. I recenti dati Istat hanno confermato la tanto temuta deflazione in atto. Anche in marzo l’inflazione è risultata essere a -0,2%, in continuità con il dato di febbraio. Un tasso di inflazione intorno all’1% a fine anno resterà una chimera, scritta solo nel libro dei sogni delle previsioni del governo nello scorso anno. I lettori più “maturi” (come il sottoscritto) ricorderanno i mitici anni ’70 e i ’80. Soprattutto da un punto di vista musicale, ancora oggi spesso alla radio risentiamo brani di successo di quell’epoca. Un’epoca nella quale, nonostante i problemi, il lavoro c’era, così come c’erano le possibilità di costruirsi un futuro dignitoso. Certo occorrevano impegno, sacrificio, costanza e magari un pizzico di fortuna: ma le possibilità c’erano. Come c’erano, non bisogno nasconderselo, i problemi. E forse il principale di questi, da un punto di vista macroeconomico, era l’inflazione, accusata di erodere i risparmi dei lavoratori e così di frenare crescita e sviluppo. Mai nessuno si era azzardato a parlare di un “pericolo dell’inflazione troppo bassa o della deflazione”. Mai. Nemmeno con l’avviarsi dell’Unione europea e poi dell’unione monetaria, nemmeno con la nascita dell’euro nessuno ci ha mai detto nulla del pericolo della deflazione. Come mai?

Ora è facile capirlo: questa Unione europea (molto differente da quella ideata dal Trattato di Roma, questa diversa idea di Unione europea nasce ufficialmente col Trattato di Maastricht del 1992) e la nascita dell’euro hanno il preciso obiettivo di tenere sotto controllo proprio l’inflazione. Hanno costruito un gigantesco apparato (l’Ue) e un gigantesco macchinario (la Banca centrale europea) solo per tenere infallibilmente l’inflazione al ribasso. Nessuno dei potenti ha mai parlato al popolo del pericolo della bassa inflazione per due motivi fondamentali: il primo è che quello era precisamente il loro obiettivo inconfessabile, sbandierato quasi fosse un premio mentre era una trappola; il secondo è che il conto salato di questa trappola lo avrebbe pagato il popolo ormai intrappolato.

Ora che la trappola dell’euro e delle regole europee (le regole del “ci vuole più Europa”) sono pienamente operative, allora ci accorgiamo che la coperta è troppo corta, ora è chiaro a tutti che se l’inflazione è bassa allora non c’è crescita. Ora che siamo caduti nella trappola, hanno cambiato il discorso e dicono che il problema è la crescita. Ora si punta tutto sulla crescita. Proprio per stimolare la crescita, dopo che per anni ci hanno preso in giro dicendoci che “tra tre mesi c’è la ripresa, no tra sei mesi, non ancora ma all’inizio del prossimo anno” (ecc.), finalmente è sceso in campo il mitico Draghi, prima (nel 2012) minacciando di fare di tutto, “a qualsiasi costo” (“whatever it takes”, e lo poteva dire con leggerezza perché sapeva che il “costo” era il nostro!) e poi facendo fuoco con il bazooka, con il piano di acquisti di bond statali da 60 miliardi al mese, poi addirittura ampliato (segno del suo fallimento) a 80 miliardi e ad altri titoli. Un fiume di liquidità, oltre a tutta la liquidità già attuata al favore del sistema bancario europeo.

E qual è il risultato di tutto questo macroscopico impegno? Lo abbiamo visto all’inizio: meno zerovirgoladue. E non è un caso italiano, perché le cose all’estero non vanno meglio. Nemmeno negli Usa. Perché il sistema utilizzato è un fallimentare per definizione: se infatti viene messo in piedi un sistema nel quale inflazione e crescita sono necessariamente in relazione diretta, allora sarà inevitabile che con buona crescita avremo un’inflazione alta, mentre con inflazione bassa avremo crescita bassa. Se abbiamo impostato il sistema monetario per ottenere questi risultati, allora non bisogna lamentarsi di avere ottenuto questi risultati. Occorre lamentarsi casomai di aver permesso a qualcuno di aver impostato un simile iniquo sistema.

E questo è successo nel momento in cui abbiamo consegnato la nostra sovranità monetaria. E l’abbiamo consegnata a dei signori che l’hanno realizzata prima dell’unione politica proprio con l’obiettivo di costringere con la forza la politica a un’unione che altrimenti politicamente sarebbe inaccettabile. Ora siamo già sul binario di una “sempre più necessaria” unione europea (“ci vuole più Europa”, proprio la ricetta che ha fallito) e si inizia a parlare di unione di stati federali, scimmiottando il modello statunitense.

Ma è proprio quel modello a essere su un binario morto, sul bordo del burrone. Secondo le ultime rilevazioni, negli Usa il numero di fallimenti aziendali è a livelli mai visti finora dallo scoppio della crisi. E Renzi a Rimini disse: “Noi abbiamo un faro: sono gli Usa”. Ma la direzione suggerita da papa Francesco è esattamente l’opposta: “Il denaro deve servire, non governare!”. Allora per costringere il denaro a servire l’economia nazionale, occorre che il denaro sia sottomesso e sottoposto a un governo nazionale. Occorre una moneta di Stato. Occorre una moneta che per lo Stato non sia un costo, non sia un debito, ma venga stampata a seconda delle necessità, per il bene comune. Una tale moneta non può essere un costo per la collettività.

L’alternativa la stiamo vedendo: una coperta troppo corta per definizione, con crescita insufficiente e debito sempre crescente. Il disastro prossimo venturo è inevitabile. Occorre prepararsi.

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