FINANZA/ Il conto del Governo pronto a saltare

- int. Francesco Daveri

Per FRANCESCO DAVERI, le previsioni su crescita e inflazione contenute nel Def sono ottimistiche, e quindi probabilmente il rapporto deficit/Pil finirà per salire nel corso del 2016

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Pier Carlo Padoan (Infophoto)

«Le previsioni su crescita e inflazione contenute nel Def sono un po’ più ottimistiche di quanto mi aspetto che avvenga, e quindi probabilmente il rapporto deficit/Pil finirà per aumentare sia pure di poco nel corso del 2016». Ne è convinto Francesco Daveri, professore di Scenari economici all’Università Cattolica di Piacenza. Secondo il Documento di economia e finanza approvato dal governo, nel corso del 2016 il Pil crescerà dell’1,2%. Il rapporto deficit/Pil dovrebbe scendere all’1,8%, anziché all’1,1% come previsto dal Fiscal compact, in quanto il governo ha chiesto 11 miliardi di euro di flessibilità all’Ue. Per il Fondo monetario internazionale, il Pil quest’anno dovrebbe crescere dell’1% (e non dell’1,3% precedentemente stimato). Il deficit è invece visto al 2,7% del Pil.

Alla luce del Def, ritiene che ci siano reali margini per i tagli di tasse annunciati da Renzi?

Vale la pena ricordare che sarà la legge di stabilità il momento in cui si decide se, dati gli obiettivi di deficit, questi vadano raggiunti con tagli o aumenti delle tasse, piuttosto che con tagli o aumenti della spesa. Rimane però il fatto che ci sono delle clausole di salvaguardia da disinnescare anche per il 2017, pari a circa 15 miliardi, che sono rimaste in essere dal passato. Se vogliamo evitare un aumento delle tasse sui consumi, queste clausole di salvaguardia sono la prima cosa da eliminare.

Quali sono le altre priorità alla luce delle risorse disponibili?

Ci sono poche risorse, e quindi il governo dovrà cercare di mettere mano alla spesa pubblica in modo più consistente. Ritengo infatti che la crescita del Pil vada conseguita più con tagli di tasse che con aumenti di spesa.

Il governo fa bene a insistere nelle sedi Ue per ottenere la flessibilità?

Dal Def si comprende che il governo continuerà con la sua strategia di ridurre gradualmente il deficit pubblico, ma in misura minore rispetto a quanto prevedono gli impegni presi con l’Europa. Da qui la richiesta di flessibilità permanente che dovrebbe ridursi nel corso del tempo.

Alla luce anche di quello che ha fatto sapere il Fmi, lei ritiene che le stime contenute nel Def siano plausibili?

Le previsioni su crescita e inflazione contenute nel Def sono un po’ più ottimistiche di quanto mi aspetto che accada in realtà, e quindi probabilmente il rapporto deficit/Pil finirà per aumentare sia pure di poco nel corso del 2016. Non c’è nulla di male se aumenta dello 0,3% anziché diminuire della stessa percentuale, ma rimane il fatto che se uno prende un impegno con l’Europa poi farebbe meglio a rispettarlo, soprattutto se vuole poi rinegoziare la flessibilità.

Pensando ai tagli di tasse già introdotti dal governo, lei che cosa si aspetta per l’economia italiana nel corso del 2016?

Per quanto riguarda il 2016 sono state eliminate le tasse sulla prima casa e ci sono maggiori incentivi all’investimento. Per esempio il super-ammortamento prevede una maggiore deducibilità per le spese fatte per acquistare nuove macchine. Queste deduzioni non sono però già utilizzabili negli acconti 2015-2016. Quindi l’impatto che il governo spera di avere sugli investimenti non arriverà subito, bensì a partire dall’anno successivo. Se si voleva dare una frustata agli investimenti bisognava renderli deducibili fin da subito, e invece così non è stato.

 

I dati Istat sulla produzione industriale a febbraio registrano un calo rispetto al mese precedente e un aumento rispetto allo stesso mese del 2015. Lei come li interpreta?

Il dato Istat di febbraio è negativo, così come quello di gennaio era stato invece inusualmente positivo e quello di dicembre era stato deludente. Oggi ci troviamo 25 punti al di sotto rispetto alla produzione industriale della fine del 2007. Manca ancora una ripresa del settore manifatturiero degna di questo nome. Nel 2015 l’industria ha registrato il +1% rispetto al 2014, mentre in altri periodi di ripresa il dato positivo era stato molto più marcato.

 

Infine, può bastare il Fondo Atlante per risolvere i problemi delle banche?

Il Fondo Atlante è un passo che andava fatto, perché quando c’è un incendio bisogna spegnerlo. In una situazione normale ci si può chiedere se sia opportuno un intervento implicito da parte dello Stato a sostegno dell’ennesimo salvataggio. Il Fondo Atlante però è un tentativo di porre rimedio a una situazione di grave incertezza.

 

(Pietro Vernizzi)

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