SPY FINANZA/ Il “fumo negli occhi” del Fondo Atlante

- Mauro Bottarelli

Per sistemare la situazione del sistema bancario italiano è stato varato il Fondo Atlante. Per MAURO BOTTARELLI i mercati hanno capito che non può funzionare efficacemente

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Signori, siamo a posto: è nato Atlante! Ma di cosa si tratta, in realtà? Formalmente è un fondo privato ibrido (vedrete più avanti quale accozzaglia di soggetti lo popolano, gli avventori del bar di Guerre stellari erano più sobri e compositi) che garantirà l’inoptato degli aumenti di capitale delle banche italiane e comprerà crediti in sofferenza. Ma con quali soldi? E a quale prezzo? Vediamo di capirlo e lo facciamo prendendo quanto riportato da Il Sole 24 Ore: il Fondo avrà dote fino a 6 miliardi (più il debito) e dovrà intervenire sulle quote (eventualmente) scoperte dei prossimi aumenti di capitale e, in un secondo momento, acquistare i titoli derivanti da cartolarizzazioni di crediti deteriorati. Che, novità rilevante, dovrebbero essere ceduti a un valore tendenzialmente in linea con quello di carico delle banche e, dunque, lontano dai prezzi attualmente in circolazione sul mercato: nasce così il nuovo parametro economico-finanziario di mark-to-Renzi.

Di più: «L’avvio formale del fondo è previsto nei prossimi giorni. Ma ieri (lunedì, ndr), nel corso di tre riunioni che si sono tenute al Mef, si è definita l’architettura del progetto e il probabile perimetro dei sottoscrittori: le principali compagnie assicurative (da cui ci si attende un miliardo), le Fondazioni (500 milioni) e soprattutto le banche, da cui arriveranno 3 miliardi (un miliardo a carico di Intesa e UniCredit, il terzo degli altri ma non di Mediobanca, che si è chiamata fuori). A loro si dovrebbe poi aggiungere la Cdp, con una cifra di 5-600 milioni, e con un ammontare analogo la Sga, Società per la gestione delle attività, cioè la società pubblica creata nel 1997 per il salvataggio del Banco di Napoli, che in poco più di 15 anni è riuscita a recuperare l’85% dei prestiti non rimborsati all’istituto di via Toledo, oggi finito dentro a Intesa Sanpaolo. La Sgr chiamata a gestire il fondo sarà Quaestio Capital Management sgr, guidata da Alessandro Penati, che fa capo per il 37,6% a Fondazione Cariplo». Ma oltre a quest’ultima, chi sono gli azionisti di questa holding? Locke srl (22%, la società di Alessandro Penati), Cassa Italiana di Previdenza ed Assistenza dei Geometri Liberi Professionisti (18%), Direzione Generale Opere Don Bosco (15,60%) e Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì (6,75%). Insomma, un gruppo privato a tutti gli effetti ma che pare uscito da un film di Fantozzi e non da un simposio di capitalisti: questa volta a Bruxelles non potranno davvero dire nulla, l’aiuto al ridicolo non è configurabile come infrazione comunitaria. Proprio sicuri?

Facciamola molto breve, visto che la materia è ostica e proprio per questo si presta a parecchie mistificazioni: avete soldi in Posta? Bene, sappiate che i soldi della Cassa depositi e prestiti, ovvero proprio quelli raccolti con il risparmio postale, saranno investiti in azioni inoptate e in crediti in sofferenza a prezzi superiori a quelli di mercato. Non male, ma ovviamente è pronta la scusa: la cifra che mette Cdp è minima, non c’è alcun rischio e non si configura l’aiuto di Stato per cui l’Europa potrebbe sanzionarci e che potrebbe far saltare il banco.

Vediamo ora un altro nodo, quello delle Fondazioni bancarie, soggetto che si intende interverrà nel fondo con un quota pari a quella di Cdp, ovvero 500 milioni. Cosa si configura? Di fatto, si spingono le Fondazioni a rientrare nel capitale delle banche o, per chi non ci fosse, a entrarci con sempre maggior vigore per comprare azioni inoptate e crediti cartolarizzati, di fatto inesigibili e senza alcun criterio di mark-to-market efair value, anziché utilizzare i soldi sul territorio per erogare credito e gestire risparmio. Non male, in linea con quanto visto finora. Inoltre, Atlante dovrebbe concentrare le proprie attenzioni su quella parte di debito più problematica, quella che verrà cartolarizzata tramite l’utilizzo di strumenti subordinati o junior e quindi con un alto livello di rischio. In totale, le sofferenze non coperte dai fondi bancari sono 88 miliardi ma quelle che riguardano Atlante dovrebbero essere molto inferiori. Per quanto riguarda invece le necessità di capitalizzazione, ad oggi sono necessari quasi 5 miliardi per coprire i fabbisogni degli istituti attualmente sotto-capitalizzati.

Ma non basta, perché il principio base dell’operazione è che i soldi li metteranno banche e assicurazioni, il cuneo privatistico che farebbe allontanare qualsiasi possibile accusa di aiuto di Stato alle banche (l’ennesimo). Ma quali banche? Le più grandi ovviamente, leggi Unicredit e Intesa SanPaolo: le quali, però, da un lato non sono delle onlus e dall’altro hanno esse stesse problemi, in primis con i non-performing loans. Vuoi vedere che lo Stato, essendo scaltrissimo nella figura di Matteo Renzi e del suo giglio magico, farà passare – magari con un decreto notturno e l’etereo via libera di Maria Elena Boschi – una serie di sgravi e agevolazioni fiscali a banche e assicurazioni, il tutto proprio per garantirsi la loro operatività nel fondo? E in quel caso, non sarebbe aiuto di Stato, ancorché indiretto? Ovvero, soldi pubblici utilizzati per salvare istituti che la legge di mercato vorrebbe falliti o ridimensionati? Sia chiaro: senza un incentivo statale, perché soggetti privati già in balia di marosi come quelli attuali dovrebbero salvare gli altri? Per la stabilità del sistema? E fino a oggi cosa c’è stato in ballo, se non la stabilità del sistema? Non mi pare ci siano stati gesti di enorme e disinteressato supporto.

E poi di quale sistema stiamo parlando, di quello di Banca Etruria? Oppure di quello di Monte dei Paschi? O di quei galantuomini della Banca Popolare di Vicenza, candidati al Nobel per la fisica avendo tramutato un titolo azionario in carta igienica? Per quale motivo al mondo le Opere Don Bosco e la cassa previdenziale dei geometri dovrebbero entrare in un’operazione finanziaria che ha profili di rischio molto alti? In quale mondo malato si chiede a un ente benefico o di previdenza professionale di acquistare npl e inoptati? Perché non la Caritas, la prossima volta? O il Banco Alimentare? Vi faccio una domanda, cervelloni del governo: se nessuno sul mercato si avvicinerebbe volontariamente a un titolo di Popolare di Vicenza o di VenetoBanca a meno di promesse stellari e di una tuta batteriologica, perché dovrebbero entrare nel patrimonio di quei due istituti un ente benefico e uno professionale? Perché c’è il regalino dopo per il bravo bimbo? Altra spiegazione non ne vedo, altrimenti sia Don Bosco che geometri avrebbero comprato quei titoli prima, sul mercato, se pensavano che fossero un investimento redditizio e sicuro.

E ancora, perché si dovrebbe entrare in quel casinò con i soldi del risparmio postale, cioè di gente che cerca la massima sicurezza? Vogliamo tramutare Cassa depositi e prestiti in un hedge fund? Va bene, però ditelo chiaramente e cambiate statuto, quantomeno, visto che le fate svolgere attività speculativa. Ora, al netto di un fondo privato con natura ibrida, ma con finalità pubbliche (un ossimoro ovunque, tranne che in Italia), che appare meramente uno specchietto per le allodole al fine di aggirare le normative europee, ecco emergere poi la colossale ipocrisia di fondo: ma questo non era il Paese dove almeno da venti anni si chiedeva la fine dello strapotere politico delle Fondazioni e degli altri poteri locali dai consigli di amministrazione delle banche?

Ricordo benissimo che a difenderle erano rimasti solo Umberto Bossi e Giulio Tremonti, gli altri vedevano le Fondazioni come il cancro clientelare del capitalismo di relazione in versione locale. Ovvero, un potentato come quello senese dove si decideva tutto, non solo della banca, ma di interi territori, dalle attività economiche all’indirizzo politico delle istituzioni: perché ora le si fa rientrare dalla finestra? Perché leggi affinché si disfassero delle loro partecipazioni e ora invece un incentivo a entrare nel capitali di più istituzioni? A che gioco stanno giocando a Roma?

Vista la reazione del mercato ieri, a un gioco disperato e folle: con quella mossa da film di Alberto Sordi, hanno lanciato al mercato il segnale esattamente contrario a quello voluto: ovvero, che la situazione del sistema bancario non solo è seria, ma sta deteriorando sempre più rapidamente. Tanto da dover cooptare anche il povero Don Bosco nel tentativo di mettere fumo negli occhi a investitori, cittadini e mercati: temo che stavolta abbiano davvero superato il limite della loro supposta furbizia. Sono solo dei disperati, i quali non possono dire ai cittadini prima del voto che la cura bail-in già applicata sarà la sola possibile in futuro anche per gli altri istituti in difficoltà, altro che fondo di sostegno alla stabilità del sistema. Sembrano Fantozzi e Filini quando decidono di chiamare il direttore per esentarsi dalla corsa ciclistica, utilizzando l’accento svedese per imitare la voce del medico curante: non ci è cascato nessuno, signori. E il tempo stringe. Davvero il governo degli innovatori. 

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