SPY FINANZA/ La crisi americana in vista delle elezioni

- Mauro Bottarelli

In attesa degli esiti delle primarie, che domani si svolgono a New York, MAURO BOTTARELLI ci mostra alcuni dati preoccupanti sull’occupazione e i salari dei cittadini americani

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In attesa delle primarie di domani a New York, è interessante porsi una domanda relativa alla corsa alla Casa Bianca e agli esiti cui abbiamo assistito finora: cosa spinge una parte sempre più consistente dell’elettorato americano a scegliere candidati “estremi” come Donald Trump e Bernie Sanders? Voglia di rivalsa contro quell’establishment che in molti vedono come motore della grande crisi finanziaria? Voglia di chiudere i conti con la politica estera di interventismo continuo? Voto meramente di rottura? Bene, guardate in prima istanza il grafico a fondo pagina, ci mostra plasticamente il gap salariale che gli Stati Uniti stanno vivendo.

Sono passati già cinque anni dalle manifestazioni di massa di OccupyWallStreet a Zuccotti Park, nel cuore di Manhattan, ma la divisione tra le fasce di reddito non accenna affatto a colmarsi, anzi. Ormai siamo alla divaricazione massima da 25 anni a questa parte, visto che una volta aggiustato al dato dell’inflazione, il reddito di banchieri d’investimento e altri dirigenti dell’industria delle securities, includendo salari e bonus, è aumentato del 117% dal 1990 al 2014, stando a dati ufficiali del Bureau of Labor Statistics. Nello stesso periodo, gli stipendi per tutte le altre industrie dell’economia Usa sono saliti solo del 21%, 51.029 dollari nel 2014, circa un quinto dei 264.357 dollari che banchieri e brokers hanno guadagnato quello stesso anno. Ma il problema è maggiormente strutturale, è la cosiddetta ripresa economica Usa a non esistere nei termini in cui i media ce l’hanno spacciata fino a poco tempo fa.

D’altronde, era solo questione di tempo e, infatti, la dinamica comincia a prendere forma. Con gli indici occupazionali di manifattura e servizi in continuo calo e i licenziamenti che nel primo trimestre hanno toccato livelli che non si vedevano dal 2009, a marzo le richieste iniziali di disoccupazione sono salite per il terzo mese di fila negli Usa, la striscia più lunga dal luglio 2015, registrando in tre settimane un aumento del 9,1%, l’aumento più alto dall’aprile 2014 in questo arco temporale.

Ma non era tutto a posto nell’economia Usa, tanto che la Fed aveva anche cominciato ad alzare i tassi? Non è così e lo dimostra plasticamente l’ultimo studio del Pew Research, il quale certifica non solo l’estinzione ormai imminente della classe media negli Stati Uniti, ma anche il fatto che un americano su tre fa fatica a tirare la fine del mese, visto che se le spese sono ritornate ai livelli pre-recessione (quella media nel 2014 è stata di 36.800 dollari), gli stipendi invece stagnano. Nello specifico il reddito medio è sceso del 13% dai livelli del 2004, mentre le spese sono aumentate del 14%. Ma non basta, perché quell’un terzo di americani che nello studio viene definito a basso reddito non solo non riesce a risparmiare qualcosa come fa la maggior parte della classe media, ma, addirittura, al netto delle uscite va in rosso di oltre 2300 dollari. In parole povere, un americano su tre – dopo tre cicli di Qe della Fed – non è in grado coprire le necessità base (cibo, trasporti e casa) con il suo reddito medio. Un capolavoro, non c’è che dire.

Stando allo studio del Pew, i cittadini spendono più ora di quanto non facessero nel 1996, una volta aggiustato il dato con l’inflazione. Il cittadino medio ha visto crescere le sue spese di oltre il 25%, salendo da 29.400 dollari del 1996 a 36.800 dollari del 2014. Il problema, però, è che tra il 2004 e il 2008, i redditi medi sono saliti solo dell’1,5%, mentre le spese medie dell’11%, tanto che in quell’arco temporale la ratio spese/reddito è salita del 9%. Ma c’è di peggio. Nel 2004, i cittadini a basso reddito potevano contare, al netto del pagamento di tutte le spese, di un residuo di reddito di 1.500 dollari, mentre nel 2014 quella cifra è calata di 3.800 dollari, spedendoli in rosso di 2.300 dollari. Ovviamente, questa mancanza di flessibilità finanziaria minaccia la sicurezza dei cittadini a basso reddito nel breve termine e la loro mobilità economica nel lungo termine.

Il grafico ci mostra poi come i cittadini Usa al centro del range di distribuzione reddituale – la cosiddetta true middle class – abbiano visto i loro redditi post-spese calare dai 17mila dollari in termini reali del 2004 ai soli 6mila dollari del 2014, un calo del 65%. La ragione? I costi per l’affitto incidono più pesantemente sulle fasce a basso reddito: mentre infatti la parte alta del range reddituale spende circa il 15% per l’affitto, nella fascia bassa si arriva a spendere quasi il 50%. Una famiglia media di quattro persone (due adulti con reddito e due bambini) ha visto aumentare il proprio reddito di circa 10mila dollari tra il 1996 e il 2014 e le spese annuali sono salite più o meno dello stesso livello, spinte verso l’alto soprattutto da affitti e cibo. Peccato che nel medesimo arco temporale, la ratio spese/reddito sia salita dal 71% al 75%, di fatto paralizzando il budget di quelle famiglia, le quali quindi consumano unicamente beni di primaria necessità e senza risparmiare quasi nulla.

I ristoranti di tipo casual dining, ovvero non fast-food ma nemmeno di lusso (quindi quelli dove cena la stragrande maggioranza della casse media), hanno vissuto tre letture negative di fila da inizio anno, con il dato di marzo addirittura in calo del 3%, un qualcosa di mai accaduto dalla crisi finanziaria. Peccato che il Pil Usa si basi al 70% sulle spese per consumi, ecco quindi spiegato l’anemico 0,3% di crescita previsto dal GDPNow della Fed di Atlanta per il primo trimestre di quest’anno. Non a caso, commentando il dato sulle richieste iniziali di disoccupazione, la Challenger&Gray ha fatto notare significativi aumenti dei licenziamenti legati al commercio al dettaglio e al settore dei computer, senza contare che dopo le revisioni delle linee di credito che le banche effettueranno nel mese di aprile, il comparto energetico quasi sicuramente darà vita a tagli occupazionali, sempre che il prezzo del greggio non risalga e velocemente.

Nel primo trimestre di quest’anno, i licenziamenti annunciati sono stati 185mila contro i 140mila dello stesso periodo del 2015. A marzo nel comparto manifatturiero si sono persi 29mila posti di lavoro, il peggior dato dal dicembre 2009 ma, in compenso, sono stati creati altri 25mila posti di lavoro tra baristi e camerieri, portando il totale di questa categoria al nuovo record di 11.307.000 lavoratori. Negli ultimi 14 mesi sono stati creati 365mila posti di lavoro nel comparto food&drink services, mentre nella manifattura ne sono andati persi 24mila.

Ora, al netto della deriva cinese di Markit, a detta della quale a marzo l’Ism manifatturiero è salito ai massimi da sette mesi, 51.8 da 49.5, nonostante il peggior calo occupazionale nel comparto da sette anni, ci sono parecchie variabili da tenere in considerazione quando si parla di occupazione negli Usa. A mio avviso, la più interessante, riguarda proprio i salari. Il 65% dei nuovi posti di lavoro creati a marzo è infatti stato creato in settori dove viene applicato a valanga il salario minimo.

Ed eccoci alla cronaca interessante, perché due settimane fa – tra gli applausi dei keynesiani di tutto il globo – la California ha annunciato che innalzerà il salario minimo a 15 dollari l’ora. Attenzione, perché occorre guardare bene i particolari. Come funzionerà infatti l’innalzamento? Un aumento da 10 dollari a 10.50 a partire dal primo gennaio 2017, un altro aumento di 50 centesimi l’ora nel 2018 e poi un aumento di un dollaro l’anno fino al 2022. Immediatamente i candidati democratici alle primarie, Hillary Clinton e Bernie Sanders, hanno dichiarato che questa è una grande notizia e ora bisogna lanciare una campagna affinché questa decisione sia estesa a livello nazionale.

Bene, peccato che sia stato proprio il governatore della California, Jerry Brown, a stroncare la scelta non più tardi di gennaio: perché? Semplice, portare a 15 dollari l’ora il salario dei lavoratori del settore pubblico costerà al budget statale qualcosa come 4 miliardi! Di più, al contrario di quanto si pensi, la storia empirica ci dice anche dell’altro: ovvero che gli aumenti dei salari minimi portano ad aumento della disoccupazione, visto che i maggiori costi vengono scaricati dagli imprenditori attraverso tagli occupazionali. Di più, sono stati condotti studi al riguardo in 15 città statunitensi e nella città di Seattle si arrivati a oltre il raddoppio del livello salariale minimo federale. Bene, questo grafico del Bureau of Labor Statistics ci mostra come l’aumento dei salari minimi impatti sul tasso di occupazione. Lo scorso anno la capitale dello stato di Washington ha vissuto i tre peggiori cali occupazionali della sua storia, proprio dopo l’introduzione del salario minimo a 15 dollari l’ora. E ora anche Chicago intende seguire le orme della California: calcolando che la capitale dell’Illinois è la città che vanta il tasso di criminalità più alto degli Usa, con 150 omicidi, 685 feriti e 817 sparatorie da inizio anno ad oggi, immagino che una bella crisi occupazionale sarà un toccasana.

Non c’è niente da fare, finché sarà l’ideologia a dettare le scelte economiche, le cose non potranno che peggiorare. E la classe media Usa continuare a estinguersi, tra bollette non pagate e debiti accumulati allegramente su carte revolving e credito al consumo per acquistare beni inutili se non all’unico scopo che governo e Fed intendono perseguire: mantenere artificialmente in vita l’american dream a spese delle future generazioni.



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