SPY FINANZA/ “L’aiutino” di Draghi alle corporations Usa

- Mauro Bottarelli

Le tensioni tra Germania e Bce in atto da settimane sono giunte giovedì al loro apice con la secca risposta di Draghi. Per MAURO BOTTARELLI Berlino non ha però tutti i torti

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Non so se avete visto il film Ricomincio da capo con Bill Murray: di fatto, un uomo si trovava a rivivere lo stesso giorno in continuazione, nell’attesa che, come da tradizione americana del groundhog day, la marmotta uscisse dalla tana per celebrare la fine dell’inverno e offrire previsioni sulla stagione in arrivo. Ecco, dal 2010, facendo il lavoro che faccio, io mi sento come Bill Murray. Prendete l’Ecofin in corso ad Amsterdam: di cosa si sta parlando? Grecia e tetto per la detenzione dei titoli di Stato da parte delle banche. Sempre gli stessi argomenti, mese dopo mese, anno dopo anno. E non è un caso, c’è della strategia dietro tutto questo. Perversa, ma pur sempre strategia. 

Già, perché solo un idiota o uno in malafede può pensare di risolvere il problema greco con le scelte messe in campo finora, ovvero operare una partita di giro che vede Atene massacrare i propri cittadini e il proprio tessuto economico per ottenere denaro che poi ritorna a Bruxelles, Francoforte o nei bilanci delle banche creditrici, senza che possa essere utilizzato per far ripartire l’economia reale, se non in maniera residuale. Occorre realismo. Anzi, occorrerebbe realismo: una bella moratoria, chiudiamo la faccenda una volta per tutte, ma se Atene ricomincia con trucchetti e sforamenti, allora un bel calcio nel sedere fuori dall’Ue con il conto da saldare in solido. Il problema è che l’Unione europea, tra l’altro, non ha più di due anni di vita residua, quindi di fatto la soluzione arriverà da sola, ancorché in maniera disordinata. E, quindi, pericolosa. 

Sulla faccenda dei titoli di Stato in pancia alle banche, io sono d’accordo con la Germania, ma a un patto: la stessa cosa deve valere per i derivati, visto a fronte di meno del 10% di titoli di livello 3 detenuti dalle banche italiane più grandi, quelle tedesche viaggiano tra il 40% e il 60% di esposizione sul patrimonio netto. Vogliono fare le investment bank? Perfetto, via sportelli, filiali e bancomat e giochino a fare Goldman Sachs, ma senza gestire risparmio ed erogare credito. Ottenuto questo, va benissimo abbassare al 20-25% il tetto di detenzione dei titoli di Stato, anche perché senza poter ammassare credit default swaps col badile nei bilanci per coprire esposizioni o vendite, per Deutsche Bank e simili sarà più difficile dare vita a operazioni politiche-speculative tipo quella contro l’Italia del 2009-2010, tanto per capirci. 

C’è però dell’altro che bolle in pentola e lo confermano le tensioni tra Germania e Bce in atto da settimane e giunte giovedì al loro apice con la secca risposta di Draghi alle accuse di Wolfgang Schaeuble: la Bce lavora per tutta l’eurozona, non solo per la Germania. E, soprattutto, non prende ordini dalla politica. Proprio giovedì il ministro federale all’Agricoltura, Hans-Peter Friedrich, politico della Csu, aveva detto che la Germania è stanca di Mario Draghi alla presidenza della Bce. E che se anche il mandato scade nel 2019, bisogna cercare fin da subito un suo sostituto, ovviamente tedesco. Con la conseguenza che i giornali, in testa l’economico Handelsblatt, hanno riportato a grandi caratteri la frase Wir haben die Nase voll, non ne possiamo più. Indovinate di chi? 

Ieri, però, ad Amsterdam, a margine dell’Eurogruppo, il suo presidente, l’olandese Jeroen Dijsselbloem e il direttore del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde, hanno fatto muro contro Berlino e difeso in maniera chiara l’indipendenza di Draghi dalle pressioni politiche. «Tutte le Banche centrali devono essere indipendenti nell’attuazione della loro politica monetaria, su questo credo siamo tutti d’accordo», ha spiegato la Lagarde. Della stessa opinione anche il presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, stando al quale i politici devono moderare commenti e critiche: «Draghi deve prendere decisioni che siano adeguate per l’intera Eurozona, nell’ambito del suo mandato, e questo è esattamente quello che sta facendo. Più noi ci limiteremo nell’esprimere commenti e più efficace potrà essere il suo lavoro», ha tuonato Dijsselbloem. Insomma, dopo l’appeseament del capo del Bundesbank, Jens Weidmann e i toni più concilianti di Angela Merkel, è la pancia profonda e livorosa della Cdu e della Csu ad aver dichiarato guerra a Draghi e alla sua politica di tassi negativi che colpisce le sparkassen tedesche e i loro risparmiatori. Ma al netto del proverbiale egoismo tedesco, come va in realtà l’eurozona? 

L’ultimo dato è proprio di ieri: l’indice Pmi dei direttori di acquisto della zona euro ha subito un rallentamento inatteso ad aprile, tornando ai livelli di febbraio quando aveva toccato il minimo di 13 mesi. Stando a quanto reso noto da Markit, l’indice composito, sintesi di manifattura e servizi, si è attestato a 53 contro il 53,1 di marzo e a fronte delle stime degli economisti a 53,2. Come sapete, un livello sopra 50 indica una situazione di espansione economica, sotto segnala contrazione. E se l’indice del settore servizi è salito leggermente a 53,2 da 53,1, risultando comunque sotto le attese di 53,3, quello del settore manifatturiero è sceso a 51,5 da 51,6 contro attese per 51,8. Il Pmi indica quindi che il tasso di crescita economica all’inizio del secondo trimestre è marginalmente più debole della media registrata nel primo trimestre e leggermente più lento della media dello scorso anno. Sia il settore manifatturiero che quello terziario hanno ancora una volta registrato solo una moderata crescita e in entrambi i casi i tassi di espansione sono risultati appena inferiori alla media del primo trimestre 2016. 

«Chi cerca segnali più positivi, nonostante il basso punto di partenza, osserverà una crescita occupazionale in aumento così come gli indicatori dei prezzi. Tuttavia politiche economiche ancora più aggressive da parte della Bce saranno forse necessarie per stimolare ancora di più una robusta e sostenibile ripresa e far ripartire le pressioni inflazionistiche», ha commentato Chris Williamson, capo economista di Markit. E qui i tedeschi drizzano le antenne, giustamente a mio modo di vedere: politiche ancora più aggressive? Al punto a cui siamo arrivati vedo solo due ipotesi, ovvero acquisto diretto di titoli azionari o helicopter money, ovvero finanziamento diretto del Tesoro attraverso la stampa di denaro fresco. Vogliamo arrivare a questo? Vogliamo diventare giapponesi? Tanto più che, andando nel dettaglio, ad aprile la crescita dell’attività del settore privato tedesco ha frenato al minimo da 9 mesi con l’accelerazione del manifatturiero che non è stata in grado di compensare il rallentamento dei servizi. 

Infatti, l’indice composito si è attestato a 53,8 da 54 di marzo con il Pmi manifatturiero salito a 51,9 da 50,7 di marzo, oltre le attese a 51, mentre il Pmi servizi ha rallentato a 54,6 da 55,1 (55,2 le previsioni). Invece, la Francia ha registrato un moderato miglioramento del settore privato. L’indice composito si è infatti attestato ad aprile a 50,5, il massimo degli ultimi cinque mesi, da 50 di marzo. L’indicatore sul manifatturiero è arretrato a 48,3, minimo da otto mesi, da 49,6 di marzo e a fronte di attese per 49,8. Meglio il comparto terziario che si è portato a 50,8 da 49,9 di marzo e contro un consenso pari a 50,2. Insomma, Berlino vede troppe criticità per se stessa insite nelle scelte politiche e monetarie di Draghi e tenta di alzare paletti e steccati prima che sia troppo tardi. Tanto più che il bazooka di Mario Draghi da fine giugno verrà impiegato anche per acquistare obbligazioni societarie, a eccezione di quelle bancarie. 

Proprio giovedì la Bce ha annunciato i criteri per l’acquisto dei corporate bonds e l’orientamento dell’Eurotower è stato di mettere pochi paletti in modo da non restringere il mercato potenziale di riferimento. Stando ai dati riportati anche dalla Bce, il mercato dei corporate bond nell’area euro ammonta a circa 2mila miliardi di euro, di cui poco più della metà è rappresentato da obbligazioni bancarie e quindi escluse dal Cspp (Corporate Sector Purchase Program). Un mercato di dimensioni rilevanti e dunque per poter incidere sui tassi di interesse è necessario che la Bce possa fare acquisti consistenti: nelle ultime settimane diversi analisti si sono esercitati sulle stime del mercato potenziale per gli acquisti dell’Eurotower, con risultati tra 500 e 900 miliardi di euro. 

Bene, il grafico a fondo pagina mette le cose in prospettiva: il totale del mercato dell’IG europeo è di 1,6 triliardi di euro, ma togliendo tutto ciò che statutariamente la Bce ha deciso di non poter acquistare – bancari, debito subordinato, credito al consumo – la platea all’eligibile all’acquisto scende a un terzo, ovvero a 554 miliardi di euro. Tanto, ma non sufficiente da garantire un effetto shock e, soprattutto, acquisti per un arco temporale come quello prospettato dalla Bce, fino al settembre 2017. Sono i numeri a dirlo, non il sottoscritto, visto che si compra per 80 miliardi di euro al mese e la platea del debito sovrano comincia a scarseggiare, se non si ammorbidiscono e molto le limitazioni poste su rendimenti e scadenze (con il rischio, poi, che prima dell’estate il Portogallo perda l’investment grade e il suo debito diventi non più acquistabile in seno al Qe). 

Ma insomma, alla fine chi beneficia del programma di stimolo voluto da Draghi, visto che nel mio articolo di ieri ho dimostrato come le banche non abbiano utilizzato un solo euro di liquidità extra garantita dall’Eurotower per prestiti a imprese e privati? Bene, la Bce giovedì ha indicato come acquistabili i bond che abbiano almeno un rating investment grade, ovvero non inferiore a BBB-. Quindi, guardando in casa nostra, chi potrà essere acquistato? Telecom, ad esempio, la quale è seguita da tre agenzie: Standard & Poor’s ha un rating BB+ e un outlook stabile (sotto l’investiment grade); Moody’s un rating Ba1 e un outlook negativo (sotto l’investment grade); Fitch BBB- e un outlook stabile (investment grade). Quindi, Telecom risponde ai criteri della Bce, grazie al rating investment grade assegnato dalla sola Fitch (casualmente controllata al 50% dell’azionariato dalla finanziaria francese Fimalac): il gruppo di telecomunicazioni, ormai di fatto francese, ha un costo medio del debito pari al 5,3% e una scadenza media intorno a 7 anni e mezzo e su circa 30 miliardi di debito a lungo termine, le obbligazioni rappresentavano circa 23,5 miliardi di euro a fine 2015. 

Al netto di questo, la decisione della Bce sarebbe di ricomprare fino al 70% dell’importo dei bond considerati acquistabili. I dettagli del piano saranno forniti nei prossimi giorni, ma l’iniziativa potrebbe avere un impatto molto significativo sul costo del rifinanziamento e quindi migliorare la redditività del gruppo. Parigi ringrazia ma anche un po’ Mediaset, visti i giochi incrociati con Vivendi con la quale si vorrebbe dare vita a una Netflix europea, proprio mentre l’originale Usa ha presentato conti poco edificanti e un netto calo di abbonati. Tempismo perfetto, ma tanto paga la Bce, ovvero tutti noi, chissenefrega se si buttano quei denari in operazioni fallite in partenza. 

Ma non basta. L’effetto dei criteri stabiliti dalla Bce è, di fatto, che potranno essere acquistati junk bond (titoli spazzatura purché abbiano almeno un rating BBB-), ma anche titoli denominati in euro ed emessi da società con sede nell’area euro ma controllate da gruppi non residenti qui. Per esempio, quasi il 30% del mercato dei corporate bonds dell’area euro con rating investment grade riguarda emittenti americane. L’anno scorso tra le principali 10 emissioni in euro, ben quattro sono di società statunitensi (la più consistente un bond da 8,5 miliardi targato Coca-Cola, poi uno General Electrics da 3,15 miliardi e un’emissione da 3 miliardi targata Berkshire di Warren Buffett). Nel piano di acquisti non potranno rientrare le obbligazioni ibride, uno strumento a metà strada tra il debito e l’azione, ciò perché i bond ibridi sono perpetui, mentre la Bce acquisterà con bond con scadenza massima di 30 anni: al tempo stesso, però, l’Eurotower potrà acquistare obbligazioni con appena sei mesi di vita residua. 

Tra i principali beneficiari del piano di acquisti dei corporate bond ci sono le utility e settore auto: Edf ha bond che sfiorano i 24 miliardi, Volkswagen 17 miliardi e Daimler oltre 15 miliardi. Nella top ten figurano anche Eni ed Enel, rispettivamente con 13,6 e 12,8 miliardi di euro. Guarda a caso, al contrario dei bond garantiti da attività sottostanti, come i bond Abs, che la Bce acquista considerando la media del merito di credito assegnato da almeno due società di rating, per i bond societari, che non sono garantiti, basterà che almeno un’agenzia assegni al titolo il livello di investment grade anche se altre agenzie lo classificano come “spazzatura”. Et voilà, Telecom con il suo bond 2033 e cedola 7,75%, un’emissione da 1 miliardo di euro, diventa una beneficiaria degli acquisti Bce grazie al solo giudizio positivo (per quanto sia positivo un BBB-) di Fitch. 

Ora, sono anche aziende tedesche a beneficiare del programma dell’Eurotower, quindi viene da chiedersi: perché tanti strali contro Draghi? Forse perché il suo Qe serve soltanto a mantenere in vita aziende fuori mercato, drogando lo stesso? Forse perché a beneficiare sono solo banche e grandi corporations e non piccole e medie imprese e cittadini europei? Forse perché si tratta di uno schema Ponzi in piena regola, una do ut des verso la Fed e le sue linee swap infinite (oltre che alla liquidità extra parcheggiata per anni nelle filiali Usa di banche europee, le quali prendevano anche gli interessi su quel denaro versato dalla Federal Reserve), visto che molti emittenti statunitensi in euro potranno vedere i propri bond acquistati con il badile? 

E attenzione, perché questo spingerà sempre più aziende straniere a emettere debito in moneta unica europea, di fatto rubando fette di mercato alle aziende Ue e portando a un rafforzamento dell’euro, non esattamente quanto desiderato da una Banca centrale che applica una manovra di stimolo monetario. Forse è per questo che, al netto dell’egoismo, io sto con Schaeuble e non con Draghi e Goldman Sachs. 

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