SPY FINANZA/ Le due nuove bolle “made in China”

- Mauro Bottarelli

Mentre Pechino cerca di sgonfiare un bolla, ne sta gonfiando altre due, che potrebbero rivelarsi pericolose anche per il resto del mondo. Ce ne parla MAURO BOTTARELLI

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Martedì scorso è stata una giornata importante, è infatti partito il fixing del prezzo dell’oro in yuan sulla base dei partecipanti al mercato cinese, i quali saranno 18 tra banche locali, banche internazionali, compagnie minerarie e grandi compagnie che producono preziosi. Oltre a trattarsi di uno schema innovativo e in diretto contrasto con quello utilizzato a Londra e destinato solo dalle cosiddette bullion banks (una delle quali, Deutsche Bank, ha recentemente ha ammesso di aver partecipato a un cartello per la manipolazione dei prezzi di metalli preziosi, offrendo piena collaborazione alle autorità americane e inglesi), questa scelta cinese rischia di ribaltare le forze in campo e le dinamiche finanziarie legate all’oro e al suo commercio. Questo nuovo gold fix renderà infatti più costose le vendite allo scoperto sul mercato del Comex, poiché tutte le transazioni nello Shanghai Gold Exchange (Sge) verranno saldate in oro fisico (e non in contanti o azioni Gld, come è accaduto fino ad adesso).

Inutile dire che sarà molto più facile fare arbitraggio tra l’oro di carta e l’oro fisico e per questo, quando le bullion bank (J.P. Morgan, Scotia Bank, Hsbc, Deutsche Bank, Citigroup) vorranno scaricare sui mercati oro cartaceo per abbassarne artificialmente il prezzo, l’Sge non seguirà l’esempio, poiché nessuno sarà tentato di liberarsi di oro fisico ai prezzi ridicoli di oggi e in ossequio al trading manipolatorio su carta. Una mossa epocale che potrebbe pestare parecchi piedi e mettere in pericolo interessi multi-miliardari, quindi procurando alla Cina più nemici di quanti già oggi non ne abbia.

E, guarda caso, due giorni dopo l’avvio della nuova procedura di prezzatura in valuta cinese, il solito George Soros saltava fuori dal nulla con questa previsione: «La crescita del credito in Cina a marzo e quella dell’intero primo trimestre pari a 1 triliardo di dollari è un segnale di avviso, poiché ci mostra quale sia la mole di lavoro necessaria per bloccare il rallentamento di quella economia. Stiamo osservando sviluppi problematici in Cina, come la legislazione anti-corruzione che sta impattando sulle fughe di capitali o la bolla immobiliare che si sta auto-alimentando. In conclusione, la Cina ricorda gli Stati Uniti del 2007-2008, prima della crisi del mercato del credito e della successiva recessione globale». Per Soros, infine, «un hard landing dell’economia cinese è praticamente inevitabile».

Ma dove può farsi male, veramente, Pechino? Guardate questo grafico, ci mostra la proporzione della bolla immobiliare cinese, soprattutto nelle città principali o cosiddette Tier 1. Bene, la questione comincia a diventare seria, se il 25 marzo scorso il governo ha annunciato una serie di misure per bloccare l’esponenziale aumento dei prezzi prima che questo finisca del tutto fuori controllo. Ve ne cito solo alcune: implementare la differenziazione delle politiche legate ai mutui; sconto dal 30% al 40% per chi non ha una proprietà e non ha chiesto un mutuo negli ultimi due anni; 400mila nuove unità di social housing, di cui 350mila saranno messe a disposizione di cittadini con requisiti in ordine o particolarmente “talentuosi”; proibizione totale di finanziamento dell’acquisto attraverso canali come il crowd-funding, i finanziamenti ponte o altre attività che prevedano l’uso della leva finanziaria.

C’è però un problema ulteriore, perché mentre Pechino cerca di sgonfiare un bolla, ne sta gonfiando altre due. La prima è ancora una volta quella azionaria, visto che tre settimane fa sono state molto ammorbidite le limitazione sul margin debt, chiaro invito a scommesse speculative, quasi quanto accaduto la scorsa estate non avesse insegnato niente a casalinghe e venditori ambulanti improvvisatisi Gordon Gekko. La seconda, invece, è direttamente legata a quanto ci dice il grafico a fondo pagina, ovvero al fatto che il 2016 è cominciato con un crollo delle vendite di auto del 44%, il crash sequenziale più grande di sempre e del 50% più ampio di ogni altro calo nei record storici. Insomma, se da un lato questo dato ci dice che c’è qualcosa di profondamente rotto nell’economia cinese, dall’altro ci dimostra come questa debolezza potrebbe riverberarsi non poco sul settore negli Usa, già alle prese con l’aumento esponenziale dei mancati pagamenti nel credito al consumo subprime e delle scorte e anche in Europa, dopo che venerdì Volkswagen ha presentato conti daannus horribilis. Il gigante tedesco ha chiuso in rosso il 2015 per l’impatto del dieselgate:?VW ha subìto l’anno scorso un perdita lorda consolidata di 1,3 miliardi di euro e un passivo netto di 1,58 miliardi, rispetto agli 11 miliardi di utile del 2014.

A pesare è stato il maxi-accantonamento da 16,2 miliardi di euro per far fronte agli oneri del dieselgate. Il fatturato del gruppo è salito l’anno scorso a 213,3 miliardi di euro (+5%?rispetto ai 202,5 miliardi del 2014), con un risultato operativo rettificato di 12,3 miliardi, in lieve calo rispetto ai 12,7 miliardi dell’anno precedente. Tenendo conto dell’accantonamento, il risultato operativo è anch’esso in perdita per 4,1 miliardi. Ironia della sorte, il dividendo non è stato annullato ma tagliato del 97%, a 0,11 euro per ogni azione ordinaria e 0,17 per ogni privilegiata. Unite a questo, l’inchiesta annunciata da Daimler sulle modalità di certificazione delle emissioni sui veicoli commercializzati negli Usa, lo scandalo Mitsubishi sui meccanismi di alterazione di due minicar e le perquisizioni presso la sede di Peugeot da parte della polizia anti-frode, fino all’annuncio che le case tedesche richiameranno 630mila auto per modificare il software che gestisce le emissioni dei motori diesel e capite che anche solo una frenata di un mercato primario come quello cinese potrebbe tramutarsi nella proverbiale palla di neve che diventa valanga.

C’è poi un’altra criticità, decisamente pittoresca, ma che dovrebbe far riflettere parecchio i vari banchieri centrali del mondo, i quali sono certi che quando si arriverà allo showdown finale dell’enorme schema Ponzi dei tassi sotto zero, la Cina lancerà un mega-Qe – in forma di stimolo puro o di taglio con l’accetta dei requisiti bancari di riserva – e salverà il globo alla fine che meriterebbe di fare. Finora, infatti, Pechino si è limitata a colmare il buco del credito con interventi spot e mirati, quasi tutti operanti sui requisiti bancari al fine di evitare la stampa diretta alla Pboc e tramutando le banche commerciali, di Stato e non, in liberatrici di credito e liquidità. Ora, però, c’è qualcosa che potrebbe togliere quella ipotesi anche dal tavolo meramente teorico ed è la pork inflation, ovvero l’inflazione legata all’aumento del prezzo (ormai ai massimi record di sempre) del bene di consumo principale della Cina, cioè la carne di maiale.

Stando all’ultima rilevazione della Usda riguardo l’outlook su questo bene di consumo, la produzione mondiale di carne suina vede in previsione un calo dell’1% al 109,3 milioni di tonnellare rispetto allo scorso anno. Siamo a un -2% rispetto alle stime dello scorso ottobre riguardo all’output suino, stando a dati della Ahdb. E questo calo va tutto ascritto alle serie sfide che sta affrontando il primo produttore al mondo di carne di maiale, la Cina appunto, la cui economia è in rallentamento, nonostante il tasso annuale ufficiale sia ancora al 7%. Ma la profittabilità della produzione interna, unita al complesso tema della regolamentazione ambientale, ha portato Pechino a rallentare i ritmi di questa produzione così sensibile, portando a un netto aumento dei prezzi, sia al dettaglio che all’ingrosso.

E questo grafico ci mostra quale sia il peso e l’impatto dell’aumento del prezzo della carne di maiale sull’indice composito Cpi dell’inflazione cinese. Ed ecco quindi il cortocircuito che si sostanzia, perché la fornitura rallentata di questo bene, la quale dovrebbe essere normalmente il driver per politiche di stimolo monetaria, sta causando però l’aumento dei prezzi, dinamica che manda automaticamente in soffitta l’ipotesi di stimolo, perché da che mondo è mondo non si combatte l’inflazione tagliando i tassi. In parole povere, non aspettiamoci iniezioni salvifiche di liquidità broad-base in Cina (ovvero taglio monstre dei requisiti di riserva o vero e proprio Qe), poiché in un mercato ultra-sensibile e interconnesso come quello attuale, la reazione politica è sempre nel focus di chi investe: e un azzardo in ambiente inflattivo, al netto delle bolle già presenti sul mercato, potrebbe sancire il suicidio del progetto cinese di trasformazione della società da produttrice a consumatrice.

 

(1-segue)

 



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