FINANZA E POLITICA/ Quel regalo (con beffa) dell’Ue all’Italia

- Sergio Luciano

L’Ue potrebbe cambiare alcuni parametri sui conti pubblici lasciando più ossigeno all’Italia. Ma si tratterebbe di un “regalo” con non poche insidie, spiega SERGIO LUCIANO

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Jean-Claude Juncker (Infophoto)

Dunque l’Italia potrebbe giovarsi di uno “sconto” sul rapporto tra il deficit delle pubbliche amministrazioni e il Pil, sia quest’anno che l’anno venturo più consistente di quello sperato: lo scrive Repubblica, per una firma che di solito non sbaglia in materia, e lo stesso ministro dell’Economia Padoan fa capire che ci tiene e che ci spera. Tradotto in soldoni, significherebbe per il governo poter spendere uno 0,5% di Pil in più, senza danni sulla tenuta dei nostri conti pubblici. Non poco dunque: sette miliardi di euro che permetterebbero di finanziare importanti investimenti.

Bene, cantano le allodole. Ma i gufi si accigliano. E che è successo? – si chiedono. Com’è che improvvisamente Bruxelles “allarga la manica” proprio con uno dei Paesi che tutti considerano “sorvegliato speciale”, non tanto per l’incapacità di contenere il deficit quanto per la colossale dimensione del suo debito pubblico? La domanda è sensata. Le risposte sono tutte degli azzardi. Detto questo, seguiamone il ragionamento.

È chiaro che un’Italia tramortita e “grecizzata” non conviene fino in fondo a nessuno. L’Italia “migliore” – dal punto di vista dei parenti-serpenti dell’Eurozona che vogliono chiaramente soltanto spolpare i Paesi meno ricchi, come hanno fatto e stanno continuando a fare con la Grecia – è quella in perenne difficoltà e perennemente costretta a svendere sovranità e asset: come sta accadendo con le banche, dove la campagna di ricapitalizzazioni in corso non può che veder trionfare i vari “fondo Apollo”, che arrivano dall’estero e comprano a prezzi di saldo. Ma di un Paese fallito non fanno gola neanche le banche: quindi niente di strano che un po’ di – ben dosato – ossigeno ci arrivi da Bruxelles, anche se avvolto in un involucro di raccomandazioni seriose.

Quindi è possibile che la flessibilità arrivi, sia per darci il fiato necessario a lasciarci spolpare meglio, sia perché…ben altri rischi si profilano per i nostri conti. Rischi, anzi semi-certezze. Uno, sul piano specifico dei conti pubblici, ed è la linea severa firmata dal Fondo monetario internazionale; l’altro, sul piano dei bilanci bancari.

Andiamo con ordine. Nell’ultimo “Fiscal monitor” del Fondo, le teste d’uovo di Washington si sono mostrate meno ottimiste di Padoan sia su fronte del deficit pubblico che del debito: l’indebitamento netto italiano viene stimato al 2,7% del Pil quest’anno e all’1,6% nel 2017, a fronte del 2,3% e dell’1,8% del Def. La previsione sul debito è che cresca ancora, al 133%, quest’anno, e che nel 2017 finalmente cali, ma al 132,4% contro il 130,9% previsto dal governo. Secondo l’ex commissario alla “spending review” Carlo Cottarelli, che è rientrato al Fondo e si occupa di conti pubblici italiani, è la crescita economica che a Washington prevedono più debole di quanto la prevedano a Roma, e con lo stesso criterio nel 2015 hanno purtroppo avuto ragione loro. Per questo il Fondo non condivide i possibili allentamenti del rigore che Bruxelles sta negoziando con Roma: questo non ci aiuta. Anzi, potrebbe spingere l’Europa a condizionare la concessione della richiesta flessibilità alla cogestione delle destinazioni da riservare a essa… altra cessione di sovranità.

Ma la verità di fondo – per carità, questa è un’altra tesi “gufesca” – è che anche se l’Unione dovesse aiutarci sul fronte dei conti pubblici, sarebbe solo per mollarci un altro sganassone strutturale sul piano del bilanci bancari. Accogliendo, sia pur mitigata, la richiesta del fronte tedesco di ridurre per legge l’incidenza percentuale consentita, nei patrimoni delle banche, per gli investimenti in titoli di Stato del proprio Paese.

Spieghiamo meglio. Il sistema bancario italiano ha circa il 50% del proprio patrimonio investito in titoli di Stato italiani. È vero che rendono poco, ma sono “debito sovrano” a bassissimo rischio, tanto più dopo il “Quantitative easing” della Bce. Cosa dicono i tedeschi? Che una banca di un Paese non potrebbe detenere più del 20% del proprio patrimonio investito nei titoli pubblici del suo stesso Paese. Il loro ragionamento è questo: se una banca, dicono, oltre a prestare soldi prevalentemente a clienti del suo Paese (cosa ovvia: quello della banca è un mestiere prevalentemente “a chilometro zero”) investe prevalentemente nei titoli di Stato del suo stesso Paese, raddoppia i rischi: rischia, cioè, con i clienti connazionali ai quali presta i soldi e che potrebbero non restituirglieli se il Paese andasse in crisi; e con lo Stato che, nella stessa evenienza, a sua volta avrebbe difficoltà a rimborsare i suoi titoli.

A mezza bocca replicano, giustamente, i banchieri italiani che questa tesi è una bestialità. Nel senso che se uno Stato va in crisi al punto da non rimborsare più i suoi titoli – si dice “andare in default”, come accadde all’Argentina nel 2011 – non c’è più niente da salvare per una banca nazionale, perché anche se restasse meno colpita dal default dello Stato avendo in pancia meno titoli pubblici, sarebbe comunque piegata in due dalla catena di fallimenti privati delle sue aziende clienti, travolte tutte dalla crisi dello Stato.

In sostanza, ridurre l’esposizione delle banche verso il loro Stato sovrano per prevenire il rischio di risentire di un default statale è un po’ come pretendere di restare all’asciutto durante il diluvio universale. O ti chiami Noè o sei uno scemo.

Cioè: è una tipica scemenza interessata alla tedesca. Nominalismo calcolatore… Eppure… eppure con Berlino non si scherza. E qualcosa ai “falchi” di Schauble bisognerà pure che Bruxelles conceda. È su questo fronte, dunque – e non solo su quella dell’auspicata flessibilità di bilancio – che il governo italiano e Padoan in testa dovranno guardarsi dalle brutte soprese. Auguri, ne va della serenità di tutti noi.

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