FINANZA E POLITICA/ Il numero che smaschera la “ripresina” dell’Italia

- int. Francesco Forte

Per FRANCESCO FORTE, l’indice di fiducia sta riflettendo i giudizi sulla politica economica del governo italiano, che non è in grado di tenere conto dei reali problemi

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Pier Carlo Padoan (Infophoto)

«Il calo nella fiducia dei consumatori si spiega sostanzialmente con una motivazione politica: il governo non dà sicurezza perché è privo di una linea». Lo evidenzia il professor Francesco Forte, ex ministro delle Finanze e per il Coordinamento delle politiche comunitarie. Dai dati Istat diffusi mercoledì emerge che l’indice di fiducia dei consumatori si è ridotto da quota 114,9 di marzo a 114,2 di aprile. Tutte le stime relative al clima di fiducia dei consumatori diminuiscono: quella economica, quella personale, quella corrente e quella futura. Le aspettative sulla disoccupazione peggiorano drasticamente, in quanto il saldo passa da 12 a 21.

Di che cosa è indice questo peggioramento nella fiducia dei consumatori?

Di solito quando è in atto una ripresa economica ci si aspetterebbe che si rafforzino i giudizi positivi, e non invece che si indeboliscano. Il fatto che la fiducia scenda anziché aumentare indica che la spirale della crescita non c’è ancora.

In che senso?

È in atto una specie di ripresina trainata da varie componenti, ma in un clima generale di sfiducia nella guida del governo. La politica economica di questo governo nel complesso non sta generando un contributo italiano alla crescita, e quindi la capacità di Renzi ha perso smalto.

Quale scenario si delinea per il 2016?

C’è confusione perché l’orizzonte si è annebbiato e la stessa capacità di reazione del governo appare ondivaga. I giudizi internazionali sull’Italia sono sempre più negativi, il premier annaspa all’estero anziché affrontare i problemi del nostro Paese e Padoan è ritenuto troppo ottimista. L’indice di fiducia sta riflettendo in sostanza i giudizi sulla politica economica del governo italiano, che non è in grado di tenere conto dei reali problemi. Si ha cioè l’impressione che gli italiani preferiscano pensare a se stessi, perché non è ben chiaro che cosa pensi il governo.

Che cosa manca alla politica economica di Renzi/Padoan?

Manca una linea chiara, perché i loro dati troppo ottimistici e i continui ondeggiamenti nelle loro politiche hanno generato turbamento nei consumatori e nelle imprese. È come se avessimo il mare mosso e il timoniere non fosse in grado di fornire rassicurazioni. Di conseguenza l’indice di fiducia tende a peggiorare anziché a stabilizzarsi o a migliorare come ci si potrebbe attendere.

Possiamo almeno dire di essere usciti dalla crisi?

Siamo usciti dalla crisi, sia pure a fatica, e finalmente ci troviamo in una fase di lento recupero. Gli indici di fiducia dovrebbero quindi essere stabili o in miglioramento, mentre siamo in peggioramento perché questo governo non rassicura la gente.

 

Alla luce dei vincoli di bilancio, lo Stato potrebbe fare investimenti per innescare la ripresa?

Intanto il governo dovrebbe avere una maggiore stabilità nelle proprie decisioni. I vincoli di bilancio sono quelli che sono, ma consentono diverse possibilità di manovra. Il populismo di Renzi fa sì che lo stimolo ai consumi si traduca nel fatto di erogare dei bonus alla gente. Spingere sui consumi del resto produce un effetto immediato, mentre gli investimenti comportano un beneficio futuro. L’impostazione di Padoan però lo porta a insistere più sui consumi che sugli investimenti.

 

Lei che cosa ne pensa delle critiche rivolte all’Italia dal presidente della Bundesbank, Jens Weidemann?

Weidemann ha ragione quando dice che il governo italiano dovrebbe decidersi. Se vuole più Europa, dovrebbe sottostare alla richiesta di fare meno debito. Se invece vuole maggiore autonomia, dovrebbe risolversi i suoi problemi da sé. È proprio ciò che Renzi non sta facendo, in quanto sta derogando alle regole. L’Italia non può pretendere nello stesso tempo di addossare i suoi debiti alla Germania, chiedendo maggiore solidarietà, e insistere su richieste che vanno nella direzione di un sistema semi-autonomo.

 

(Pietro Vernizzi)

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