SPY FINANZA/ La nuova “guerra” dei produttori di petrolio

- Mauro Bottarelli

Nelle ultime settimane il prezzo del petrolio è salito di molto. Per MAURO BOTTARELLI ci sono però segnali di un possibile tonfo in arrivo nelle quotazioni del greggio

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Al netto dei proclami pubblici in favore della diversificazione delle proprie fonti di introito, l’Arabia Saudita non solo sta pompando petrolio come non mai, ma continuerà a farlo per cercare di rubare alla Russia l’unica fonte di acquisti sul mercato: la Cina. Sul mercato, infatti, ci sono due rischi ribassisti: l’Iran che sta aumentano la quota di export dopo l’annullamento delle sanzioni, tanto che il dato di aprile ci parla di esportazioni per 1,9 milioni di barili al giorno, e il fatto che Ryad intenda accodarsi nella disputa per il mercato asiatico e cerchi di aumentare l’output fino al punto estremo. 

E proprio l’altro giorno è arrivato un segnale chiaro in tal senso, visto che Aramco ha venduto un cargo a una raffineria indipendente cinese, le cosiddette teapot, la prima vendita spot verso un acquirente di questo tipo e il segnale che il più grande esportatore di petrolio del mondo sta cercando disperatamente di monopolizzare il mercato cinese, il quale da qui al 2018 è impegnato nelle operazioni di riempimento delle riserve strategiche, quindi è compratore di prima e ultima istanza. E non si tratta di un carico da poco, perché parliamo di un tanker con stipati a bordo qualcosa come 730mila barili, il quale partirà a giugno in direzione della prefettura di Okinawa in Giappone per proseguire verso la provincia orientale cinese di Shandong. 

Insomma, Ryad non intende perdere questa occasione storica in un momento di grande difficoltà finanziaria e, infatti, i timori degli analisti sono concentrati sulla possibilità che l’Arabia voglia spingersi ai limiti del possibile, aumentando la propria produzione giornaliera di altri 500mila barili per inondare il mercato cinese. Ma, in contemporanea, tramutando la saturazione già in atto sul mercato in un diluvio nero. L’idea sarebbe quella di portare in questo modo la produzione giornaliera sopra gli 11 milioni di barili al giorno entro l’estate, stagione in cui i generatori di energia vanno a pieno regime ed entro la quale anche l’Iran vorrebbe far crescere l’output di 1 milione di barili al giorno. Insomma, è guerra per conquistare il mercato cinese: a vostro modo di vedere, la Russia starà a guardare ancora per molto? 

Anche perché questo grafico non ci dice soltanto che Pechino sta comprando come se non ci fosse un domani, visto il dato dell’import attraverso Shandong, ma anche che la festa potrebbe durare meno di quanto si pensi e quindi bisogna battere il ferro finché è caldo. Alla faccia del record di posizioni long, il rischio di un nuovo crollato da sovra-offerta appare alle porte. Certo, la Cina sta stoccando greggio al ritmo più veloce da una decade a questa parte e sta riempiendo la sua capacità di scorte in eccesso in tempi da record: Pechino ha aggiunto 787mila barili al giorno alle sue scorte nel primo trimestre di quest’anno, il massimo almeno dal 2004, quando Blomberg ha cominciato a tracciare il dato in base alle cifre rese note dalle dogane. 

E non solo l’Arabia sta sfruttando il momento, visto che le informazioni relative all’import di marzo parlano di arrivi anche da Iran, Venezuela e Brasile. Stando a dati di Oilchem.net, il tasso operativo delle piccole raffinerie della provincia di Shandong è salito al 51,84% della capacità nella settimana terminata il 22 aprile, questo perché molteteapot hanno completato la manutenzione e hanno ricominciato la produzione. Ma quanto pesa la domanda di petrolio delle raffinerie indipendenti? Tanto, perché l’attuale tasso operativo medio del 50,42% è parecchio più alto del 37,72% di un anno fa, sempre stando a dati di Bloomberg. E la guerra per accaparrarsi questo mercato così onnivoro di greggio è in atto, proprio ora: il numero di supertankers in viaggio verso la Cina è infatti al massimo da 16 mesi, parliamo di 83 super-petroliere, il massimo da dicembre 2014 e, stando alle capacità standard dei cargo, sono in grado di trasportare a destinazione circa 166 milioni di barili. 

Il grafico a fondo pagina mette in prospettiva l’attuale fame di petrolio della Cina. Per adesso, quindi, la sola domanda cinese sta tenendo impegnati i maggiori produttori al mondo, ma c’è un’anomalia da tenere bene da conto: questa settimana la gran parte delle teapot cinesi, ovvero il principale driver dell’import, si fermeranno per lavori di manutenzione (chi li ha già terminati rappresenta una percentuale di non più del 30-35%), proprio come molte raffinerie negli Usa e quindi le importazioni potrebbero subire un calo. A quel punto, seppur in maniera temporanea, si creerebbe la pericolosa situazione di um mondo di produttori che aveva scommesso sulla domanda senza fine e sempre in aumento dalla Cina e che invece dovrà affrontare un surplus di offerta che rischia di restare sui tankers in attesa che le raffinerie indipendenti riaprano. 

Il problema è che in quel medesimo lasso di tempo, la produzione di giganti come Iran, Arabia e Russia non cesserà o diminuirà, ma, anzi, continuerà imperterrita verso nuovi record. Rendendo ancora peggiore la saturazione già in atto. Mercoledì il WTI ha rotto la soglia psicologica dei 45 dollari al barile, facendo ringalluzzire molti rialzisti, i quali hanno anche citato una nuova variabile a favore del proprio ottimismo. In ossequio all’austerity imposta al Paese, tra cui un weekend di cinque giorni per i dipendenti statali, il presidente venezuelano Maduro ha infatti decretato il razionamento dell’energia elettrica nel Paese, un qualcosa che potrebbe portare a un calo della produzione petrolifera e quindi a un effetto placebo rispetto alla percezione del mercato di sovra-offerta. 

Stando a calcoli effettuati dal Financial Times, infatti, la disponibilità irregolare e ridotta di energia potrebbe portare a un calo di produzione tra i 100mila e i 200mila barili, meno del 10% dell’output giornaliero del Venezuela lo scorso anno, stando a dati Opec. Ma attenzione, perché i più pessimisti (che io chiamo realisti) hanno già risposto a questo ottimismo da razionamento con quello che è stato ribattezzato fracklog trigger, ovvero il detonatore del fracking, la tecnica utilizzata per ottenere lo shale oil statunitense. 

Stando all’analista di IG a Melbourne, Angus Nicholson, «una volta che le valutazioni risalgono e si avvicinano a quota 45 dollari al barile, c’è il rischio di un ritorno alla produzione di massa negli Usa, poiché a quel prezzo anche i pozzi che hanno ridotto la produzione o si sono proprio fermati, vedono l’operatività tornare profittevole a livello dibreak-even. Questo porterebbe a nuova offerta sul mercato, esattamente quanto accaduto lo scorso anno, quando un aumento della produzione colpì il mercato dopo un aumento dei prezzi e successivamente le valutazioni crollarono». E di che potenziale stiamo parlando? Circa 500mila barili in più al giorno, solo nel Usa, pronti a riversarsi sul mercato, stando a dati del Bureau of Energy Resources. 

E non pensiate che solo il mondo arabo stia patendo gli effetti fiscali dei prezzi bassi del petrolio, visto che il grafico a fondo pagina ci dimostra come il governo norvegese abbia rotto il suo porcellino, ovvero l’enorme fondo sovrano del Paese, per tamponare il deficit di budget 2016, un trend cominciato nell’ottobre dello scorso anno e più terminato. Solo nel mese di marzo, Oslo ha “prelevato” dal suo bancomat petrolifero qualcosa come 898 milioni di dollari, portando i prelevanti da inizio anno a qualcosa come 3,1 miliardi di dollari, un tasso molto più alto di quanto preventivato solo a febbraio dalla Banca centrale. 

Tanto per darvi le dimensioni, il Norwegian Sovereign Wealth Fund non è solo il fondo sovrano più grande del mondo, ma negli scorsi anni ha talmente beneficiato delle alte valutazioni del petrolio da potare il suo valore di mercato alla fine del 2015 a qualcosa come oltre 900 miliardi di dollari. Una scelta che ha mosso parecchie critiche a livello interno, tanto che la portavoce del partito socialista, Snorre Valen, ha dichiarato che «il governo sta rompendo il salvadanaio a danno delle generazioni future». Il problema è che il budget del Tesoro norvegese era basato sulla valutazione del petrolio a 53 dollari al barile per quest’anno, un cifra ancora distante dai prezzi attuali e che potrebbe vedere il Fondo obbligato a vendere assets per finanziare i programmi di governo che altrimenti sarebbero fatti a deficit. Ma con le possibili anomalie ribassiste che gravano sul mercato e di cui abbiamo parlato prima, la situazione potrebbe peggiorare da qui all’estate per i conti di Oslo. I quali, ovviamente, non sono da fallimento, ma ci fanno capire la portata del problema, se un Paese ricco come la Norvegia e detentore di un fondo da record da sei mesi di fila continua ad attingere al suo bancomat sovrano per tamponare i buchi di mancate entrate fiscali. 

 

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