PANAMA PAPERS/ Le ipocrisie di Usa e Ue sull’evasione fiscale

- Sergio Luciano

I Panama Papers stanno portato a galla i nomi di tanti e famosi evasori fiscali di tutto il mondo. L’Italia è il terzo Paese in classifica tra quelli coinvolti. Il commento di SERGIO LUCIANO

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Undici virgola sei: è la percentuale del Pil italiano 2011 che il nostro Paese avrebbe perso in termini di minori entrate fiscali grazie alla forza e alla pervasività della rete mondiale dei paradisi fiscali. Il dato emerge dai “Panama Papers”, cioè quel colossale malloppo di documenti (in metrica digitale, 2600 gigabytes, quanto basta a contenere 3000 film di 90 minuti ciascuno!) che un “pool” internazionale di giornalisti investigativi ha iniziato a rendere noto col contagocce da quarantott’ore. Gettando i potenti della terra in un panico forse più enfatizzato dai media che reale, visto che -come già è accaduto col primo Wikileaks – alla fine queste mega-inchieste verità fanno, più che altro, volare qualche straccio…Ma comunque interessante da osservare.

Dunque, accingendoci a gustare – si fa per dire – uno stillicidio di rivelazioni scandalose che ci accompagneranno per i prossimi giorni, se non per le prossime settimane, siamo in grado di capire se qualcosa resterà, dopo che il polverone si sarà posato? Ripartiamo – per provarci – da quel numerino magico dell’11,6%, riferito all’Italia (terzo Paese in questa poco edificante graduatoria dopo Russia e Brasile, ovvero dopo un regime para-dittatoriale e dopo un regime anarcoide). Ebbene, quel numero significa 190 miliardi di euro di tasse evase. Se si assume che le tasse evase siano un terzo del reddito nascosto, il maggior Pil italiano sarebbe del 33% abbondante. Di nuovo, se si assume che il dato sia gonfiato per eccesso del 300%, e se la sua parte autentica – un terzo! – rientrasse nelle casse dello Stato, significherebbe aver risolto tutti i nostri problemi: col deficit pubblico, con la Germania, con il welfare, con i migranti…

Possibile? Possibile sì. Ma prima di tentare di spiegare il perché, sgombriamo il campo da qualche equivoco: è fatale, matematico e anche divertente (per certi versi) che le prossime concitate giornate cronistiche si focalizzeranno più che su questo dato, e gli altri simili, sulla caccia all’evasore. In un gioco di mezze verità, mezzi falsi e mezze rivelazioni, su questo o su quest’altro nome, che in Italia è già cominciato, con il più sorprendente dei tre “pesci grossi” resi noti che ha già seccamente smentito di aver mai avuto a che fare con Panama: Luca di Montezemolo.

E allora diciamo al riguardo che l’ex presidente di Fiat e Confindustria merita ogni credito su questo fronte e non va considerato reo fino a prova contraria, ma contemporaneamente ricordiamo anche che la sua sbandierata e passionale fede tricolore era già stata ampiamente smentita dal “made in China” delle felpe Fiat lanciate per fare “brand” quando lui sedeva al vertice del Lingotto; o dalla vendita agli americani che il suo fondo Charme ha deciso di fare del gioiello italiano Poltrona Frau; o ancora dal nitido episodio – citato da Giancarlo Perna nel 2013, in uno dei suoi ritratti al vetriolo – di quando “a metà anni Novanta, Luchino era responsabile della Juventus, versò per l’acquisto di Dino Baggio quattro miliardi in nero su un conto svizzero. A denunciarlo ai giudici, fu lo stesso beneficiario e presidente del Torino, Gian Mauro Borsano. Montezemolo evitò la condanna per evasione fiscale grazie a una provvidente amnistia”.

Voltiamo pagina. Ciò che si può considerare già emerso senza ombra di dubbio dai “Panama papers” è che il sistema del business internazionale – a guida americana – è ancora profondamente radicato nell’evasione fiscale e nell’opacizzazione dei capitali, con buona pace dei periodici rigurgiti di “maquillage” con cui soprattutto gli statunitensi amano riverniciarsi la coscienza: vedasi l’offensiva contro le banche svizzere. Le quali alla fin fine hanno sopportato di buon grado l’obbligo del “desclosing” dei loro clienti americani impostole dalla Casa Bianca perché, perdendone mille, ne acquisivano intanto 1100 dalla Cina, dall’India, dai Paesi arabi e da tutto il Far East emergente dei nuovi ricchi che non vogliono nemmeno pagare le poche tasse di casa loro.

Secondo i Panama Papers, dunque, le Isole vergini britanniche (posti civilizzatissimi) ospitano 113.648 aziende “furbette”; seguite da Panama, appunto, con 48.360; dalle Bahamas con 15.915; e poi Sychelles (15.182), Niue (9.611), Samoa (5.307), Anguilla (3.253), il Nevada (ma sì, lo Stato americano!, con 1.260 aziende), Hong Kong (452) e addirittura il Regno Unito (con 148).

Ma stiamo bene attenti, se è noto che negli Stati Uniti allignano “sacche” fiscalmente franche, come appunto il Nevada e il Delaware (dove aveva preso residenza fiscale l’indimenticato Giancarlo Parretti, il faccendiere socialista che negli anni Ottanta tentò invano di scalare la Metro Goldwyn Mayer e finì in galera) cosa succede nella cara, vecchia Europa?

Oltre ai citati “vizietti” britannici, con le Isole del Canale che sono un vero bengodi fiscale, e oltre ai premier disinvolti, come il finlandese beccato dal Guardian con le mani nella marmellata, è proprio l’ordinamento dell’Europa a 28, e anzi dell’Eurozona, a lasciar prosperare benevolo sacche di elusione fiscale legalizzata. Prima fra tutte l’Irlanda, che di paradisiacità fiscali prospera, e che grazie a esse si è risollevata dal crac di tutto il proprio mefitico sistema bancario, nel 2008-2009. È grazie a questo regime di manica larga tributaria che hanno preso sede a Dublino i colossi del web per le loro attività europee e vi pagano pochi soldi anziché i salassi che dovrebbero sostenere se versassero i tributi, come sarebbe sacrosanto, là dove sviluppano i loro utili. È grazie alla manica larga europea che nel Lussemburgo e nel Liechtenstein, due paesotti da Operetta, allignano decine di migliaia di caselle postali che simulano sedi legali di fatto inesistenti di società di comodo costituite lì solo per eludere il fisco o occultare l’identità dei proprietari veri di ingenti patrimoni mai dichiarati.

E nel frattempo cosa fa, l’Europa, così occupata a incalzare i nostri governi sulla strada impervia delle tasse da aggravare e del welfare da tagliare? Lasciamo che a spiegarlo siano le parole di Nicola Gratteri, Procuratore Aggiunto di Reggio Calabria: “Il 30% delle banconote in euro circolanti sono in biglietti da 500 euro, il taglio preferito nell’economia della ‘ndrangheta e dei narcos: è preferito per gli scambi di denaro tra criminali perché è estremamente facile portarle con sé. Basti pensare, infatti, che 1 milione di euro in banconote da 500, pesa appena 2,2 kg, contro gli 11 kg che pesa 1 milione di dollari”.

Non sarà un “file” dei Panama Papers, ma è anche più chiaro. Si scrive evasione, si legge criminalità.

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