BANCHE E POLITICA/ Il potere che “fa gola” da Carige a Veneto Banca

- Sergio Luciano

Diverse banche italiane sembrano essere al centro di battaglie, più o meno forti, per potersene accaparrare il futuro controllo. Il commento di SERGIO LUCIANO

carige_banca_r439
Infophoto

“Il potere, se non ne abusi, che potere è?”: così, ironicamente, i vecchi democristiani della prima Repubblica spiegavano la fatale tendenza all’abuso di potere della loro generazione. Quale tendenza muove, oggi, tanti interessi attorno alle banche italiane – malconce per la crisi e le sofferenze scaturite da essa – che le nuove regole della Banca centrale europea stanno spingendo a cambiare padrone?

La domanda si pone non solo per le banche malconce, ma anche per le migliori: a guardarsi attorno i casi sono tanti, e di ogni rango. Da Banca Intesa Sanpaolo, la più florida d’Italia tra le big, che ha appena rifrullato il vertice cambiando il presidente, l’83enne Giovanni Bazoli, che l’ha fondata e resa grande, ed eliminando il discusso sistema duale: bene, dunque, anche se lo stesso Bazoli è rimasto presidente emerito ed anche se il nuovo consiglio, nel confermare al vertice Gian Maria Gros-Pietro, ha visto comunque ribadito anche il ruolo-guida dell’altro ottuagenario Giuseppe Guzzetti; fino all’Ubi, altro grande istituto – non altrettanto florido – dove un presidente che sembrava inossidabile come Franco Polotti ha dovuto cedere il passo perché travolto da un macroscopico conflitto d’interessi lasciando la poltrona a un’insospettabile un po’ “vintage” come l’ex sindaco di Milano e presidente della Rai e promotrice dell’Expo Letizia Moratti.

Intanto anche la Banca Popolare di Milano rifrulla il suo vertice, insediandovi un po’ a sorpresa l’ex senatore ed ex dalemiano Nicola Rossi, un economista che ci capisce, ormai decorrelato dalla politica politicata, a sostituire comunque un prodiano come Piero Giarda.

Alla Banca Popolare di Vincenza – protagonista di un “falò” da 6 miliardi di euro nella fase declinante della gestione dell’ex presidente Gianni Zonin – pur essendo finita in mano al fondo Atlante (e meno male che c’era il fondo “di sistema” promosso dalla Cassa depositi e prestiti e da Banca intesa!) perdendo così l’identità territoriale, si aspetta col fiato sospeso di vedere chi verrà insediato dal fondo stesso al vertice, in sostituzione dell’attuale consiglio (mentre il capo-azienda Francesco Iorio dovrebbe incassare la conferma).

A Carige la neo-insediatasi gestione dettata dal primo azionista “tradizionale”, cioè l’imprenditore Vittorio Malacalza, dovrà vedersela con l’offensiva del fondo Apollo, americano stavolta, desideroso di scalzare Malacalza con un aumento di capitale riservato che lo trasformerebbe nel nuovo padrone dell’istituto.

Ma lo scenario più intrigante è forse oggi quello della Veneto Banca, istituto con base a Treviso (anzi: a Montebelluna), che pure ha avuto le sue belle traversie e deve ricapitalizzarsi con circa un miliardo, ma a differenza della consorella vicentina ha la fila degli azionisti locali che vogliono rilanciare e comandare. La prima lista a essersi presentata in vista dell’assemblea del 5 maggio prossimo è quella guidata dal presidente uscente (a novembre 2015 ha sostituito il dimissionario Zonin) Pierluigi Bolla, industriale del vino, ex assessore della giunta Galan, nominato col placet della Bce. Che però sembra planare un po’ indifferenziatamente su chiunque affermi discontinuità.

Almeno, è quel che mostra di pensare la lista antagonista, promossa dall’ex presidente del Tribunale di Treviso Luigi Schiavon – “bestia nera” della gestione Zonin da molto prima che il bubbone esplodesse – e capeggiata da Stefano Ambrosini, 47 anni, docente universitario, avvocato civilista esperto in diritto commerciale e bancario già commissario di grandi aziende in crisi, da Alitalia a Tirrenia, da Bertone alla Fondazione Maugeri, nonché dal 2008 consigliere di Compagnia di San Paolo, seconda fondazione bancaria italiana e primo azionista di Banca Intesa, e dal 2015 presidente di Eurofidi, il più grande consorzio fidi italiano. Anche la lista Ambrosini sembra gradita alla Bce. Quale delle due lo sarà di più? E poi…quanto conta, alla fine, davanti al voto dei soci in assemblea il lontano pensiero dei burocrati di Francoforte?

“Siamo un gruppo di persone assai qualificate che vogliono mettere le loro diverse esperienze al servizio di questa banca e del suo progetto di sviluppo”, ha spiegato Ambrosini, “un progetto ancorato al territorio che però non dimentica il contesto globale e le prospettive di auspicabili integrazioni con altre realtà, come da puntuali indicazioni della Bce”. Una lista “di sistema”, dunque: “L’eventuale intervento del fondo Atlante può rappresentare un mezzo formidabile di rafforzamento e di rilancio”, ha aggiunto Ambrosini. Che non a caso vanta in lista una presenza direttamente renziana, l’ex consulente di palazzo Chigi Carlotta De Franceschi, tra le “menti” che hanno ispirato quella riforma delle popolari per cui oggi la Vicentina e altre nove ex cooperative diventano società per azioni…

Vabbè, vinca il migliore. Certo è che, nell’insieme, il potere bancario fa sempre gola. Per abusarne o gestirlo con tutta coscienza? E se lo si gestisce con coscienza, che ebbrezza di potere potrà mai dare? Più che altro mal di testa per le responsabilità… oppure, per i più ottimisti e pazienti, anche belle opportunità professionali. Se e quando la grande crisi sarà finalmente archiviata.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori